Blocco del lettore

È una condizione che mi capita almeno una volta l’anno – in genere dopo aver fatto man bassa di libri – e dura un mesetto o due, ma stavolta sta durando molto di più.

Tutto è iniziato ad aprile: fino ad allora, leggevo regolarmente (l’ultima full immersion che ho fatto è stata la saga di Adrien English di Josh Lanyon che ho adorato e che ha inserito l’autrice tra le mie scrittrici preferite); poi, un bel giorno, all’improvviso, non riuscii più a trovare un libro che mi soddisfacesse; ho iniziato almeno una decina di libri in questi mesi, che ho mollato anche dopo una cinquantina di pagine, per i più diversi motivi.

All’inizio, ho pensato fosse colpa dell’ispirazione, che era tornata a farsi viva. In genere, mi sono resa conto che quando ho voglia di scrivere non riesco a leggere. È come se il mio cervello, troppo occupato a pensare ai personaggi che parlano nella mia testa, consideri una perdita di tempo dedicarsi alla lettura. Mi è successo anche l’anno scorso, quando tra luglio e agosto ho scritto un romanzo e, visto che Ryo ha prosciugato le mie energie durante la stesura de Il mistero del Majesty, ho pensato che il problema fosse legato a quello e non ci ho badato più di tanto. “Quando finirò di scrivere, passerà”, mi dicevo.
E invece no. Anche dopo aver messo la parola FINE anche alla terza fanfiction – sì, alle due di cui ho parlato nello scorso post si è aggiunta una terza, anche se più breve delle precedenti – ed essere tornata a dormire in modo normale e a sognare cose normali, la mia voglia di leggere non è affatto tornata.

Oddio, non è che non abbia proprio più letto: mi sono fatta una scorpacciata di fanfiction su City Hunter e ho comunque letto vari romanzi, tra cui La verità sul caso Harry Quebert, ma non così tanti e con la stessa passione con cui leggo di solito. Ho faticato non poco ad arrivare alla fine di alcuni titoli, e non perché non fossero belli, ma perché la mia mente volava via e dovevo tornare più volte indietro a leggere un determinato passo.

Passerà, continuo a ripetermi. E lo so che non è che non faccia altro: tra le trascrizioni per Torchio Verde, la visione di anime e telefilm, il corso d’inglese e altre cose che mi sono accadute in real life, avevo e ho altro per la testa.
Però… però a me manca. Come quando hai il blocco dello scrittore e vorresti scrivere, ma non ci riesci o non ne hai proprio la forza.

A tutto questo, si aggiunge il blocco del recensore che mi ha colto già qualche mese prima di quello del lettore (e, infatti, se passate da La taverna dei sognatori, vedrete che non lo aggiorno da un po’). Forse le due condizioni sono legate tra loro, o forse mi sto facendo troppi film inutili che non fanno che alimentare la mia frustrazione.
Passerà, mi dico e mi dicono. E lo so. Ma il problema è che deve passare in fretta, perché l’anno prossimo ho intenzione di tentare l’esame per il C1 di inglese e mi serve leggere in inglese per migliorare il mio vocabolario. E se non ho voglia di farlo nella mia lingua, figuriamoci se mi va di farlo in un’altra. Per adesso, posso ovviare con gli articoli dei vari giornali britannici o i sottotitoli di anime, film e telefilm, ma so che non è la stessa cosa.
Quindi alla voglia di leggere, si aggiunge il disperato bisogno di farlo. E più questa situazione mi preoccupa, più non si sblocca. È un circolo vizioso che va in un qualche modo spezzato, ma non riesco a capire come.

Lo so che non dovrei pensarci e lasciare le cose come stanno. Lo so che dovrei dedicarmi ad altro. Lo so che è più facile riprendere a leggere con libri che possono riaccendere la mia passione. So tutte queste cose, perché sono le stesse che dico io agli altri e che applico anche su me stessa, di solito.
Ma stavolta non funziona e non so più che fare.

Ritorno alle origini

Qualche mese fa, dopo aver finalmente recuperato gli ultimi volumi di Angel Heart e aver scoperto che l’anno prossimo ci sarà un nuovo film animato di City Hunter E che i francesi stanno producendo un film sulla serie, ebbi un fortissimo momento di nostalgia per questa serie che, per chi non lo sapesse, ho sempre amato moltissimo e decisi di rileggere il manga. Non contenta, dopo ho rivisto anche l’anime – in giapponese, stavolta, perché mi sono accorta che non l’avevo mai fatto, nonostante, a ben vedere, io Ryo Saeba l’abbia conosciuto grazie alla serie animata – e sono andata a ritrovare vecchissime fanfiction presenti sull’IM-FA che, ai tempi, adorai.

Non avrei dovuto farlo.

Questo megatuffo nel passato ha avuto delle conseguenze a dir poco nefaste sui miei già pochi e precari neuroni, facendomi innamorare di nuovo di una serie, di personaggi, di storie che non ho mai completamente dimenticato e che mi sono sempre stati cari. Anzi, se possibile, facendomeli amare anche di più. Perché leggere City Hunter a 16 anni è ben diverso da farlo a 20, ma anche 25 e a oltre 30. Dietro le stupidaggini di Ryo, le martellate di Kaori, le battute e i mokkori, vedi molto, molto di più, capisci cose che, da piccola, avevi solo intuito, ma che adesso realizzi in tutta la loro crudele bellezza. Ho riletto pere tre volte in un mese il volume in cui appare Kaibara e si scopre cosa è successo a Ryo tanti anni prima e alla fine mi sono ritrovata a piangere come una scema.

Morale della favola: dopo 17 anni dalla mia prima fanfiction sulla serie (e dall’inizio della mia vita di ficwriter), ho scritte altre fanfiction su questa serie. Due, per la precisione.
Non UNA, non una oneshot, ma ben DUE, di 26mila parole l’una e di oltre 36mila l’altra. Questo, per ora, perché, come mia abitudine, prima di metterle online, le leggerò ancora, le modificherò, cercherò di eliminare i refusi e le illogicità, per cercare di postare qualcosa che sia il più decente possibile.

Non so neanche io da dove siano nate queste storie. La prima avrebbe dovuto essere una semplice oneshot, di poche pagine, ambientata subito dopo la fine del manga, una specie di finale-finale della serie. Ma Ryo non ne ha voluto sapere e ha dilatato i tempi, ha aggiunto nuove avventure e moltiplicato i drammi, facendomi creare qualcosa a cui né io né lui eravamo pronti. Ma è stata una bella sfida, sia perché per la prima volta ho provato a scrivere un racconto giallo, sia perché mettermi dal suo punto di vista è stato stancante, ma molto emozionante. Certo, l’ho già fatto un’altra volta, con una storia davvero triste ambientata dopo la morte di Kaori, ma questa volta è stato molto diverso.
Paradossalmente, è stato più facile raccontare il dolore di un uomo che ha perso la persona amata, anche perché, beh, cosa potesse provare in quei momenti era abbastanza chiaro e lo stesso Angel heart ne ha parlato moltissimo, regalandoci delle pagine bellissime e struggenti da cui devo ancora riprendermi.
Ma il Ryo di CH è molto diverso, capire quello che pensa veramente è davvero un’impresa titanica. È stata un’impresa farlo parlare, riuscire ad entrare dentro la sua testa e il suo cuore. Ma ancora più difficile è stato mettergli in bocca le parole giuste da dire a Kaori per poter finalmente creare il finale che volevo, senza farlo scadere nell’OOC (e spero davvero di esserci riuscita). Studiandolo, scandagliando la sua anima e i suoi pensieri, l’ho amato (e odiato, a volte), se possibile, ancora di più.

Poi, mentre stavo mettendo la parola fine alla prima storia – che già aveva prosciugato tutte le energie – , ecco che me ne spunta un’altra in mente. Stavolta il copione è stato diverso: l’idea generale è rimasta quella, ma, alla fine Miki e Falcon hanno voluto essere parte attiva, partecipando anche loro al caso con i nostri due eroi.
Sebbene ci fossero tutti questi personaggi da muovere, inaspettatamente, è stato molto più semplice scriverla, perché ormai avevo imparato come gestire Ryo (o meglio, come NON gestirlo) e gli altri si sono dimostrati sempre molto disponibili a farsi sfruttare per le cose più assurde (persino Falcon a cui ho appioppato un piccolo segreto nel passato). E poi, secondo me, lo stesso Ryo voleva capire dove volessi andare a parare. XD Credimi Ryo, ne sapevo quanto te, hanno fatto tutto Miki e Kaori! XDD

Alla fine di tutto, sì, è stato bello e gratificante. Non importa che per due mesi ho dormito malissimo, immaginando scene che alla fine lui mi cazziava sempre, litigando perché mi aprisse la porta del suo cuore e mi informasse sugli indizi che trovava, minacciandolo in tutti i modi possibili e (non) immaginabili, e pianificando una vendetta che, alla fine, lo ha fatto crollare e mi ha fatto vincere la battaglia (ma alla fine chi ci ha guadagnato veramente è stato solo lui, quindi che non provi a lamentarsi! è_é). Non importa che per due mesi non ho fatto altro che scrivere, ignorando serie TV, anime, film, persino libri e vita sociale (beh, quella anche per altri motivi che non sto qui a dirvi).
E, sì, ne è valsa la pena. Perché è stato come ritrovare vecchi amici che non vedevo da una vita e che mi hanno riportata indietro nel tempo, tra ricordi di ieri e consapevolezza di oggi.

Adesso, però, che ho messo la parola fine alla seconda storia e nessuno ha più bussato alla mia fantasia per raccontarmi qualche altro episodio da scrivere, mi sento un po’ giù. Non ci crederete, ma quando ho chiuso il secondo file word per lasciarlo depositare prima della prossima revisione, mi sono sentita così triste che ho anche versato qualche lacrima. E nonostante abbia detto che voglio una pausa, che ho bisogno di dormire, che Kaori e Ryo la devono piantare di litigare nella mia testa e lui deve finirla di impedirmi di farmi i fatti suoi, io spero tanto che tornino presto a farmi visita. Perché mi sento già sola senza di loro.

Tirando le somme: 2017 edition

Quest’anno non farò il solito giochino di fine anno.
Non è una sorta di protesta o che, eh; semplicemente, gli avvenimenti importanti di questo anno sono talmente pochi che non vale proprio la pena lambiccarsi il cervello e perdere tempo.
Gli eventi salienti del mio anno, infatti, possono essere riassunti così:
– Ho preso il First. E questo l’ho già scritto qualche post fa, quindi è inutile spenderci su troppe parole. Alla fine, ho deciso di proseguire il corso di inglese, comunque. La mia idea era di frequentare giusto per tenermi in allentamento, ma poi tutta la mia classe vuole fare l’esame e così ci stiamo allenando per provarlo l’estate prossima. Io. Il CAE. Solo al pensiero, mi viene da ridere. Vedremo.
– Sono finita al pronto soccorso. Nulla di grave, tranquilli, solo una piccola cicatrice sulla fronte che mi resterà a vita, ma poteva andarmi peggio. A questo proposito vorrei solo commentare l’espressione tragggggica delle infermiere che vi trovai: e se fossi stata moribonda e in fin di vita che faccia avrebbero fatto? Un po’ di vita, signore, e che diamine (no, il pronto soccorso quel giorno era vuoto, quindi non è che fossero proprio oberate di lavoro);
– Ho aperto un blog serio di recensioni (con “serio” intendo che lo sto pubblicizzando e che spero ingrani; devo dire che il fatto che non l’abbia chiuso dopo due ore è già un gran bel passo avanti XD)m ma anche di questo ho già parlato in un altro post, quindi passiamo oltre;
– Ho visto il musical Mamma mia e l’ho semplicemente adorato. Se mi avessero proposto di tornarci il giorno dopo, l’avrei fatto; ho anche rivisto Notre Dame di Paris e l’ho amato ancora di più della prima volta: forse dipende dal fatto che ero molto più vicina, quindi sentivo e vedevo meglio, o dal fatto che, conoscendo tutte le canzoni a memoria, ho potuto concentrarmi meglio sul significato dei vari testi.
Letture: quest’anno le mie letture sono state altalenanti, nel senso che ho letto libri bellissimi e altri che sono state delle cagate pazzesche. La palma d’oro di libro più bello se la contendono Apollo con La profezia oscura, di Riordan, Your Name, di Shinkai e Il labirinto degli spiriti di Zafòn. Avrei voluto inserire nella lista L’amica geniale, ma siccome gli altri tre non li ho trovati alll’altezza, e io li considero un’unica opera e non quattro titoli diversi, niente da fare. Il prestigioso titolo di libro più brutto dell’anno lo vincono a pari merito L’uomo che inseguiva la sua ombra di David Lagercrants e Lo strano caso dell’apprendista libraia di Deborah Melyer che mi hanno disgustato come pochi al mondo, per motivi molto diversi (se vi interessa sapere il motivo, potete andare sul blog di cui sopra per scoprirlo);
Film e serie tv: film ormai ne vedo pochi, soprattutto al cinema, ma indubbiamente il più bello è stato Hidden Figures; sul più brutto, invece, non saprei, ma direi che quello dei Power Rangers potrebbe essere un ottimo candidato. Per quanto riguarda le serie TV, quest’anno mi è andata più che bene: mi sono letteralmente innamorata di Lucifer, ho adorato Miss Fisher e sto aspettando con ansia che torni dalla pausa invernale The Good Doctor; quella che mi ha deluso di più è stata Rellik. Per carità, l’idea era anche buona, ma la resa è stata davvero noiosa (a parte qualche scena dell’ultima puntata);
– Sul fronte anime, la scoperta dell’anno è stata indubbiamente (e non avevo dubbi), Mahou Tsukai no Yome, mentre di delusioni ne ho avute parecchie: Kino no Tabi, per esempio, da cui mi aspettavo molto di più, o Vatican Miracle Examiner che ho mollato al quarto episodio;
– Incredibilmente, dal punto di vista musicale, ci sono un sacco di canzoni che mi ricorderanno questo 2017: Il congiuntivo, per quanto mi riguarda sarà l’ultima grande hit dell’anno, Occidentali’s Karma, che amo alla follia e, per quanto riguarda le sigle Made in Japan, Shinzou wo Sasageyo de L’attacco dei giganti, Floria, di Natsume Yuujinchou Roku e oserei dire tutta l’OST di Mahou Tukai no Yume.

Propositi per l’anno nuovo?
Sono anni che faccio propositi, ma alla fine ne realizzo pochissimi, quindi finisco solo per deprimermi a ogni fine anno. Perciò, stavolta, il mio proposito è non farne. Non che desideri non ne abbia eh, ma stavolta preferisco tenerli per me: l’anno prossimo vi dirò come sarà andata. XD

La taverna dei sognatori

Ok, respira.

Dopo anni di tentennamenti e insicurezze, dopo tantissimi “Sì, ma chi me lo fa fare?” e “Nah, che idea stupida, ma a chi diavolo vuoi che interessi una cosa del genere?” e altri mille film mentali che potrebbero riempire le cineteche di tutti i pianeti dell’universo, alla fine, mi sono decisa e ho aperto un blog di recensioni: La taverna dei sognatori.

Noooooo, anche tu? Ma era proprio necessario? Non rompi già l’anima su aNobii e Goodreads per infestare anche altri lidi? E poi, chi te l’ha detto che le tue recensioni interessano davvero a qualcuno?

Avete ragione su tutta la linea, infatti, proprio per questo motivo, negli anni, ho creato e cancellato almeno una decina di blog di recensioni. Poi, un’amica, qualche giorno fa, mi ha fatto notare come il mondo abbia bisogno dei mie sproloqui e, così, eccomi qui. U_U

(No, ok, sto scherzando, quindi non andate a cercare la povera Rose per minacciarla, grazie).

Se vi state chiedendo come funziona e cosa troverete, potete risolvere i vostri dubbi andando qui.

Proprio perché è un blog appena creato, probabilmente, ci saranno ancora dettagli che devo sistemare: non fatevi alcuno scrupolo nel segnalarmeli, anzi, ve ne sarei davvero grata.

Che altro aggiungere? Buona lettura!

First Certificate

Da quando ho iniziato a fare il gioco di fine anno, quello che riassume ciò che abbiamo fatto durante l’anno passato e i nostri progetti per quello futuro, c’è sempre stata una costante: la mia voglia di imparare l’inglese e prendere una certificazione.

Per anni è stato un progetto posticipato al Duemilamai, sia perché avevo altro da fare, sia perché, diciamocelo, l’inglese non è mai stata la mia lingua preferita – e ogni giorno penso alla persona che mi ha portata a questo punto e le invio tutto il mio disprezzo.

Poi, finita la scuola d’archivio e il servizio civile in una botta sola, senza ragazzini a cui fare ripetizioni perché a quei tempi uno aveva finito la terza media, mentre l’altro non era interessato ai compiti per le vacanze almeno fino ala settimana prima dell’inizio della scuola, decisi che era ora di superare questa mia avversione e decisi che avrei sfruttato quello che amavo di più, per avvicinarmi a qualcosa che odiavo: i libri e gli anime.

Grazie a un’amica, infatti, avevo scoperto che la BBC faceva bellissime mini-serie sui miei romanzi preferiti e quindi decisi di vederne qualcuno. Non ero – e non sono – un’appassionata di serie americane, troppo lunghe e con un accento che a me non piace per niente, ma quelle British sembravano un buon compromesso.

Fu quello il mio primo incontro con un period drama e ne rimasi conquistata. Mi ricordo ancora il primo che vidi: Emma, tratto dal romanzo della Austen che avevo finito di leggere poche settimane prima.

Dopo quello, non mi sono più fermata, prima grazie ai consigli della mia amica, poi perché avevo trovato tanti siti a cui fare riferimento: pian piano, dai period-drama sono passata ai gialli e alle serie cult: conobbi Merlin, Doctor who, Torchwood e, con loro, attori fantastici di cui non conoscevo l’esistenza.

Ogni giorno vedevo almeno un episodio: era un compito che mi ero prefissa e, oggi, dopo 4 anni, continuo ancora a svolgerlo diligentemente.

Con il passare degli anni, ho deciso di allargare il mio bacino:mi ero accorta, infatti, che, effettivamente, la mia capacità di capire un dialogo in inglese era migliorata tantissimo, nonostante usassi solo i sottotitoli italiani; così sono passata a vedere gli anime con i sottotitoli in inglese (e, devo dire, la mia pazienza, sia in termini di attesa che di resa linguistica, ne ha giovato tantissimo); inoltre, in quel periodo trovai le light novel di una serie anime che amavo, in inglese, e decisi di provare a leggerle: impiegai mesi a finire la prima, la seconda subì varie interruzioni, mentre per la terza ci misi due settimane e per la quarta solo pochi giorni.

A settembre 2015, la svolta. Un’amica, conosciuta grazie a uno stage per un corso di formazione che stavo facendo, mi chiese se davvero avevo intenzione di fare un corso in inglese, perché anche lei voleva farlo. Facemmo insieme il test di ingresso, ma alla fine ci trovammo in due livelli diversi. Non aveva importanza: era bastata quella spinta per farmi decidere.

Questo autentico tuffo nell’inglese diede i suoi frutti: l’anno scorso, come qualcuno ricorderà, presi il PET con un voto altissimo e a settembre mi iscrissi al livello per ottenere il First, certificato minimo per poter essere calcolata sia all’estero sia dagli italiani che cercano qualcuno che conosca l’inglese.

Nello stesso periodo, l’anno scorso decisi di dedicarmi alla lettura di libri in inglese: le light novel, ormai, non bastavano più, anche perché avevano un lessico troppo semplice; così, sono passata ad autori di romanzi per ragazzi che amo: niente di troppo complicato, ma abbastanza abbordabili perché non mollassi subito. Parlo di Rick Riordan e, soprattutto, Jonathan Stroud, l’autore che ha dato inizio a tutto, poiché avevo scoperto che in Italia si degnano di pubblicare i suoi romanzi almeno due anni dopo la loro uscita in Inghilterra: in pratica, per leggere gli alti due romanzi finora usciti della sua ultima sua saga avrei dovuto aspettare almeno altri quattro anni!

A fine anno decisi di fare l’ultimo passo: vedere serie in inglese sottotitolate in inglese.

La causa è molto simile a quella che mi ha spinto a leggere in inglese: nonostante ci siano un sacco di gruppi di fansub, ho notato che la maggior parte si dedicano a serie cult, mentre quelle che piacciono a me non le calcola mai nessuno (un giorno scriverò un post su questa mia capacità innata, mia croce e delizia da sempre): o non vengono tradotte oppure sono la classica ultima ruota del carro e devo aspettare un sacco per vederle. Così, mi sono detta, se non va Maometto dalla montagna…

Mi rendo conto che questi ultimi due punti sono davvero difficili da mettere in pratica, per me: amo leggere e farlo in una lingua diversa dalla mia è fastidioso, anche perché sono costretta ad essere più lenta, in quanto non sempre conosco tutte le parole; la stessa cosa succede con i sottotitoli, soprattutto quando vengono usati phrasal verbs e slang, che ogni volta sono la mia croce. Per questo, preferisco farlo con opere che non si trovano in italiano e che quindi non posso recuperare in altro modo; tuttavia, ci sto lavorando: con gli anime ci sono riuscita e non vedo perché non dovrei frtlo anche con i telefilm o con i libri.

Anche questo ulteriore passo avanti, comunque, non è stato vano: l’8 luglio ho sostenuto l’esame per il  First – in anticipo rispetto all’anno di corso – e qualche giorno fa ho avuto il risultato: esame superato!

Ci ho messo un po’ a razionalizzare e a capire che cosa significa veramente per me questo traguardo. Per gli altri non sarà niente, un semplice certificato in più nel curriculum, ma, per me, che sono partita dall’odiare questa lingua e dal “Un giorno lo farò” è molto, molto di più.

Ce l’ho fatta.

Adesso mi guardo interno ed è come se qualcosa mi mancasse: d’accordo, continuerò a vedere le serie tv in inglese con i sottotitoli in italiano o in inglese, a cercare di leggere più libri in inglese, ma poi? Voglio continuare, perché una lingua, se non si pratica, la si dimentica. Quindi, la soluzione migliore sarebbe continuare il corso che sto facendo. Non tanto per fare anche l’esame per il C1, sinceramente per adesso non mi interessa proprio, ma per me stessa. Anche perché da sola posso anche leggere e vedere serie tv, ma non potrei parlare in inglese e migliorare il mio writing. E, soprattutto quest’ultimo, è ancora un problema per me. Sono sicura che si tratta solo di mancanza di fiducia in me stessa, retaggio del mio odio atavico per questa lingua, ma ho tutta l’intenzione di superare anche questo scoglio.

Solo che, per iscriversi a un corso servono soldi, e già l’anno scorso frequentare e fare l’esame è pesato tantissimo sulle mie già esigue finanze.

Non so davvero cosa fare: l’ideale sarebbe trovare un amico madrelingua (o che conosca in modo eccellente la lingua) a cui vada di scrivere e parlare in inglese con me – e che, possibilmente, mi corregga – ma per adesso è tutto un grande punto interrogativo.

Di una cosa sono certa: per la prima volta, a dicembre, non scriverò che voglio prendere il First. E questo è davvero tanto, per me.

Bye bye, 2016

E, come ogni anno, eccomi qui a tirare le somme di questo 2016.
Un anno abbastanza positivo, per quanto mi riguarda; migliorabile, è vero, ma ci sono stati anni peggiori: ho conseguito il PET, ho terminato l’inventario dell’ENAL che portavo avanti da cinque anni, sono stata scrutatrice e quasi la metà delle mie letture è stata in inglese (un risultato più che buono per una che, fino a un paio di anni fa, odiava questa lingua XD).
Certo, c’è sempre qualcosa che manca, qualcosa che poteva andare meglio, qualcosa che, invece, si è rivelata un disastro, o quasi; ma, visto l’andazzo generale del 2016, mi accontento dei miei traguardi, con l’augurio che, nel prossimo anno, possa superarne altri.
Vorrei augurare un anno meraviglioso, ovviamente. Un anno senza brutte notizie, senza tragedie e calamità, naturali e non. So che è un’utopia, ma spero, comunque, che sia un anno ricco di soddisfazioni e risultati. Auguri a tutti!

Cos’hai fatto nel 2016 che non avevi mai fatto? ho fatto da scrutatrice ai due referendum; ho pubblicato un inventario; ho sostenuto un esame Cambridge (il PET); ho letto più di un romanzo in lingua originale (e non una riduzione scolastica); ho seguito delle serie TV interamente sub eng; ho prenotato da sola dei voli (fino ad adesso lo avevano fatto altri per me XD); ho bevuto vine brulé e mangiato pancake e dorayaki; ho scritto una fanfiction su Toshokan sensou; ho studiato diritto amministrativo; sono stata al Festival dell’Oriente; ho assistito a una partita di pallavolo della nostra nazionale; ho organizzato un pranzo di matrimonio; sono stata a Salerno e sul lago Lacena; sono stata in una SPA; ho visto dal vivo John Peter Sloan e Michele Riondino (con tanto di foto e autografo!).

Hai mantenuto i buoni propositi fatti l’anno scorso, e ne hai nuovi per il 2016? L’anno scorso scrissi queste parole: “ripropongo la certificazione d’inglese, perché non ce l’ho ancora, un lavoro più stabile, leggere più manga e Guerra e pace e riprendere il giapponese”. Di queste, ho mantenuto solo la prima: non ho ripreso Guerra e pace (anche se ho visto la miniserie della BBC), i manga sono ancora lì che mi attendono e, per quanto per qualche settimane abbia fatto qualche lezioncina di giapponese, non l’ho proprio ripreso. Tutto sommato, però, poteva andare peggio. XD

C’è stata qualche nascita tra le persone a te vicine? Sì, per fortuna! Sono ormai una zia acquisita veterana! XD

C’è stata qualche “dipartita” tra le persone a te vicine? Per favore, eh. Quest’anno, fra personaggi famosi, persone che conosco, altre vicine a persone che conosco e gente morta in attentati e in incidenti abbiamo fatto l’en plein. -__-

Quali nazioni hai visitato? Solo l’Italia. A meno che non valgano i padiglioni del festival dell’Oriente. XD

Cosa vorresti avere nel 2017 che ti è mancato nel 2016? Un lavoro stabile.

Quale data del 2016 rimarrà nella tua memoria? Il 12 luglio, giorno dell’incidente ferroviario tra Corato e Andria. Ma ne ho parlato già abbastanza all’epoca.

Qual è stato il tuo più grande risultato di quest’anno? Il PET e la pubblicazione dell’inventario dell’ENAL.

Qual è stato il tuo più grande fallimento? Non aver trovato un lavoro stabile.

Hai avuto malattie o incidenti? No, ma ad agosto ho avuto un fortissimo dolore al piede sinistro e ultimamente ho spesso dolori al collo. -_-

Qual è stato il tuo miglior acquisto? Il mio nuovo, fighissimo, cellulare! *_*

Quale avvenimento ha meritato d’essere celebrato? L’inventario e la certificazione. Ma non li ho mai festeggiati. XD

Quale avvenimento ti ha depresso? I requisiti richiesti al concorso MiBACT, sempre più assurdi e folli. Troverò mai un lavoro nel settore che amo tanto e per cui ho speso tanti soldi senza dovermi svenare per una formazione sempre più specialistica e sempre più costosa?

Che fine ha fatto il tuo denaro? Uscite, manga e corso d’inglese.

Cosa ti ha davvero emozionato? L’aver preso un voto così alto alla certificazione. Non ci avrei mai creduto: quando Pasquale me l’ha confermato, me lo son fatto ripetere almeno una decina di volte. XD Avrà pensato che sono completamente scema. XD

Quale canzone o album ti ricorderà il 2016? Questa e quest’altra canzone.

Rispetto all’anno scorso, sei: più o meno felice? più o meno grassa? più o meno ricca? Più grassa, perché faccio una vita più sedentaria; più povera, perché non guadagno granché e sono aumentate le spese; meno felice, perché i momenti giù superano di gran lunga quelli in cui mi sento positiva.

Cosa avresti voluto fare di più? Credere in me stessa.

Cosa avresti voluto fare di meno? Deprimermi.

Come hai trascorso il Natale? Prenotando le vacanze ad altri. XD Oltre a questo, quest’anno sono venuti a pranzo la famiglia di Marica e quella di Ammarita e il ragazzo di mia sorella. Eravamo in 12.

Con chi passi più tempo al telefono? Simona.

Ti sei innamorata nel 2016? No.

Quante avventure di una notte nell’ultimo anno? Continuo ad essere una ragazza troppo seria per fare queste cose. U_U

Qual è stato il tuo programma tv preferito? Peaky Blinders e Haikyuu!!!

Qual è stato il più bel libro che hai letto? Le fatiche di Apollo: l’oracolo nascosto, di Rick Riordan.

Qual è stata la tua migliore scoperta musicale?  Questa canzone. E pensare che l’anime devo ancora proseguirlo. XDD

Cosa hai voluto ed ottenuto? Il PET.

Cosa hai voluto e non ottenuto? Riprendere a scrivere a pieno regime.

Quali sono stati i film migliori dell’anno? Quest’anno ho visto parecchi film che mi sono piaciuti: The danish girl, Animali fantastici e dove trovarli e Your name in primis. Mi raccomando, vedetelo a gennaio! è__é

Cosa hai fatto il giorno del tuo compleanno, e quanti anni hai? 32. A dire il vero non mi andava di far niente, ma alla fine venne a pranzo un’amica e il ragazzo di mia sorella e restammo tutto il pomeriggio a chiacchierare; la sera prima, invece, offrii ad alcuni amici un cornetto.

Come descriveresti il tuo concetto personale di moda per il 2016? Tutti quei colori sgargianti mi fanno troppo schifo per avere un’opinione in proposito. XD

Cosa ti ha mantenuto in salute? Sono una persona all’antica, io: non prendere freddo, metti la sciarpa ed evita le correnti d’aria. Poi,  Vivinci e ActiveGRIP se proprio sei stato fregato. XD

Quale personalità ti ha affascinato? Affascinato nessuno, ma mi piace un sacco Shaneid, una ragazza che insegna inglese presso la scuola che frequento. Non so perché sinceramente, ma l’adoro! <3

Quale tema politico ti ha appassionato maggiormente? I due referendum.

Cosa/chi ti è mancato? Un fucile, per far fuori certi coglioni. Sì, ok, scherzo. Ma anche no. -> questa la riciclo ancora una volta, ma aumento la dose: più che un fucile ci vorrebbe un asteroide che faccia fuori gli esseri umani in generale. Facciamo troppo, troppo schifo.

Qual è stata la persona migliore che hai conosciuto? Quest’anno ho conosciuto varie persone, soprattutto al corso d’inglese, ma la persona che mi viene in mente è Annarita. Ci conosciamo da qualche anno, ma è stato quest’anno che abbiamo stretto più amicizia e abbiamo preso la sana abitudine di andare a prenderci un’HB al pub. XD

Raccontaci una lezione di vita importante avuta dal 2016: “Quando credi di aver visto tutto, gli esseri umani riescono a stupirti. In negativo.”

Una strofa di canzone che riassuma l’anno trascorso: prima o poi riuscirò a trovarla. Neanche quest’anno è uno di quelli, però! XD

Buoni propositi per l’anno nuovo. Ma sì, proviamoci anche quest’anno! XD Un viaggio all’estero, possibilmente in terra anglofona per migliorare il mio inglese, prendere il First e trovare un lavoro stabile, possibilmente che mi piaccia e leggere più libri, soprattutto in inglese – o almeno più difficili rispetto a quelli letti quest’anno. Chissà se ce la farò! XD

Intervista sui personaggi

Questo meme l’ho rubato a Nykyo.
 
La regola è questa: Parlatemi di uno dei vostri personaggi preferiti, che sia conosciuto o inventato da voi. 16 domande (anche se mi sono accorta che una si è persa strada facendo. XD).
 
Allora, visto che io scrivo sia fanfiction che originali, vuol dire che parlerò di due personaggi, uno originale e uno da me molto sfrutt- ehm, su cui ho scritto molte fanfiction. U_U
 
1. Qual è il vostro personaggio preferito? Perché?
Enrico (originale) e Chiaki (Nodame Cantabile).
Non è che siano i miei preferiti, ma li ho scelti perché scrivere su di loro è stato un vero piacere. Enrico è quello che, da essere una macchietta, ha imposto la propria presenza con tale forza che alla fine gli ho dedicato anche una spinoff (ed è stato il personaggio preferito di molti lettori); Chiaki, invece, è stato l’unico che abbia deciso di collaborare a questo gioco: Tsukimori (La corda d’oro) mi ha guardato dall’alto in basso schifato, mentre Sanzo (Saiyuki) mi ha puntato una shoreiju senza tanti complimenti. -.-
Chiaki: veramente io sono stato costretto da Nodame. Ma tra te e lei, preferisco le tue domande.
Ehm… proseguiamo che è meglio. ^^
 
2. Qual è la cosa più brutta che gli sia accaduta nella vita?
Con Chiaki l’autrice si è divertita parecchio: ha rischiato di annegare, ha paura di volare per uno shock avuto da bambino, quindi (fino al decimo volume del manga) è bloccato in Giappone senza poter raggiungere il suo amato maestro, Viera, in Italia. Dulcis in fundo, la sua fidanzata lo lascia (prima dell’inizio della storia). XD
Chiaki: no, la cosa peggiore è stata conoscere Nodame.
Io: Chiaki, l’intervistata sono io, non tu. E poi, dici così, ma so che non lo pensi!
Chiaki: Davvero? Ti ha mai invitato a pranzo?
Io: Ehm… ^^ Dicevo, Enrico è uno dei personaggi più allegri e simpatici che abbia mai creato. A guardarlo, sembra quasi che problemi in vita sua non ne abbia mai avuti, ma ovviamente dietro la sua aria sempre allegra si nasconde un ragazzo che a 12 anni ha scoperto di amare gli uomini e ha dovuto lottare per accettarsi e farsi accettare; durante la sua adolescenza ha capito che lui viene prima di tutto e sa esattamente cosa vuole dalla vita. Però ha un padre assente, una madre che, per quanto l’abbia capito che non può cambiare la sua natura, sogna ancora che suo figlio le presenti una fidanzata e una sorella – minore e un po’ rompiscatole – che è però la sua prima fangirl.
 
 
3. C’è una scena o un momento della sua vita che vi ha colpito particolarmente ma che avete deciso di non inserire nella sua storia? Perché questa scena è stata eliminata?
Nodame Cantabile non l’ho scritto io, quindi, non essendo l’autrice originale, ho preso il personaggio così com’era. Ninomiya-sensei ha lasciato poco al caso, quindi io mi sono divertita molto a descrivere qualche missing moment divertente e possibili sviluppi quando ancora il manga era in corso.
Su Enrico, no, veramente no. Il momento della sua vita che più amo è proprio quello che ho descritto nella spinoff. In realtà mi piacerebbe sapere, chi tra Enrico e Luca fa la proposta di matrimonio, ma, per quanto Enrico insista perché lo scriva, non credo che lo farò mai. Perché? Sostanzialmente perché sono fatti loro. XD
 
 
4. Qual è il segreto più segreto di questo personaggio?
Dovrei contattare l’autrice originale per questo. XD
Quello di Enrico invece non ve lo dico: se non l’ha mai detto a nessuno, neanche a Luca, ci sarà un motivo. U_U
 
5. Cosa sapete su questo personaggio che lui/lei non sa ancora?
Chiaki non sa ancora che un giorno sarà un papà più protettivo dei padri del sud Italia. Sospetto che sia colpa del fatto che teme più cosa combinerebbe la mamma che il mondo esterno, ma XD
Enrico, a pensarci bene, credo proprio di sapere chi tra i due farebbe la proposta. Ma ovviamente non te lo dico. U_U
 
6. Se rincontrasse il/la suo/a ex cosa gli/le direbbe?
Chiaki l’ha incontrata. XD È una scena del manga.
Enrico non ha un vero e proprio ex, visto che prima di Luca ha avuto solo avventure. Quindi diciamo che un cenno del capo come saluto basterebbe.
 
7. Cosa fa il sabato sera quando è costretto a rimanere a casa da solo mentre i suoi amici (se ne ha) si divertono senza di lui?
Chiaki NON esce il sabato sera. Lui lavora sulle partiture (è direttore d’orchestra).
Enrico rimarrebbe a casa a provare un nuovo gioco per pc appena uscito, poco ma sicuro.
 
8. Qual è il suo primo ricordo?
Quello di Chiaki forse è Viera-sensei. XD
Quello di Enrico, uhm, non so, qualche guaio combinato all’asilo per cui era stato sgridato o punito.
 
9. Se potesse tornare indietro nel tempo per rivivere una giornata del suo passato, quale sarebbe?
Chiaki? Una con Viera-sensei, quando era piccolo.
Enrico probabilmente tornerebbe a quella in cui litigò con Luca per evitare di essere meno cretino.
 
10. C’è qualcosa o qualcuno che proprio non sopporta? Perché?
Chiaki non sopportava un sacco di cose, almeno prima di conoscere Nodame: è una persona puntuale e precisa, in tutto quello che fa, che si impegna e sa che i propri risultati sono frutto dell’impegno e della costanza e che non piovono dal cielo. Nodame, invece, è l’opposto, e incarna la sbrigatività e il disordine, che lui odia.
Enrico invece non sopporta chi non ha obiettivi nella vita. E, ovviamente, gli omofobi.
 
11. Ha un portafortuna?
Un, come diavolo chiamarlo? copricapo per l’impugnatura? per la sua bacchetta, regalo di Nodame. Non che lui ci creda, eh. XD
Enrico non ne ha, ma penso che il videogioco regalatogli da Luca lo diventerà.
 
12. Ha qualche vizio o vezzo particolare?
Chiaki fuma. è_é *Nunzia odia il fumo*
Enrico ama i videogiochi: quando ne acquista uno nuovo, potrebbe restare giorni chiuso in casa a giocare.
 
13. Qual è la sua bugia preferita?
Chiaki ha paura di volare e dell’acqua. Non che siano bugie, ma è solo una questione psicologica, tant’è che poi vola addirittura in Francia e in giro per l’Europa, e poi di nuovo in Giappone.
Enrico: no, io non sono innamorato di Luca. È solo un mio caro amico. Sì, sì, ci crediamo tutti.
 
15. Se potesse passare il suo ultimo giorno con una persona (viva o morta) chi sceglierebbe? Perché?
Ambedue lo passerebbero con i propri partner, che domande! Chiaki cercherebbe di istruire Nodame su cosa NON fare, ne sono certa. XD
 
16. Se un giorno ti capitasse di incontrare il tuo personaggio in carne ed ossa, cosa succederebbe?
Questa fantasia è una delle mie preferite. XD Sicuramente tutti e due – in realtà tutti i miei personaggi – mi pesterebbero a sangue per tutto quello che faccio loro passare (Sanzo, sta’ lontano con quella pistola, grazie!). XD Nello specifico Chiaki me lo immagino sedersi accanto a me e controllare insieme i refusi (della serie, visto che scrivi su di me, fallo bene! XD), mentre Enrico mi stresserebbe per scrivere il famoso sequel in cui lui – finalmente – sposa Luca.
Enrico: Ecco, appunto. Adesso non c’è bisogno neanche che andiamo all’estero, visto che ci sono le Unioni Civili!
Io: ho detto di no. U_U A meno che Luca non voglia.
*Enrico fissa Luca*
Luca: …
 
Oddio, quanto mi sono divertita! *__* Era da un sacco che non parlavo con i miei personaggi. *_* Mi siete mancati! *li abbraccia tutti*
Avendolo preso, non taggo nessuno, ma chi vuole lo prenda. XD

Preselettive concorso MIBACT: un’esperienza

L’avventura per il tanto famigerato posto come funzionario MIBACT per me finisce qui, alle preselettive.
Ho letto molti commenti, sulla pagina FB del concorso, di gente che vuol dire qualcosa sulla propria esperienza, sia che sia passata sia che invece non ce l’abbia fatta. Ho letto cose che voi umani non potete capire, ai limiti del complottismo che manco la CIA e l’MI5. Siccome a me interessa semplicemente raccontare la mia esperienza a chi vuole avere la pazienza e la voglia di leggere i fatti miei, mi limiterò a farlo sul mio blog – anni fa scrivevo davvero un sacco di cose, qui, e non vedo perché non aggiornarlo raccontando, ogni tanto, qualcosa di me.
Come da incipit, non ho passato le preselettive.
Potrei dire che è tutta colpa del MIBACT e del RIPAM, visto che, oggettivamente, non ho mai visto una cosa così schifosa e degradante; potrei dire che è un’ingiustizia, visto che, in effetti, una preselettiva del genere non dimostra assolutamente se sono capace di essere una brava archivista o bibliotecaria; potrei dire che quelli che sono passati sono dei raccomandati, visto che, signori, siamo in Italia e un bando nel settore non esce da nove anni, e non ci credo manco se viene il Papa in persona a dirmelo, che tra quei 500 che passeranno non ci sia almeno un raccomandato per bando; potrei dire un sacco di cose, insomma, ma non le dirò.
Sì, perché dare la colpa interamente al MIBACT e al RIPAM per il fatto di non essere passata è sbagliato. Non nego che creda fermamente in quello che ho detto su: i test fanno schifo e i raccomandati ci saranno di sicuro.
Solo che conosco alcune di quelle persone che sono passate e no, non sono affatto delle raccomandate, altrimenti lavorerebbero già nel settore. E poi, signori, con tutti i ricorsi che già ci sono, se devono fare qualche imbroglio, lo faranno bene, non certo così allo scoperto. Perciò, sì, ripeto, qualcuno ce ne sarà, ma c’è anche chi, quella preselettiva, l’ha passata studiando sodo.
O meglio, imparando a memoria quei quesiti.
E io no, non ci sono riuscita. Perché? Perché io non sono capace di imparare a memoria senza capire. Ho un’ottima memoria, inutile fare l’ipocrita, ma la memorizzazione sterile, senza logica, non fa per me. Anche a scuola, quando dovevo imparare una poesia, ci riuscivo solo dopo aver capito di che diavolo parlasse. E infatti, almeno da quanto vedo attraverso l’accesso ai dati, le domande che vertevano sull’inglese e sul diritto le ho beccate quasi tutte – tranne quelle in cui dovevo imparare, appunto, a memoria, quale articolo parlava di una tal cosa. Perché ho aperto il manuale e ho studiato diritto, perché, una volta entrati nel lessico, c’è una certa logica e perché, diciamocelo, basta guardarsi intorno e il diritto lo troviamo intorno a noi.
Perciò, sì, la colpa è anche mia, non solo di chi ha organizzato il concorso, se non sono riuscita a imparare a memoria le misure di un quadro oppure l’autore sconosciuto di un’opera ancor più sconosciuta o in che anno è avvenuta una tal cosa tra il 1714, 1715 e 1716. È un mio limite, certo, ma scusate se non me ne vergogno, ma lo accetto come un dato di fatto, una constatazione; piuttosto avrei dovuto vergognarmi di non essere capace di rispondere a una domanda sull’archivistica o sulla biblioteconomia o sul codice dei beni culturali, che ho studiato per ben quattro volte, tra esami e concorsi.

Al di là del concorso in sé, a me, comunque, questa esperienza è piaciuta un sacco.
Quando m’iscrissi, già leggendo l’assegnazione dei punti, la mia fiducia nelle possibilità di rientrare nei 500 era piuttosto bassa. Non importa, mi dissi, almeno mi avvicinerò al diritto amministrativo, che è sempre stato arabo per me, farò una gita a Roma – due, per la precisione! – e, per poter partecipare, sono riuscita a completare l’inventario dell’ENAL su cui lavoravo da cinque anni; inoltre, fu proprio in previsione dell’uscita del concorso che feci l’esame Cambridge a marzo e non a giugno, seguendo il consiglio della mia docente, prendendo un ottimo voto e – perché far finta che non sia così? – risparmiandomi tre mesi di corso (e relativo costo). Non male, insomma.
E poi, il giorno della prova per archivisti fu davvero meraviglioso. Sono davvero felice di aver rivisto alcuni miei compagni della scuola di APD che non vedevo da una vita e risentire altri, anche solo per sapere se avrebbero partecipato al concorso.
Certo, dispiace aver perso tempo e soldi, ma, sì, alla fine di tutto, anche solo per questo, ne è valsa la pena.
In bocca al lupo a chi ce l’ha fatta, quindi: il difficile comincia adesso.

Concorso per 500 funzionari MIBACT: le preselettive A.K.A. Chi vuol essere milionario?

Nel 2016, dopo 8 anni dall’ultimo concorso, il MIBACT ha deciso che era ora di far finta di dimostrare che sta facendo qualcosa per la cultura assumendo 500 funzionari, attraverso 9 bandi per 9 figure professionali. No, non 500 persone PER FIGURA, ma 500 IN TUTTO, dividendo i posti in un modo che mi pare deciso più da una ubriacatura di gruppo che da un ragionamento serio e attento alle problematiche dei vari settori.
Dicevo, escono questi famigerati bandi ben dieci giorni DOPO la data in cui erano stati annunciati. Posto che già i requisiti richiesti sono più lunghi dei titoli di coda di un film («Vogliamo assumere l’eccellenza», afferma Franceschini) e hanno criteri deliranti e assurdi (i master annuali non valgono, i master biennali solo se di secondo livello); posto che i punti dati sono chiaramente una presa in giro (perché 500 tizi che hanno fatto un tirocinio per 50 ore al mese per 12 mesi devono avere 10 punti, mentre una persona che lavora in PA – i privati non valgono – hanno solo 2 punti per anno di lavoro, i dottorati valgono 20 punti (10 anni di lavoro per quelli detti su!) e gli altri tirocini NON valgono niente?), posto che è assolutamente folle e illegale eliminare a metà bando un’intera classe di concorso (e ovviamente sono partiti i ricorsi), arriviamo alle tanto famigerate prove preselettive. Saranno tutte uguali e verteranno su: inglese (e va bene), diritto pubblico e amministrativo (e ok), legislazione del patrimonio culturale (come minimo!) e patrimonio culturale italiano. Le domande saranno 80 in 45 minuti (poco più di mezzo minuto a domanda, praticamente, contro le 100 domande in 90 minuti che avevano detto all’inizio; tra l’altro la risposta andrà inserita in un foglio a parte, cosa che fa perdere ancora più tempo) tratte da una banca dati già messa a disposizione dal Ripam, SENZA SOLUZIONI che verranno pubblicate il 19 luglio).
Le famigerate domande sul patrimonio culturale sono 1400, così suddivise:
– NESSUNA domanda per i profilo di promozione e comunicazione (a meno che non si intenda, per loro, il capire come NON si scrivono le domande, visto che o le risposte sono copiate integralmente da Wikipedia o le domande sono insensate o formulate male);
– NESSUNA DOMANDA per quelli che si occupano di beni demoantroplogici (non ho capito, visto che sono solo 5 posti dobbiamo ignorarli?);
– 2 domande di archivista (che poi, neanche sull’archivistica vera e propria, ma su alcuni archivi);
– un paio sulla storia delle biblioteche (neanche biblioteconomia);
– nessuna domanda di antropologia (almeno, non mi pare)
– pochissime di archeologia e di architettura (non so quanta storia dell’arte studino i secondi, ma non credo così tanta);
– nessuna sul restauro (intendo dal punto di vista meramente pratico e scientifico, non di storia dell’arte)
– 99% di domande su storia dell’arte moderna, a Roma, su opere per lo più mai sentite, visto che i quesiti sono stati presi dalla banca dati per il concorso di GUIDA TURISTICA A ROMA.
Quindi il patrimonio culturale, secondo il MIBACT sono i musei (ma solo alcuni), a cui però sono stati riservati solo 40 posti.
Quindi, chiunque passerà queste selezioni non lo farà perché dimostra di avere conoscenze e competenze nei beni culturali (non dico nel proprio settore, ché qua è chiedere troppo), ma solo chi avrà la fortuna (e sono gentile) di trovare domande che conosce e/o che è riuscito ad imparare a memoria.
Questa è la professionalità che vuole il Ministero.
A ‘sto punto mi preparo per andare all’Eredità, almeno vinco qualcosa.

Andria – Corato, 12 luglio 2016

Stanotte non sono riuscita a dormire. Un po’ per il caldo, certo, ma soprattutto perché non sono riuscita a lasciar fuori dalla mia testa tutto quello che è successo ieri.

La prima volta che misi piede, da sola, su un treno della Ferrotranviaria era nel 2003. Avevo da poco finito la scuola superiore ed andai a Bari per consegnare la domanda di iscrizione all’università – allora non c’era il portale ESSE3 e si usavano ancora i vecchi metodi.
Allora da Bitonto a Bari c’era un unico binario, i treni erano brutti grigi e piccoli – degli anni Settanta, praticamente – e alcuni vagoni, una volta giunti alla stazione designata venivano staccati per indicare che erano riservati a quel paese; se perdevi il treno, dovevi aspettare un’ora che arrivasse l’altro e, alle sette di mattina, eri fortunato se aspettavi solo dieci minuti che arrivasse la coincidenza, schiacciato e pressato come una sardina, su vagoni che avevano così tanti spifferi, che almeno potevi respirare; i binari della stazione centrale, poi, erano due; non c’era un bar, né macchinette automatiche per i biglietti (quindi immaginate se dovevi prendere il treno dalle una delle stazioni intermedie di Bari – tranne Quintino Sella, che aveva l’omino addetto); sito web neanche a parlarne e i bagni erano semplicemente disgustosi.
Sono passati tredici anni da allora, e, da quel giorno, la mia linea ferroviaria non si riconosce più: abbiamo una linea metropolitana che collega l’Ospedale San Paolo a Bari centro in dieci minuti (evitando ai pendolari di spendere un’ora della loro vita nei pullman cittadini), una tratta Bitonto – Bari che passa da Palese e Macchie e un’altra con tre nuove fermate, di cui una all’aeroporto – e non avete idea di quanta gente la utilizza – treni nuovissimi e pulitissimi, con tanto di radio (indimenticabile il giorno in cui, salita sul treno per andare al lavoro, mi resi conto che, oltre alla musica che sentivo con gli auricolari, nell’aria ne riecheggiava anche un’altra. «La Bari nord ha la radio?», mi ritrovai a commentare stupefatta) e la vocina che ti avvisa, in italiano e in – diciamo – inglese che le porte devi aprirle spingendo l’apposito pulsante verde; due bar, presso la stazione centrale di Bari, tre binari che diventano sei, stazioni rimodernate, e tanti progetti, tra cui una linea che arrivi nel Salento. E tante, tante nuove assunzioni.
Certo, ci sono ancora i binari unici, in alcuni punti. Ma si sta lavorando anche su quello. con ritardi e problemi, ma sul sito della Bari Nord stessa è tutto nero su bianco.
I pullman, certo, hanno meno attenzioni, ma c’è un servizio minimo che permette di raggiungere tutti i punti nevralgici del capoluogo e spesso l’ho preso anche per raggiungere alcune zone dell’entroterra.
Ho parlato con tanta, tanta gente che ha preso la nostra linea per andare in aeroporto e tutti – tutti! – si sono mostrati entusiasti e felici del nostro servizio: «E poi sono stati tutti così gentili!» mi ha detto, proprio un paio di settimane fa, una signora toscana.
Questo è il sud che chi non vive qui ama solo denigrare. Come dite? Che nessuno vi ha detto tutto questo? E certo. Perché i sedicenti giornalisti si sono più divertiti a cercare forme sempre più melodrammatiche per descrivere il Sud invece di informarsi ALMENO che non c’è una tratta Ruvo – Andria, ma che è la Bari – Barletta, anche solo aprendo il sito web della Ferrotranviaria. Ma si vede che è troppo complicato.

Per noi della linea Bari – Barletta (e in particolare per noi bitontini), la Ferrotranviaria non è un treno. È casa. Da qui, ci vogliano neanche venti minuti per raggiungere Bari. Gli amici degli altri paesi mi prendono in giro ogni volta che, alla domanda «A che ora hai il treno?», io rispondo: «Quando voglio.». Perché è vero: tre treni nel giro di venti minuti è avere un treno quando voglio. Una piccola metropolitana, praticamente. «Vado a Bari» per noi è come dire «Vado a comprare il pane.» o «Esco a fare un giro, torno subito.». È una cosa normale, istintiva, che fai in neanche dieci minuti. Da quando ho frequentato l’università, quasi tutte le mie esperienze più importanti si sono svolte a Bari: il servizio civile, il volontariato in archivio, persino le uscite con le amiche; anche se cerco un posto di lavoro o un corso, istintivamente cerco qualcosa con sede a Bari.
Perché Bari è casa, certo, è il capoluogo, ma anche perché arrivarci è facilissimo ed è semplice. Leggo su Facebook di gente che bestemmia e tira insulti contro la propria linea ferroviaria. Io no. Certo, non posso dire che i ritardi non capitino mai: ogni tanto spunta sempre qualcuno che desidera suicidarsi sui binari, oppure idioti che vanno in giro a rubare i fili di rame; una volta rimanemmo fermi su un ponte per un’ora, al buio, per non mi ricordo quale problema elettrico (ovviamente in pieno inverno): venne un altro treno a portarsi ad una stazione più vicina e a portarci a casa. Per non parlare di quando ci fanno scendere da un treno e salire su un altro, anche se non capiamo il motivo.
Ma sono avventure che capitano. Questo non impedisce a nessuno di prenderlo ancora, quel treno. Ogni giorno, più volte al giorno. Perché fa parte della nostra vita. Perché quando sei su quel treno ti rilassi, leggi, ti addormenti, ti metti ad ascoltare le chiacchiere della gente, oppure studi. Sei a casa. «Sono sul treno» per noi non è solo la constatazione di trovarsi in un luogo; è la sicurezza di essere ormai arrivato a casa, che tutto è andato bene.
Sì, mi rendo conto che sto abusando dell’espressione a casa, ma, credetemi, non sono impazzita e il mio linguaggio non si è improvvisamente impoverito; è che, semplicemente, sono le uniche due parole che posso usare per descrivere come ci si sente lì, su quei treni.
E io amo quei treni. Non a caso ci ho ambientato anche qualche scena di qualche racconto e gliene ho dedicato uno. Li amo perché sono belli, puntuali e puliti. Li amo perché il personale è sempre gentile. Li amo perché sono, appunto, casa.
La notizia di ieri mi ha sconvolta come poche cose al mondo.
Perché era come se fossi lì, anche io su quel treno, anche se è una tratta che frequento poco. Perché su quei due treni ci sono salita anche io, tante e tante volte. Perché sono io, quel pendolare che torna da un esame o va a Bari per fare acquisti, lavorare, studiare. Sono io quel viaggiatore che scende all’aeroporto. Sono io quel controllore che si ferma ad obliterare il tuo biglietto o che passa avanti senza domandarti nulla, perché sa che hai l’abbonamento e ti ha riconosciuto, o che una volta che ero l’unica donna in carrozza e vide salire dei tipi non proprio raccomandabili, venne a sedersi proprio di fronte a me, o quello che mi dice «Signorina, nella carrozza successiva c’è un posto libero» quando mi vede là, in piedi. Sono io quel capotreno che aspetta anche l’ultimo ritardatario che corre a perdifiato cercando di prendere al volo il treno (quante volte è capitato anche a me?). Sono io quel macchinista che aspetta che la persona che sta facendo il biglietto possa salire, anche se potrebbe fregarsene altamente e ripartire. Sono io quegli amici, parenti, sconosciuti che prendono quel treno ogni giorno, ad ogni ora.
Non riesco ancora a credere che tre di quelle persone che ho sempre conosciuto, anche senza conoscerle veramente, non le vedrò più. Che non ci sono più. Forse, quel controllore così gentile è proprio una delle vittime. Forse, una di quelle ragazze era seduta di fronte a me, in qualche viaggio. Forse uno di quei signori mi ha galantemente ceduto il posto, un giorno che il treno era pieno. Forse, qualcuno di loro mi ha chiesto persino un’informazione – o gliel’ho chiesta io. Perché, sul treno, si è tutti un po’ amici, anche se non ci si conosce e non ci si rivedrà mai più.
Chi non è pendolare – chi non è pendolare su quella tratta – non può capire.

Leggo su Facebook le varie notizie che circolano, le cattiverie gratuite alla mia terra e alla mia ferrotranviaria, la gente che gioisce per i morti terroni (e che siano veri post o bufale vi auguro il peggio del peggio. Dal profondo del cuore) e non so se essere più scioccata per il dolore o per la rabbia che provo verso queste persone. Perché gli esseri umani fanno così schifo?, mi chiedo. Perché non si estinguono adesso, in questo momento?
Ma poi vedo gli ospedali pieni di gente a donare il sangue, tanto che gli stessi devono fermarli e dire di tornare nei giorni successivi, perché sono pieni, e allora mi dico che, in fondo, c’è ancora speranza per l’umanità.
Intanto, però, il dolore per chi non ce l’ha fatta e per tutto quello che si sente e si sentirà ingiustamente dire resta, come un macigno.
Voi potrete dimenticare. Noi no.

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