Il metodo Konami e io

Per motivi che non sto qui a dirvi, abbiamo deciso di fare dei lavori in casa.
Ora, non so chi di voi se lo ricorda, ma casa mia è ENORME. Non sto esagerando e non sto scherzando. Forse qualcuno troverà figo avere un’abitazione del genere, ma vi posso assicurare che vi basterebbe unirvi per una giornata di pulizia che poi scappereste a gambe levate.
Comunque, il punto non è questo. Il punto è che, dovendo fare dei lavori, abbiamo bisogno di spostare mobili, svuotare credenze e robe del genere. Tutti voi potete capire cosa implichi questo in una casa normale, figuriamoci in una piuttosto grande; se poi ci mettete che la mia è una famiglia in cui vige il motto “Non buttiamo via niente, ché potrebbe sempre servire” potete capire cosa sta accadendo nella mia casa da qualche mese. Giusto per darvi un’idea, nel solo mese di maggio, abbiamo accumulato così tanti sacchi di roba da buttare negli appositi contenitori, che abbiamo fatto almeno una decina di viaggi al giorno. In sintesi, se sentite che nel mio paese la raccolta differenziata ha subito un’impennata improvvisa è merito nostro.

Questo momento di pulizie folle è coinciso, per una fortunata coincidenza, con la scoperta del libro di Marie Kondo Il magico potere del riordino.
Il nome della Kondo non mi era nuovo: sapevo che avesse una propria trasmissione su Netflix, ma non ci avevo mai prestato veramente attenzione; l’altro giorno, invece, volete per il periodo che stiamo vivendo, volete perché sono in periodo di lettura folle e disperata – sarei capace di leggermi un libretto di istruzioni di un missile se lo avessi davanti – l’ho recuperato e me lo sono letto.
Vorrei dire che questo libro mi ha cambiato la vita ma, state tranquilli, questo non accadrà. Come spiego nella mia recensione, di per sé la lettura mi è piaciuta e mi sono anche trovata d’accordo con alcune sue idee, ma non completamente.
Del resto, io sono un’archivista. E un’archivista sa bene che lo scarto è un male necessario, ma che bisogna farlo con criterio; anzi, secondo certe correnti di pensiero da un archivio non dovrebbe essere buttato nulla, ma io non sono mai stata d’accordo con questa idea.
Dicevo, comunque io sono un’archivista. E sono una persona molto razionale. Non scarterò mai le mie cose per tenermi solo quelle che mi rendono felice, perché alcune cose mi servono e basta. Per esempio, avrei volentieri bruciato certi libri dell’università visto quello che ho passato per preparare quell’esame, ma sono ben consapevole che quei libri mi serviranno ancora per tenermi aggiornata o preparare concorsi.
In ogni caso, visto che il metodo Konami è capitato nella mia vita proprio in questo periodo, ho deciso di adattarlo alle mie esigenze e ho abbandonato le grandi pulizie della casa per dedicarmi alle mie, di cose. In realtà, tendo a fare ordine piuttosto spesso, quindi non è che ci sia molto da fare, ma ho deciso di provare seguendo questo metodo, secondo il quale la prima cosa fare è porsi un obiettivo: cosa voglio raggiungere dopo aver riordinato tutto? E la risposta è stata semplice.
Voglio lasciar andare il passato e far pace con me stessa.
Ci sono cose e persone, nella mia vita, che mi hanno fatto male. E per cui, nonostante siano passati anni, provo ancora tanto risentimento. Certo, sono consapevole che queste esperienze mi hanno aiutata a crescere, infatti non voglio dimenticare; voglio semplicemente guardarmi indietro e non provare ancora così tanto astio. Perché certa gente non merita un secondo dei miei pensieri, perché quel che è fatto è fatto e non si può tornare indietro, perché è qualcosa che mi avvelena.
Così, come suggerisce Marie Kondo, ho cominciato dai miei vestiti. In effetti ho dato via un sacco di roba, ma per motivi che non c’entrano niente con la felicità: semplicemente, alcune cose non mi vanno più, altre si sono rovinate, altre entrambe le cose. Dopo, sarei dovuta passare ai libri, ma per me i libri sono la cosa più importante e ho deciso di metterli da parte, anche perché ce ne sono così tanti che devo prima trovare lo spazio adatto per poterli analizzare per bene, perciò sono passata ad altro.
Questa cosa del riordino è diventata quasi una malattia, per me: ogni giorno mi impongo di riordinare qualcosa, che sia la mia scrivania o l’armadio. Secondo la Kondo bisogna riordinare a categorie, ma la mia casa è troppo complicata per seguire questo consiglio e sto facendo di testa mia. Proprio oggi, ho mollato un cassetto della mia scrivania a mia madre e le ho detto: «Qui ci sono cose tue. Vedile e butta quello che non serve».
«Ma ho da fare oggi», mi ha risposto.
«Allora te lo lascio qua», ho ribattuto mollandoglielo sul tavolo. Ci si è dedicata, ma il problema è che non sapeva dove mettere le cose che aveva lasciato e così sono rimaste lì. C’è da dire che almeno adesso pesa un decimo e ci sono effettivamente solo documenti utili. Nel frattempo, io ho svuotato completamente un altro cassetto e ho alleggerito altri quattro.

Marie Kondo dice che i ricordi sono le ultime cose che bisogna buttare, perché sono le cose più potenti e quelle a cui siamo più legati, e quindi è più difficile separarsene. E invece, io ho deciso di non aspettare e occuparmene subito.
Da anni ormai ho preso l’abitudine di mettere gli oggetti che per me rappresentano i ricordi più belli in una scatola di scarpe. Le scatole si sono moltiplicate e sono diventate tre.
È da quando ho letto quel libro che quelle scatole mi ossessionavano. Devo fare pulizia tra quelle, mi dicevo. Ho aspettato un paio di giorni, dedicandomi all’armadio, ma ormai non pensavo ad altro. Così, qualche pomeriggio fa ho deciso che era arrivato il momento.
Pensavo che ci avrei messo di più e invece ci ho impiegato solo due ore. Ho preso ogni lettera, ogni disegno, ogni articolo e l’ho guardato.
Ed è qui che ho ritrovato il vero metodo Konami: ci ho messo pochi attimi a capire cosa mi facesse sorridere e ciò che invece non volevo più vedere. Ho pianto tantissimo quando ho letto i titoli degli articoli dedicati al corso di teatro di cui facevo parte e che mi manca ancora ogni giorno; mi sono intenerita nel vedere alcuni messaggi che scambiavo con le mie compagne di classe durante le ore di lezione; mi sono commossa quando ho ritrovato il biglietto che mi diedero per la fine del mio servizio civile; mi sono sentita strappare il cuore dal petto quando ho buttato alcune copie dei testi delle canzoni giapponesi che stampavo per impararle a memoria, perché effettivamente sono cose che posso recuperare molto facilmente, e sì, le ho ringraziate per tutto quello che hanno fatto per me.
Ma ho anche provato tanta rabbia quando mi sono capitati tra le mani alcuni biglietti di auguri delle persone che, invece, non sono stati così amici come invece avevo creduto. Era come se, da quelle carte, trasparisse l’ipocrisia di chi mi mandava bacini sulla carta e poi parlava male di me alle spalle. «Ti sto prendendo per il culo, sai?» mi sembrava quasi di sentire la voce della persona che mi scriveva. Le ho strappate con rabbia, quasi con odio, e mi sono chiesta perché le avessi conservate fino ad allora. Perché avevo conservato gli articoli su un posto che ho odiato, scritti da persone che non voglio sentir più nominare neanche per sbaglio? Perché, nonostante tutto, è il mio passato e non volevo dimenticarlo. Per mantenere indelebile nella mia memoria chi mi aveva fatto male e mi aveva trasformato in una persona senza fiducia in se stessa. Per non dimenticare e poter continuare ad alimentare il fuoco della rabbia.

Alla fine di quelle due ore ero stanchissima, come se avessi lavorato per dodici ore. Ma ne è valsa la pena. Le scatole sono più leggere e anche io, per adesso. Tuttavia, c’è ancora una terza scatola, quella delle foto, che devo riordinare. Ma quella la lascerò per ultime, perché le foto sanno fare ancora più male di lettere e bigliettini di auguri. Mia madre mi ha chiesto se davvero ho intenzione di buttarle e ho detto di sì. Perché lo devo a me.

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