“Non preoccuparti troppo: vedrai che tutto si risolverà da sé”.

Non ricordo neanche più dove sentii o lessi questa frase, in realtà. Non so neanche se fossero le parole esatte, ma il succo, in sostanza, era questo: se qualcosa ti preoccupa, non angustiarti troppo; vedrai che si verificheranno certe condizioni che risolveranno da sole il tuo problema.

Ripeto, non ricordo bene la fonte, ma ricordo perfettamente la mia reazione. “Ma vaffanculo, va’!”, fu, infatti, il mio primo pensiero, e penso che molti possano anche immaginare il perché. Non è facendo finta che il problema non esista, che la gente riesce a mettere il cibo sulla tavola, o a non morire di stenti. Quindi, sì, la mia prima reazione non fu molto positiva e bollai questa frase come l’ennesimo aforismo-cazzata.

Tuttavia, ogni tanto, mi è capitato di ripensarci, anche senza volerlo. È successo proprio qualche giorno fa, in piena pandemia. Prima che scoppiasse tutto questo casino, mi era stato offerto un lavoro. (Un bel lavoro, aggiungerei, e l’avrei iniziato se poi non avessero chiuso tutto. Ma questa è un’altra storia). In più, avevo superato le preselettive per un concorso ed erano uscite le date della prima prova: il 19 marzo, meno di un mese dopo; inutile dire che anche questa è saltata.

In quei giorni, facevo ancora doposcuola e mi occupavo di trascrizioni audio. E se il secondo lavoro l’avrei mollato su due piedi 8e non perché non mi piaccia, eh), non avevo alcuna intenzione di lasciare i bambini a metà anno, una con gli esami di terza media e l’altro dopo il lavoraccio che avevo fatto per un anno e mezzo.

Quando lo comunicai, quelli dell’azienda mi dissero che non c’erano problemi e che potevo gestire gli orari come volevo, basta che lavorassi; ovviamente, se avessi fatto le 8 ore mi avrebbero pagato di più, ma sono una persona troppo ligia al dovere per importarmene.

Tutto risolto? Non direi. Perché, tra le insicurezze causate dal Coronavirus (ma si farà ‘sto concorso? Lo rimanderanno? O è meglio se chiedo il rimborso dei mezzi? Ma perché sto studiando come una pazza, allora?), ecco che nella mia mente si formava un nuovo pensiero. In realtà, era sempre stato lì, latente, ma adesso si faceva avanti minaccioso: stavo studiando per un concorso, con la speranza, ovviamente, di passarlo; stavo avendo un’opportunità di lavoro che, se fosse andata bene, avrebbe potuto avere anche degli sviluppo interessanti. Quindi, comunque fosse andata, l’anno dopo, probabilmente, avrei dovuto lasciare i miei bambini. Ce l’avrebbero fatta? Della grande non mi preoccupavo troppo: dopo sei anni, era anche l’ora che diventasse più indipendente. Ma il piccolo? Il piccolo che si comporta spesso come un bambino dell’asilo, pur avendo 10 anni? Ma, d’altro canto, mica potevo rinunciare alla mia vita per loro, no?

Ho vissuto due settimane in preda a un’ansia assurda: ero nervosa, mi incavolavo per niente, soprattutto con i ragazzini, perché più loro mi dimostravano di non essere in grado di farcela da soli, più mi dimostravano che facevo bene a preoccuparmi. E, nel frattempo, il RIPAM continuava a confermare un concorso che a me pareva solo un suicidio, visto l’aggravarsi della situazione.

E poi, la quarantena. La quarantena che ha sospeso l’Italia: niente più scuola, fisicamente parlando, niente più lavoro e niente più concorsi; solo trascrizioni, perché quelle le facevo al pc. Con questo non voglio dire che non segua ancora i bambini: ho fatto installare Skype e se serve lo apro, mentre se i compiti sono semplici esercizi veloci glieli correggo su WhatsApp. I primi tempi, mi scrivevano tutti i giorni e passavo un sacco di tempo a spiegare dove sbagliavano. E poi, lo ammetto: mi mancavano, come a loro mancavano i nostri pomeriggi insieme.

Poi, lentamente, le loro chiamate si sono diradate, tanto che oggi sono stata io a chiedere a loro come stavano andando. Ambedue mi hanno risposto che va bene: la grande è stata anche interrogata e ha avuto un buon voto.

Ce la stanno facendo da soli.

Ora, io lo so che ci vengo a perdere, perché ovviamente non potrei certo farmi pagare come facevo prima, ma a me va bene così. Quello che un vero insegnante vuole è che i propri studenti diventino maturi abbastanza da poter andare avanti da soli, con le proprie gambe. E se questo vuol dire non avere più entrate da parte loro, beh, pazienza. Se voglio sentirli per fare una chiacchiera, basta una telefonata o un messaggio.

Ed è stato quando ho realizzato che, se adesso mi chiamassero per quel famoso lavoro, potrei dare finalmente la mia piena disponibilità, che mi sono resa conto di una cosa: mi ero fatta un sacco di problemi su una cosa che, almeno per adesso, sembra si sia risolta, appunto, da sola.

Capiamoci. Ovviamente, con questo esempio, non voglio dire che non dobbiamo impegnarci per migliorarci e risolvere le sfide che la vita ci presenta, eh. Ma, non possiamo risolvere tutti i problemi del mondo; alla fine la soluzione si troverà, perciò meglio calmarsi e vivere impegnandoci al massimo.

E questo vale soprattutto in questi giorni.

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