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Accadde oggi

Ultimamente non dormo molto. Fa caldo, e quindi ho preso la pessima abitudine di mettermi a leggere, prima di addormentarmi, finendo per fare le due-tre senza rendermene conto. E, quando mi accorgo di aver superato la mezzanotte, la prima cosa che faccio è andare su Facebook e cliccare su Accadde oggi.

Accadde oggi è una funzione che adoro. Parecchio.
Sono sempre stata un’amante del passato, e non solo dal punto di vista storico. Mi piace, per esempio, tornare indietro a rileggere i vecchi post di questo blog per vedere quanto sono cambiata nel corso degli anni – poco, per certi veri; molto per altri.
Quindi, dicevo, Accadde oggi è la funzione dei miei sogni. Mi piace vedere, in questi anni di vita sui social network quanto sia cambiata, quante mini-avventure quotidiane abbia condiviso con il mondo; in questo modo, mi riaffiorano un sacco di ricordi che magari avevo completamente rimosso. Belli e brutti. E le sensazioni che avevo provato scrivendo, all’epoca, ritornano violente, come se quel qualcosa stesse accadendo proprio oggi.
Ma è… diverso. La mia mente, il mio cuore ricordano e rivivono, sì; ma la mia razionalità vede tutto in modo diverso. Un po’ come quando rivedi un vecchio film che avevi amato, ricordi il perché e le sensazioni che avevi provato all’epoca, ma, mentre rivivi quel ricordo, senti che comunque non appartiene più al presente. Ormai, è passato. Nel bene e nel male.

A me piace questa sensazione. Di rivivere il passato in modo analitico e oggettivo, intendo. Perché significa che quel qualcosa che a quel tempo ti ha dato quelle sensazione, è parte di te, sì, ma non condiziona il tuo presente.  Per quanto puoi avere nostalgia di quel giorno di tanti anni fa, quando sorridevi nell’obiettivo con i tuoi amici, ti rendi conto che è un prezioso ricordo che custodirai per sempre, ma non provi quella dolorosa consapevolezza che, se la magia esistesse, torneresti indietro nel tempo per rivivere quei giorni. A qualunque prezzo.

Anche per il dolore, in fondo, è così. Ritornare indietro nel tempo, rileggere quei post che fino a qualche mese fa ti facevano male, per poi scoprire, un giorno, che, senza che tu te ne sia mai accorta, quella voglia di cancellare con un colpo di spugna quei mesi, non c’è più. Ti resta il ricordo di una sofferenza forte, che ti porterai dentro e che ti insegnerà a cercare di non commettere mai più gli stessi errori, ma non va oltre. E ti sorprendi a guardare attentamente  e lucidamente a quei giorni, per analizzarli e cercare di capire quando le cose hanno iniziato ad andare male. E, soprattutto, perché.

La notte, secondo me, aiuta a rendersi conto di queste cose (e queste cose sospetto aiutino a non prendere sonno. Ma tant’è). Aiuta ad analizzare più a fondo le situazioni, quasi che il buio ci permetta più facilmente di scavare in quello che, alla luce del sole, non vogliamo guardare. Tanto, non può vederci nessuno.

E così, rivedendo quei post che, ogni singolo giorno, mi appaiono facendo riaffiorare ricordi e sensazioni di tutto quel che è accaduto ormai anni fa, una semplice consapevolezza si fa largo in me.
No, quel che è accaduto non è stata colpa mia.
O meglio: se qualche colpa l’ho avuta, è stata voler troppo bene. Ho voluto troppo bene a persone che non lo meritavano. E che non lo meritassero me lo dicevano in tanti e anche io, adesso, lucidamente, mi rendo conto che avevano ragione. Che non vedevo un sacco di cose.
Il troppo affetto può essere una colpa? Certo, quando non ti accorgi che non è corrisposto. E no, non sto parlando di amore. Anche se, in fondo, poi, è un po’ la stessa cosa.
Ma se voler bene a una persona è una colpa, è anche la miglior arma di  difesa. Io ho fatto di tutto, per mantenere questo rapporto. Ho litigato con persone che mi dicevano di lasciar perdere, ho lasciato correre cose un sacco di cose che, adesso, non farei più passare sotto silenzio; ho perdonato, perché errare humanum est.
Quando tutto è finito, mi sono chiesta il perché. Perché a me? Non era giusto, avevo dato così tanto. Troppo. E ho odiato. Tanto. Perché non si può perdonare una persona a cui dai tanto e ti ripaga in questo modo. La rabbia che provi, forse più verso te stesso, perché ci sei cascato, che non verso l’altro, è un macigno che ti porti dentro, che non ti lascia libero. Diventi schiavo di quella rabbia, di quell’odio e di quella domanda: Perché?
E così, passano gli anni. Ci pensi sempre meno, alla fine, perché vivi la tua vita. Ogni tanto il pensiero ritorna e la rabbia pure, troppo irrazionale, ancora, per poter dire che l’hai superata.
Poi ti trovi davanti quella funzione. Quella che ti dice che hai fatto quel giorno, anni fa, e ti fa rivedere tutto quello che tu avevi faticosamente ricacciato indietro.
All’inizio cominci a saltare quei post e quei link, perché fa male leggerli; poi, però, per caso ti cade l’occhio. E cominci a ricordare. A ritornare indietro nel tempo. Ed è allora che, più lucidamente, cambi prospettiva.
Forse, non sei tu che hai sbagliato; forse è quella persona che è nel torto. Non sei tu che ha sbagliato nel voler bene; è quella persona che getta nelle ortiche l’affetto che le dai – e puoi provare a giustificare il suo comportamento in tanti modi, appellarti a mille studi psichiatrici, ma alla fine il succo non cambia: non eri tu a non voler dare affetto; era quella persona a non volerlo.

La colpa non è tua.

E lo vedi: da quello che scrivevi e NON rispondeva, da quello che facevi e non veniva apprezzato, da quello che è successo quando hai deciso di non dare più – perché buoni sì, fessi no. Tutto messo nero più bianco, da un sito freddo che però ha una memoria migliore della tua.

La colpa non è tua.

È quella persona che ha perso il tuo affetto, e non lo avrà mai più, questo è certo. Ha perso i bei momenti in cui ci si divertiva tutti insieme, in cui ti preoccupavi, per quella persona, più di quanto ti preoccupassi per te stessa. Ha perso quella – quelle! – persone che la consideravano quasi parte della propria famiglia. Ha perso l’amicizia disinteressata, quel sentimento che provi soltanto quando vuoi veramente bene a qualcuno.
Non sei tu che hai perso qualcosa, non sei tu che devi starci male.

Non è colpa tua.

E ti senti finalmente libero da quel peso che tanto ti opprimeva.

Waiting for

Mi sa che alla fine mi debbo rassegnare all’idea: più passa il tempo, più la mia vena scrittoria fa sempre più fatica a venire fuori. Tutto è cominciato dalla scrittura di racconti: piano piano, le idee che avevo ripreso a metter giù dal 2007 si sono affievolite e, salvo l’ultima creazione, postata nel 2013, ma in realtà pensata e studiata in quasi un anno e mezzo – quindi, per dire che risale all’anno scorso – non ho prodotto più nulla. Non che non abbia tentato: ho aperto più volte file di appunti, pagine bianche per creare nuove storie, e porto ancora con me quadernetto e penna, sperando in una nuova idea. Nada. Nisba. Niente. O meglio, le idee ci sono, da qualche parte; peccato che sfumano nel giro di poche ore o, semplicemente “non mi va di metterle più”. E se non mi va, vuol dire che l’idea non è così forte come pensavo.
Con le recensioni è andata meglio, per un po’. Ne ho scritte tante, su aNobii – generalmente per libri che mi hanno fatto schifo, ne convengo, perché risultano molto più facili – e su Animeclick qualcuna. Ma, da qualche tempo, anche queste o sono diventate molto meno complete, con un’opinione veloce e non troppo esaustiva, oppure sono scomparse del tutto, vuoi perché – per quanto riguarda gli anime – non ne sto guardando più, vuoi perché i libri che sto leggendo ultimamente non meritano chissà che analisi, sia nel bene che nel male. O forse il problema sono semplicemente io che non li apprezzo.
Eppure, non è che cose non ne faccia. Certo, ho smesso di vedere anime, ma mi sono data ai telefilm. Potrei scrivere un papiro, sul perché Doctor Who sia diventato una specie di droga e, anche se devo vedere ancora tutta la settima serie con gli speciali, già mi chiedo cosa farò una volta che sarò in pari. Potrei raccontare le mie avventure in archivio, tutte le cavolate che faccio, il perché e il per come non esca più tanto, i sogni che faccio la notte, ché sono meglio di un romanzo, le (dis)avventure dalla dentista.
Ma non mi va. Non m’ingozza, si dice dalle mie parti. E, mi conosco, se una cosa non mi va e devo farla per forza, è perché non mi interessa farla veramente, perché c’è qualche altra cosa che preferisco fare, e se preferisco fare altro piuttosto che scrivere, vuol dire che la cosa non mi prende abbastanza. E siamo sempre lì.
Forse c’è semplicemente qualcosa che mi blocca. E, una volta scoperto cos’è, forse potrei riprendere a scrivere (non dico racconti, ma almeno post sul blog). O forse lo so già, ma non voglio indagare troppo. Forse ha ragione chi dice che per scrivere bisogna leggere meno. Ma per me leggere è come respirare e non si può chiedere a una persona di non respirare.
Di solito, quando ho questi momenti, aspetto che passino, semplicemente. Perché mi conosco, di solito, e so che va così. Ma questi momenti sono diventati mesi, e i mesi sono diventati anni e la situazione è peggiorata e comincio a temere che la cosa non si risolverà. Forse dipende davvero da Facebook, dal fatto che in tre righe racconti quotidianamente quel che ti succede, quindi a che serve avere un blog? Sì, ma un post non c’entra con le recensioni e i racconti. C’è tutto un altro discorso, lì.
Speravo di riuscire a scrivere almeno un post al mese, per cercare di riprendermi, ma vedo che è praticamente impossibile (e basta guardare la profondità di questi ultimi per capirlo). Ragion per cui, boh, non ci provo neanche più, che vengano fuori quando vogliono e, soprattutto, se vogliono. Questo post mi è uscito d’istinto, in un momento in cui non ho nulla da fare, quindi boh, magari qualche altro potrebbe venir fuori presto, ma non ci conto più di tanto.
Aspettiamo e vediamo. E speriamo.

Disgust

Eppure, io ci provo davvero a lasciar perdere e a dimenticare. Che ci si creda o meno.
Solo che non ci riesco.
È facile dire “Lascia perdere”, quando non sei tu la persona che è stata presa palesemente per il culo e trattata a merda da persone di cui ti fidavi; non sei tu che ti sei affezionata a tal punto ad una persona da perdonare comportamenti che, se ti fossero stati raccontati, avresti bollato come “imperdonabili” e la persona “da mandare a fanculo”.
Non è che io proprio provi odio. No, l’odio è una cosa troppo semplice. Io provo disgusto. Disgusto per persone che dicevano di essere mie amiche e che poi ci hanno messo poco a dimostrarmi che non è così, nonostante tutto quello che ho fatto per loro  – perché va bene essere buoni e fare del bene senza voler qualcosa in cambio, ma essere trattati a merda da qualcuno a cui hai dato tanto, non lo accetto: buona sì, ma scema e fessa no. E disgusto per me stessa. Io, che avevo giurato a me stessa che non mi sarei fidata più di nessuno, perché nessuno merita fiducia, mi sono lasciata fregare.
Ma adesso basta.
Basta fare la persona gentile, che puoi chiamare quanto ti pare se hai bisogno di un aiuto, ma non caghi due soldi nel momento in cui non ti serve più. Basta con i “se vuoi, posso…”; se vuoi, chiedi e, FORSE, posso. Ma anche no. Basta con le persone che sparlano di tizio davanti a te, e due secondi dopo tizio è il loro migliore amico – perché, sapete, non è che poi uno si fida più di voi, dopo. Mi fate schifo.
Mi verrebbe voglia di prendervi a mazzate, e urlarvi il mio disprezzo. Solo che poi ho paura di mettermi a piangere per la frustrazione e io odio che gli altri mi vedano piangere. E soprattutto, voi non meritate neanche mezza lacrima.
Vorrei tanto lasciar perdere questi sentimenti, e a volte credo di esserci riuscita. Solo che poi succede qualcosa – un sogno, un incontro sbagliato, un link su Facebook – che vanifica tutti i miei sforzi. E pensare che nessuno di voi merita tanti pensieri. Che spreco di tempo, il mio.
Ma un giorno, lo so, è solo questione di tempo, il fiume porterà i vostri cadaveri (metaforici, s’intende: non si sa mai passi qualcuno di qui e si faccia chissà che idee!) e io sarò in prima fila a godermi lo spettacolo, con i pop-corn in mano.
Per adesso, mi siedo qui e aspetto.

Settembre

E, veloce come è arrivata, la prima settimana di settembre è già trascorsa.
Sono passati già due mesi da quando mi sono lamentata del fatto che l’estate fosse nuovamente arrivata e pregavo che finisse il più in fretta possibile – attirandomi gli sguardi irosi di coloro che in vacanza non ci erano ancora neanche andati. Ma che volete se questa stagione proprio non la sopporto?
Settembre, dicevo.
Ultimamente – tranne lo scorso, per motivi che risulteranno subito evidenti -l’arrivo di questo mese mi deprime. No, non è il fatto che il compleanno arrivi subito dopo (gli anni che passano non mi hanno mai interessata più di tanto, da quel punto di vista), ma è il senso di attesa di qualcosa che deve iniziare e che chissà se inizierà davvero a spaventarmi e a deprimermi.
Fino a pochi secoli fa, l’anno, per noi del Sud Italia, ma anche per molte altre zone, iniziava appunto a settembre. E, anche se ormai si festeggia il capodanno il primo gennaio, da noi settembre ha sempre dato l’idea dell” inizio”: inizia la scuola, a settembre; escono i bandi per i master e delle scuole di specializzazione; iniziano i corsi su qualsiasi cosa si voglia fare; le aziende riaprono e finalmente iniziano a chiamare – se decidono di chiamare – per i primi colloqui; persino in edicola escono i primi numeri delle raccolte (che, non ci crederete, era una cosa che da piccola adoravo, anche se in effetti io non ne cominciavo mai nessuna).

Settembre, quindi, è il mese dell’inizio.
«Che farò quest’anno? Che ne sarà di me?»
Da quando ho finito l’università, questa domanda è stata una costante tutto l’anno, ma, arrivati a settembre, diventa quasi un’ossessione. Quest’anno specialmente: ho fatto il servizio civile e la scuola dell’archivio: cosa farò ora? Ho visto il bando di una scuola di specializzazione e un master. La tentazione è tanta, visto quel che insegnano, ma la prospettiva di studiare – e pagare! – per altri due anni, per poi magari ritrovarmi a 31 anni con altri attestati ma nessun lavoro tra le mani, mi spaventa troppo per provarci.
L’obiettivo che mi sono posta, per quest’anno che inizia, per adesso, è quello stesso che avevo per l’estate: imparare bene l’inglese e prendere una certificazione: che sia studiando da sola, facendo un corso, ma voglio provarci.

Dei miei famosi propositi estivi non ho realizzato molto. Oh beh, dai: ho letto qualche manga – anche se la pila è ancora lì che mi guarda minacciosa – e, soprattutto, mi sono data alle mini-serie della BBC. No, dico: perché non ho scoperto qualche anno fa questa passione? *_* Sono esattamente quel che cerco: massimo 8-9 episodi, poche serie e, soprattutto, tantissime tratte da romanzi. Il paradiso! *_* L’unico inconveniente di queste è che poi mi viene voglia di leggere anche il libro che l’ha ispirata… allungando a dismisura una lista già infinita.
Per il resto, sono tornata alle mie ripetizioni. Nicola, ancora per quest’anno, avrà bisogno di qualcuno accanto e qualche soldino, a prescindere, non fa male. Sperando in qualcosa di meglio che chissà se e quando arriverà. Alla fine penso che mi andrebbe bene qualsiasi cosa, basta dare un senso a queste giornate che, per adesso, stanno scorrendo tutte uguali e tutte inutili.
A tutto questo, si aggiungono le relazioni interpersonali che non è che proprio vadano benissimo. Lo so che ci sono persone che mi vogliono bene. Lo so che ci sono persone che si preoccupano per me. Lo so, davvero. Però, come ogni anno, arriva settembre e io finisco per chiedermi se c’è davvero un posto nel mondo per me, se c’è davvero qualcuno che ha bisogno di me e se a qualcuno interesserebbe davvero s, domani, di punto in bianco, decidessi di andarmene via.
Forse è il caso di provarci, prima o poi. Magari potrei finalmente imparare bene l’inglese.

Just a break.

È una cosa che ho notato da un po’, tant’è vero che l’ho accennato anche nell’ultimo post; tuttavia, è solo da qualche giorno che ne ho la piena consapevolezza. Ultimamente, sto avendo una specie di avversione per il mondo nippnico.
Non fraintendetemi, eh: non è che adesso ho iniziato ad odiare gli anime e i manga, che rinneghi la mia passione o che altro; semplicemente, è da un mesetto e forse pure di più che sento l’esigenza di non averci a che fare. Non so, è come una crisi di rigetto verso qualcosa. Ho qui una caterva di manga da leggere – passatimi da Ste e da Fabiana, alcuni addirittura ad agosto – ma, ogni volta che li guardo mi dico da sola «Poi li leggo»; ho scaricato ben due episodi di Fairy Tail e altri di altre serie in corso che mi piacciono, ma sono rimasti anch’essi lì, aspettando il momento opportuno. Persino il mio cellulare è da un po’ che ha smesso le sue funzioni di lettore mp3 (i cui brani contenuti, neanche a dirsi, sono per una buona percentuali in giapponese). Forse, quest’ultima cosa dipende dal fatto che, leggendo sul lettore ebook, mi concentro meglio senza musica (diversamente che dal libro cartaceo), ma questo non spiega come mai io abbia abbandonato anche l’abitudine di leggere lungo il tragitto casa-stazione e viceversa. È come se il solo fatto di ascoltare quella lingua mi dia fastidio.
Il problema, però, è che questa diminuzione dell’interesse per il giapponese non si accompagna ad un aumento per l’inglese. Cioè. Il desiderio di interessami sì; quanto riesca ad applicare quel desiderio andando avanti nel ripassare la lingua, nel vedere telefilm in lingua, leggendo roba in inglese, no. Semplicemente, non ho tempo per alcuni, né testa per altri (perché, obiettivamente, chi dopo il lavoro si mette a provare a leggere in una lingua in cui non è un genio se non hai una forte passione e/o motivazione? E io, in questo momento, non ho nessuna delle due).
Forse è solo il periodo. Un po’ come quando mi capita che non ho voglia di leggere nessun libro per alcuni mesi, e poi mi butto a capofitto leggendone ventimila in poco tempo. Forse, semplicemente, stanchezza, o forse mancanza di un incentivo di qualche tipo. O forse è semplicemente c’è qualcosa che non va in generale, tra servizio civile che sta per finire (perché, ragazzi, mancano solo quattro mesi. E la cosa mi deprime, e per tanti motivi), scuola d’archivio che sto facendo veramente controvoglia, tirocinio che sta ancora appeso e varie ed eventuali che ogni giorno si aggiungono manco si fossero messe tutte d’accordo.
Sono una persona che guarda in positivo, io. La crisi c’è, il lavoro non si trova, eppure cerco sempre di vedere cosa c’è ancora di buono, cosa si può fare, come ci si può accontentare (no, che dite? Non voglio fare nessuna allusione, io! U_U) e non smetto mai di cercare di tirare su di morale chi si butta giù ancor prima di cominciare. Eppure, i momenti di scoramento ci sono anche per me, ogni tanto. E spero tanto che questo passi presto.

Le 20 domande che ti faranno vivere meglio

Su Facebook, si sa, girano sempre un sacco di sciocchezze, link deprimenti e altri idiotissimi. Però, ogni tanto, ne capita qualcuno veramente carino, da cui si può tratte anche qualcosa d’importante. Questo, per esempio.
Ho provato a rispondere a queste 20 domande e mi sono accorta che, sì, è vero, possono aiutare davvero a capire qualcosa in più di sé e, magari, a risollverare un po’ la propria autostima.
Proprio per questo, ho deciso di condividere con voi le mie risposte. L’ho sempre saputo, ma ultimamente ho ancora più consapevolezza di quanto per me scrivere, anche semplici risposte a domande come queste, può essere catartico e può insegnarmi molto di più di me stessa che qualsiasi seduta di psicanalisi. E spero che questo esercizio possa essere utile anche a voi.

1. Cosa sei in grado di fare oggi che non sapevi fare un anno fa?
So usare alcuni programmi per la modifica dei libri digitalizzati che abbiamo in biblioteca; non del tutto, ovviamente, ma piano piano sto imparando sempre nuove funzioni. So leggere katakana e hiragana (cosa che prima non mi riusciva per niente, nonostante abbia provato ad impararli diverse volte) e fare frasi minime in giapponese. So schedare dei documenti d’archivio.

2. Ultimamente qual è stata la cosa a cui hai pensato di più ?
All’idea di comprarmi un lettore e-book. Davvero, leggo troppo e i libri – come tutto – costano sempre di più. E poi al fatto che vorrei riuscire a completare il mio tirocinio in archivio; tuttavia, fra questo caldo torrido, che non mi fa proprio venir voglia di andare fino lì, e il tempo che manca, non penso che ci riuscirò tanto presto.

3. Proprio ora, in questo momento, cos’è che desideri maggiormente?
Andare al Polo Nord! XD

4. Se ti trasferissi dall’altra parte del mondo, cosa ti mancherebbe di più di ciò che hai oggi?
Mi verrebbe da dire, niente. Ma poi penso che, dall’altra parte del mondo, mi mancherebbe sicuramente la mia lingua, che amo da morire, e la vita che in questo momento sto facendo. Ovvio che, se e quando mi trasferirò, questa sarà finita, ma probabilmente mi mancheranno le persone conosciute, che non potrei vedere quando voglio. E, inutile negarlo, gli agi del vivere in una casa di cui non ti devi occupare tu.

5. Come ti vedi tra un anno?
Tra un anno il servizio civile sarà finito, quindi probabilmente disoccupata, che cerco di riprendermi dall’esame della scuola di archivistica – che so essere a giugno – e dal corso di giapponese – che spero di proseguire ancora. O a studiare per la scuola, se gli esami dovessero essere a settembre.

6. Quali sono le caratteristiche che cerchi in un amico?
Non cerco molto, a dire il vero. Cerco qualcuno che mi accetti per quella che sono, con i miei gusti, i miei pregi e, soprattutto, i miei difetti. Cerco qualcuno che non sia troppo diverso da me, perché, inutile negarlo, i latini avevano ragione quando dicevano similes cum similibus.

7. Rifaresti qualcosa che non hai fatto per paura di sbagliare?
Per paura di sbagliare, o meglio di non essere all’altezza, non ho fatto tante cose, così tante che neanche mi ricordo più quali. Ma, sapete cosa? Non ha senso recriminare adesso. Con i se non si va da nessuna parte; l’importante è, adesso, non fare lo stesso errore, provarci e buttarsi. Se si pensa che ne valga la pena.

8. Hai realizzato oggi ciò che un tempo volevi, quando eri bambino?
Da piccola volevo fare l’astronoma, poi la maestra, poi ho voluto lavorare con i libri. Adesso lavoro in una biblioteca, ho fatto doposcuola e l’astronomia ogni tanto ritorna – magari in un semplice seminario, in uno speciale televisivo o citata in qualche film. Quindi, potrei dire: non come me l’ero immaginato. XD

9. Lo realizzerai, o hai ancora intenzione di realizzarlo (se la risposta è stata no)?
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11. Consideri la vita breve o lunga?
La vita non è breve o lunga; la vita è come la si vive o quanto la si vive. Ci sono vite che si spengono presto, altre che invece resistono al tempo, ai dolori e ai malanni. Io credo che l’importante sia, quando arriva il momento in cui la propria vita giunge al termine, poter pensare di aver vissuto pienamente, di aver fatto quello che si desiderava e di essere felici per quello che si è vissuto ed avuto.

12. Ci sono problemi che rifiuti di affrontare?
Molti, a dire la verità. So benissimo che far finta che non ci siano non li cancella, ma per un po’ li cancella dalla tua mente. Ma, tranquilli, niente di importante – cioè, almeno credo. XD

13. Qual è il tuo principale difetto?
Difetto è qualcosa che sai essere sbagliato, e questo ci riporta alla domanda successiva. Diciamo meglio: il principale difetto per gli altri, che è meglio.
Io so di essere una persona molto con i piedi per terra che, per quanto scriva storie fantastiche, comunque sa che il mondo è reale e che i film esistono solo nella propria testa. Questo mi porta ad essere cinica verso il mondo, acida, perché sentire la verità nuda e cruda, per molti, è essere acida, e, causa varie cose che non sto qui a dirvi – e che magari riferirò in presenza del mio avvocato a chi è davvero interessato a conoscerle – il mio livello di sopportazione, nel giro di alcuni mesi, è calato drasticamente. Oltre ad essere una persona che ha poca, pochissima – diciamo nulla, a volte – fiducia nel genere umano.

14. Hai intenzione di migliorarlo?
Assolutamente no. Sono stata per troppo tempo stupida e cieca, mi sono lasciata sopraffare da persone che non meritano un’unghia del mio mignolo del piede e non ho alcuna intenzione di ritornare indietro. Se non vi va bene, quella è la porta.

15. A cosa non potresti mai rinunciare?
Ai libri. E, quando ci riesco, a scrivere.

16. Se te stesso di un anno fa ti facesse visita, sarebbe contento di quello che troverebbe?
So che sono monotematica, ma ultimamente l’unica cosa di cui davvero m’importi è il futuro lavorativo. Se tenete conto che, di questi tempi, l’anno scorso, mi rompevo dalla mattina ala sera, senza niente da studiare o bambini a cui fare lezione, terrorizzata che la mia vita proseguisse così, potete immaginare come farebbe i salti di gioia nel vedermi adesso.
Forse si stupirebbe – anzi, diciamo pure che non ci crederebbe proprio – nel vedere come alcune persone siano letteralmente scomparse dalla mia vita e sicuramente si stupirebbe non solo della scomparsa in sé, ma proprio del fatto che la cosa mi ha toccata, ma fino ad un certo punto. E, sicuramente, sarebbe felice di conoscere certe persone splendide che ho conosciuto, sul lavoro, ma soprattutto fuori.
E spero che anche la me di quest’anno sarà fiera di quella dell’anno prossimo. Perché, credo, la prima e unica persona a cui bisogna rendere conto non sono gli altri, ma se stessi.

17. Quale è il ricordo più felice della tua vita?
Potrei dire quando mi sono laureata alla triennale, ma soprattutto alla specialistica, perché, quel giorno, ci laureammo quasi tutti insieme; invece dirò quando ho scoperto che il mio affetto per una persona era ricambiato. Mi brucia ammetterlo, ma è quello il ricordo più felice che ho.

18. La più grossa soddisfazione che hai mai avuto?
Ce ne sono varie e tutte relegate all’ambito dello studio. Ci sono stati professori – al liceo, proprio quando tu sei più debole e cerchi un po’ di autostima e forza – non mi hanno mai fatta sentire qualcuna che può valere qualcosa. Tipo quella d’inglese, al liceo, secondo cui io la fluency (oddio, a dirla ora mi viene ancora voglia di menare qualcuno!) non l’avrei mai avuta. Non fu d’accordo la madrelingua inglese, che all’esame mi fece addirittura i complimenti per il mio compito, ché non aveva neanche un errore (anche se mi spiace dover ammettere che il suo complimento non è riuscito a farmi passare la convinzione che quella donna mi mise che io l’inglese non lo so e non lo saprò mai).
O ancora, la prof di latino e greco, secondo cui io valevo solo 7, quanto a scrittura, mentre secondo quella di italiano “Non potevo avere di più, perché il mio stile era troppo semplice”. Non sono state affatto d’accordo tutte le persone che mi hanno fatto i complimenti per i miei racconti, le mie recensioni e, soprattutto – ed è stata questa la soddisfazione maggiore – il professore di filologia classica, che al compito scritto, mi mise 30 e fu l’unico della giornata, in una classe di più di duecento persone, né i professori che, sia alla triennale che alla specialistica, in seduta di laurea, davanti a centinaia di persone, mi fecero i complimenti per come scrivo. O la professoressa di letteratura latina, che mi mise 30 all’esame.

19.Se ti dicessero che stai per morire, cosa faresti?
Oddio, quanto tempo avrei? Vorrei fare un viaggio intorno al mondo, per quanto mi è possibile, per vedere quello che amo di più. Con due o tre persone care. E, se mi rimane qualche minuto, andare dalle persone che mi hanno sempre trattato come una merdina e restituire loro il favore. E non ditemi che non si deve essere vendicativi,perché non ci credo.

20. Ti senti felice? Cosa ti manca per esserlo (se la tua risposta è stata “no”)?
Nì. Dipende dai momenti. Sono felice quando sono in biblioteca, quando sono in mezzo ai libri, quando qualcuno mi chiede dov’è una collocazione, o quando insegno loro come si usa l’OPAC. Sono felice perché le mie conoscenze sono utili a qualcuno, quando IO sono utile a qualcuno. Ma sono anche triste, quando mi rendo conto che se dico o faccio qualcosa io, sono io la sbagliata, mentre, se lo fanno gli altri, quella cosa è buona è giusta (e peggio ancora quando poi gli altri si lamentano della cosa per cui mi sono già lamentata io, ma, ehi, io sono acida, loro no, quindi loro se ne possono lamentare!). Sono triste quando vedo che a gente a cui vorrei che la mia esistenza interessasse almeno un po’, se ne frega completamente, anche e soprattutto nelle piccole cose

21. Hai notato che manca il punto .10? 🙂
Sì, ma non vale, perché copiando le domande, ho letto questo punto prima di arrivare alla domanda 11. XD

Destinazione Futuro

Oggi, durante l’ennesima lezione di formazione aggiuntiva, che dobbiamo fare nell’ambito della formazione per il Servizio Civile, abbiamo fatto un gioco che mi è piaciuto tanto e che vorrei comunicare anche a voi, proprio a causa delle belle sensazioni che mi ha lasciata anche dopo essere tornata a casa.
In realtà, più che gioco, si è trattato della creazione di una mappa mentale: attraverso le immagini, creare collegamenti tra i concetti.
In sintesi, la docente ci ha detto di disegnare un’immagine, con collegamenti, che rappresenti noi, in questo momento, della nostra vita, e di dargli un titolo.
Non aveva neanche finito la frase, che già l’immagine si era piantata nella mia mente. E così ho disegnato un treno, che correva sui binari; ogni tanto spuntava il cartello di una stazione e i binari s’intrecciavano tra loro S(uvvia, non ci vuole molto ad immaginare il tutto! Anche perché, secondo me, il disegno faceva così schifo che la vostra fantasia potrebbe fare meglio, credetemi! XD). Il titolo dell’immagine era, appunto Destinazione Futuro.
Ma cosa significava per me quell’immagine e perché mi era venuta subito in mente?
Che io adori i treni, penso che ormai lo sappiano tutti, tanto da averci persino scritto una storia su. Perciò, immaginare la mia vita come un treno è il prijmo pensiero che mi è venuto in mente.

Ogni treno ha la sua destinazione.
Del resto, quando prendi un mezzo, sai dove andrai: il treno della vita anche, ha una sua destinazione. Solo che spesso questa cambia: all’inizio non sai neanche di averla, una destinazione; altre volte, ci sali, vedendo dove ti porta o ti fermi alla prima stazione utile.
La mia vita, in questo momento, ha la sua stazione di arrivo. E questa è il mio desiderio di essere una bibliotecaria. E mentre viaggi, trovi tante altre stazioni: alcuni sono piccole, dove ci sono solo poche case, dove ti fermi giusto un po’, magari per ammirare il paesaggio e prendere una boccata d’aria; altre sono più grandi: magari conosci qualcuno, ti fermi a visitare la città e pernotti. Sono tutte le esperienze che ognuno di noi fa nella propria vita. E ogni esperienza ci lascia qualcosa, nel bene o nel male, ci fa conoscere tanta gente, ci arricchisce.
A volte, sono esperienze che fai per “fare curriculum”, potremmo dire, per formarti (volente o meno); altre volte invece sono città che ti attirano, ti fanno capire che magari è lì che vuoi stare e passare la tua vita. Hai trovato la tua destinazione.
Certo, può non essere quella iniziale; magari, stando in una città, ti rendi conto che il mare ti ha stufato; così, prendi una coincidenza e cambi itinerario, perché il tuo obiettivo è la montagna; poi magari la montagna ti stufa e vuoi tornare al mare.
Ecco, io la mia vita me la immagino così. Ho fatto tante esperienze finora, e tante altre voglio farne: ho visitato la stazione “Biblioteca”, e mi piacerebbe fermarmi, ma mi rendo conto che non posso ancora chiedere la residenza, così continuo ancora un po’ il mio viaggio e passo alla stazione “Archivio”; alla fine,  mi scocca questo mare di carte e così me ne vado in Giappone a vedere il Fujisan; ma il mare mi manca troppo e torno alle mie care carte, non senza aver imparato qualcosa dal popolo con gli occhi a mandorla.

In realtà, dal momento in cui ho pensato di disegnare il treno a quando l’ho veramente realizzato, mi è venuto in mente di usare altre immagini: un’ape che vola di fiore in fiore (ogni fiore rappresenterebbe le varie cose che faccio da cui apprendo qualcosa di nuovo), un’automobile o una persona che fa autostop. Che poi, alla fine, è anche un po’ simile come discorso.
Solo che, alla fine, ho scelto un treno. Perché, mentre in una macchina ci sono solo 5 posti, in un treno ce ne sono molti di più. E mi piace pensare che, da ogni città che visito, qualcuno possa decidere di andare con me, nella prossima città; poi, magari, nella successiva, si aggiungerebbe ancora qualcun altro, poi qualcun altro ancora; forse alla successiva qualcuno deciderebbe di cambiare strada, che vuol vedere la collina e allora scenderebbe dal treno, per prenderne un altro.
Potrebbe anche capitare di restare soli, in quel treno, per un po’. E allora, in quel caso, prenderei un libro – i miei amati libri che sono sempre con me quando viaggio in treno – e mi metterei tranquillamente a leggere. Potrebbe anche succedere che il treno, all’improvviso, si fermi nel nulla. Succede anche con i treni che prendo di solito per andare a Bari: a volte se ne sta fermo pochi secondi, altre volte un po’ di più. E lì, ti chiedi quando ripartirà, se mai ripartirà. E, se sei solo, hai un po’ di paura; ma se sei con gli altri, allora ci si fa coraggio a vicenda, finché arriva il capotreno e il treno riparte, fino alla prossima stazione.
Magari, proprio verso quella in cui poi ti fermerai.

Perché non ti trovi un fidanzato?

Sarà perché quest’anno compio 28 anni, sarà perché la gente si diverte a rompermi le scatole con ‘sta storia perché sa che mi urta da morire, ma, ultimamente, sempre più spesso mi sento apostrofare con frasi come «Perché non ti trovi un fidanzato?».

Ora, gente – so che probabilmente non passeranno mai di qui; ma al massimo potrei linkare loro questa risposta, così non dovrei ripetermi con tutti
io non so come funziona dalle vostre parti o nella vostra vita, ma, dalle mie parti e nella mia vita, non è che uno suona il citofono, una bella mattina, dicendomi “Ciao, cara, sono bello, intelligente, serio, simpatico, divertente ma non idiota, proprio come piace a te, e voglio diventare il tuo ragazzo.” A parte che, se succedesse una cosa del genere, chiamerei immediatamente la neuro e la polizia temendo di avere a che fare con uno psicopatico, di solito, dalle mie parti e nella mia vita, funziona  che una persona esce per strada, fa la sua vita, conosce persone e, tra queste persone, forse, un giorno, potrebbe capitare d’incontrare la persona di cui  si innamora.
Ora, se già tenete conto che i miei gusti sono MOLTO difficili – e no, non parlo dell’aspetto fisico, ma del cervello, che ormai sembra non esistere più (sia negli uomini che nelle donne, eh; non voglio discriminare nessuno!) – quindi è già altamente improbabile che avvenga questo, vorrei ricordarvi un altro secondo, piccolo, insignificante, particolare: la persona suddetta deve anche trovare interessante me. E innamorarsi.
Sento già risate soffocate, quindi non penso che ci sia molto da aggiungere. So perfettamente che ho un carattere e dei gusti molto particolari che farebbero scappare qualsiasi ragazzo – e se non dovesse scappare, beh, avrebbe davvero bisogno della famosa neuro di cui sopra. E, prima che iniziate a chiedervelo, il mio carattere, a me, va benissimo così.
Capirete quindi che far coincidere i miei gusti  con quelli dell’ipotetico ragazzo di turno che passa per strada, è molto difficile – impossibile, direi io, ma chi sono io per mettere limiti alla Provvidenza Divina?
E no, checché ne pensiate voi, non mi sto buttando giù né deprimendo, eh; sto semplicemente facendo una constatazione oggettiva. Mi conosco benissimo da sola.

Risolta quindi la questione su come io non abbia mai trovato un ragazzo in svendita all’IKEA, la domanda che io pongo a voi (a parte un: «Ma che ve ne frega?») è: ma è così tanto importante, oggi, per una donna del Duemila, dover per forza trovare un uomo?
No, seriamente: questo discorso poteva andar bene qualche decennio fa, quando la donna non lavorava e la sua massima aspirazione era trovare un buon partito, accasarsi e fare figli belli e sani che avrebbero portato avanti la discendenza. Oggi – nel 2012 – le donne studiano, hanno un lavoro, possono vivere del proprio lavoro e non essere necessariamente legate allo stipendio di un uomo.
Non dico che le donne non debbano desiderare di costruirsi una famiglia, avere dei figli su cui riversare il loro amore – è scritto nel nostro DNA -; dico solo che legarsi necessariamente a questo fantomatico amore, deprimersi perché non si trova un uomo, perché “gli anni passano, tutti si stanno sposando mentre io no” è una cosa che mi urta profondamente – e che dovrebbe infastidire tutte le donne che si definiscono “emancipate e indipendenti”.
Sento già qualcuno uscirsene con la perla «Ma non è triste, invecchiare da soli?»
Sarei tentata di rispondere che «Meglio soli che male accompagnati», ma poi mi si apostroferebbe che sono sempre la solita acidona. Ops.
Il mio desiderio, adesso, che sono laureata e che sto regalando il mio tempo per fare tirocini, è trovare un lavoro. Un lavoro che mi permetta, possibilmente, di mettere a frutto quello che ho imparato finora (e non rendere vani i tanti soldi regalati all’università, magari). E, se così non fosse, vorrei un lavoro per avere una mia indipendenza economica, che mi permetta di fare quello che voglio, andare dove voglio, vestirmi come voglio, comprare quello che voglio senza dover dipendere da nessuno. E, se un giorno qualcuno dovesse suonare al mio citofono, se dovessi davvero incontrare quel folle che s’innamorasse di me e che al contempo mi piacesse…
…allora la gente comincerebbe a rompere con matrimonio, figli e menate del genere.

Ma farvi un pacco di cavolacci vostri no, eh?

La verità è che…

E dopo averne sentite e viste di tutti i colori per mesi, dopo essermi fatta il sangue amaro, perché cazzo! Chi credi di essere TU più di ME, piccola pirla idiota?, dopo essermi posta mille domande, a cui ho dato mille e più risposte di cui non so se saprò mai se almeno una è giusta, dopo essermi sentita dire “Ma non è che è colpa tua?”, manco fossi il novello mostro di Lock Ness fuggito in Italia, dopo le centomila cose che ci sarebbero da dire su quanto siano coglione certe persone…
… dopo tutto questo, alla fine, ho capito.

La verità è che non me ne frega niente.
Non me ne frega niente della gente che se la tira, pensando di essere la Migliore del Mondo per chissà quale ragione, quando poi, a conti fatti, non ha niente di più degli altri.
Non me ne frega niente della gente che pensa di essere la Vittima del Mondo e che crede davvero che io abbia il tempo di star dietro a loro e alle loro bambinate. Le Vittime del mondo sono altre, sappiatelo, e non hanno tempo per lamentarsi così. Hanno un minimo di orgoglio, loro.
Non me ne frega niente perché io guardo solo me stessa, quello che faccio, le scelte, giuste o sbagliate che siano non importa, che prendo. Punto.
Io guardo che, a differenza di quello che qualcuno pensa, la mattina mi alzo, vado in archivio a fare il mio bel tirocinio, oppure a lezione, a seconda dei giorni, mangio al volo e poi subito attacco con i bambini.
Certo, non guadagnerò chissà che miliardi, ma non vado a rubare, non peso sulle tasche dei miei per le cazzate e posso prendermi i miei sfizi. Che non sono molti, eh, giusto qualche manga, i libri e il corso di giapponese. Sì, perché il corso me lo pago con i soldini miei, e anche questo mi rende contenta, perché è qualcosa che voglio fare da una vita, per capriccio, per diletto, questo non deve importare a nessuno, e lo faccio, perché posso farlo; quando e se non potrò più farlo, allora se ne riparlerà. E sono felice, perché, oltre a studiare una lingua che volevo imparare da una vita, mi troov in una classe simpatica, dove ci divertiamo e con i cui componenti mi trovo bene.
Anche in archivio sto bene. Io non sono mai stata una persona che attacca facilmente bottone, come Benny, ma, ogni volta che entro lì, mi sento a casa. Mi sento a casa perché la mia tutor è una persona in gambissima e bravissima, che lavora tanto, ma nonostante questo ha tempo per aiutarmi e consigliarmi, perché la gente che lavora non se la tira, ma è disponibile anche per la chiacchiera, per fare una battuta e non ti fa sentire una inetta, perché loro lavorano e tu no e chissà quando lo farai. E, sì, ogni volta che devo andar via, mi dispiace, perché resterei ancora un po’, ma non posso, ho i ragazzini. E cosa c’è di meglio di un luogo dove lavori (ok, fai il tirocinio, ma sempre fai qualcosa, anche se non retribuito), dove ti senti bene?
E il pomeriggio ci sono loro. Ci sono Nicola e Giuseppe, che allietano le mie giornate: Nicola, con i suoi undici anni ancora troppo bambino rispetto ad altri, e che continua a farmi incazzare sulle stesse cose; e Giuseppe, un piccolo adolescente che tanto piccolo non è, visto che è pure più alto di me, in cui rivedo tutto quello che ho dimenticato dell’adolescenza. E che, soprattutto, studia cose molto più interessanti del crollo dell’Impero Romano, che ormai mi esce dalle orecchie. XD E poi c’è Michele. Michele che ultimamente non viene più, ma che è il mio bambino, perché dopo tre anni e mezzo non posso volergli bene come se fosse un fratellino, che è sempre un amore.
E ho i miei libri e i manga, che mi fanno sempre compagnia sul treno o sul pullman, gli anime, che seguo molto meno perché non ho tempo, ma a cui dedico sempre un momentino della settimana, i miei amici, che mi chiedono che fine abbia fatto, visto che su FB sto molto meno e che non mi beccano praticamente più.
Io ho tutte queste cose, per adesso, quindi perché dovrebbe fregarmene di persone che non sanno gioire di quello che hanno, che vivono in un mondo fatto di guardare l’altro per vedere che fa, come vive, mi pensa, non mi pensa? Perché dovrebbe importarmi di chi crede di tirarsela, ma che, così facendo, dimostra solo di essere solo, perché, se ha bisogno di far vedere agli altri di essere qualcuno, vuol dire che da solo non è niente o non ha nessuno che gli faccia pensare di essere speciale?
Perché dovrei farmi il sangue amaro per gente così triste?
No, avete ragione: non ha senso.
Probabilmente qualcuno arriverà fin qui, e mi dirà di non aver capito una sola parola di tutto ‘sto discorso. Probabilmente, qualcun altro si sentirà rodere, pensando che parli di lui, o cercherà di capire chi sia l’oggetto – o gli oggetti – della discussione e forse troverà il coraggio di chiedermelo e/o accusarmi di avercela con lui per chissà quale ragione.
Sapete una cosa?
Non m’importa niente neanche di questo.