Archivi

Concorso per 500 funzionari MIBACT: le preselettive A.K.A. Chi vuol essere milionario?

Nel 2016, dopo 8 anni dall’ultimo concorso, il MIBACT ha deciso che era ora di far finta di dimostrare che sta facendo qualcosa per la cultura assumendo 500 funzionari, attraverso 9 bandi per 9 figure professionali. No, non 500 persone PER FIGURA, ma 500 IN TUTTO, dividendo i posti in un modo che mi pare deciso più da una ubriacatura di gruppo che da un ragionamento serio e attento alle problematiche dei vari settori.
Dicevo, escono questi famigerati bandi ben dieci giorni DOPO la data in cui erano stati annunciati. Posto che già i requisiti richiesti sono più lunghi dei titoli di coda di un film («Vogliamo assumere l’eccellenza», afferma Franceschini) e hanno criteri deliranti e assurdi (i master annuali non valgono, i master biennali solo se di secondo livello); posto che i punti dati sono chiaramente una presa in giro (perché 500 tizi che hanno fatto un tirocinio per 50 ore al mese per 12 mesi devono avere 10 punti, mentre una persona che lavora in PA – i privati non valgono – hanno solo 2 punti per anno di lavoro, i dottorati valgono 20 punti (10 anni di lavoro per quelli detti su!) e gli altri tirocini NON valgono niente?), posto che è assolutamente folle e illegale eliminare a metà bando un’intera classe di concorso (e ovviamente sono partiti i ricorsi), arriviamo alle tanto famigerate prove preselettive. Saranno tutte uguali e verteranno su: inglese (e va bene), diritto pubblico e amministrativo (e ok), legislazione del patrimonio culturale (come minimo!) e patrimonio culturale italiano. Le domande saranno 80 in 45 minuti (poco più di mezzo minuto a domanda, praticamente, contro le 100 domande in 90 minuti che avevano detto all’inizio; tra l’altro la risposta andrà inserita in un foglio a parte, cosa che fa perdere ancora più tempo) tratte da una banca dati già messa a disposizione dal Ripam, SENZA SOLUZIONI che verranno pubblicate il 19 luglio).
Le famigerate domande sul patrimonio culturale sono 1400, così suddivise:
– NESSUNA domanda per i profilo di promozione e comunicazione (a meno che non si intenda, per loro, il capire come NON si scrivono le domande, visto che o le risposte sono copiate integralmente da Wikipedia o le domande sono insensate o formulate male);
– NESSUNA DOMANDA per quelli che si occupano di beni demoantroplogici (non ho capito, visto che sono solo 5 posti dobbiamo ignorarli?);
– 2 domande di archivista (che poi, neanche sull’archivistica vera e propria, ma su alcuni archivi);
– un paio sulla storia delle biblioteche (neanche biblioteconomia);
– nessuna domanda di antropologia (almeno, non mi pare)
– pochissime di archeologia e di architettura (non so quanta storia dell’arte studino i secondi, ma non credo così tanta);
– nessuna sul restauro (intendo dal punto di vista meramente pratico e scientifico, non di storia dell’arte)
– 99% di domande su storia dell’arte moderna, a Roma, su opere per lo più mai sentite, visto che i quesiti sono stati presi dalla banca dati per il concorso di GUIDA TURISTICA A ROMA.
Quindi il patrimonio culturale, secondo il MIBACT sono i musei (ma solo alcuni), a cui però sono stati riservati solo 40 posti.
Quindi, chiunque passerà queste selezioni non lo farà perché dimostra di avere conoscenze e competenze nei beni culturali (non dico nel proprio settore, ché qua è chiedere troppo), ma solo chi avrà la fortuna (e sono gentile) di trovare domande che conosce e/o che è riuscito ad imparare a memoria.
Questa è la professionalità che vuole il Ministero.
A ‘sto punto mi preparo per andare all’Eredità, almeno vinco qualcosa.

Andria – Corato, 12 luglio 2016

Stanotte non sono riuscita a dormire. Un po’ per il caldo, certo, ma soprattutto perché non sono riuscita a lasciar fuori dalla mia testa tutto quello che è successo ieri.

La prima volta che misi piede, da sola, su un treno della Ferrotranviaria era nel 2003. Avevo da poco finito la scuola superiore ed andai a Bari per consegnare la domanda di iscrizione all’università – allora non c’era il portale ESSE3 e si usavano ancora i vecchi metodi.
Allora da Bitonto a Bari c’era un unico binario, i treni erano brutti grigi e piccoli – degli anni Settanta, praticamente – e alcuni vagoni, una volta giunti alla stazione designata venivano staccati per indicare che erano riservati a quel paese; se perdevi il treno, dovevi aspettare un’ora che arrivasse l’altro e, alle sette di mattina, eri fortunato se aspettavi solo dieci minuti che arrivasse la coincidenza, schiacciato e pressato come una sardina, su vagoni che avevano così tanti spifferi, che almeno potevi respirare; i binari della stazione centrale, poi, erano due; non c’era un bar, né macchinette automatiche per i biglietti (quindi immaginate se dovevi prendere il treno dalle una delle stazioni intermedie di Bari – tranne Quintino Sella, che aveva l’omino addetto); sito web neanche a parlarne e i bagni erano semplicemente disgustosi.
Sono passati tredici anni da allora, e, da quel giorno, la mia linea ferroviaria non si riconosce più: abbiamo una linea metropolitana che collega l’Ospedale San Paolo a Bari centro in dieci minuti (evitando ai pendolari di spendere un’ora della loro vita nei pullman cittadini), una tratta Bitonto – Bari che passa da Palese e Macchie e un’altra con tre nuove fermate, di cui una all’aeroporto – e non avete idea di quanta gente la utilizza – treni nuovissimi e pulitissimi, con tanto di radio (indimenticabile il giorno in cui, salita sul treno per andare al lavoro, mi resi conto che, oltre alla musica che sentivo con gli auricolari, nell’aria ne riecheggiava anche un’altra. «La Bari nord ha la radio?», mi ritrovai a commentare stupefatta) e la vocina che ti avvisa, in italiano e in – diciamo – inglese che le porte devi aprirle spingendo l’apposito pulsante verde; due bar, presso la stazione centrale di Bari, tre binari che diventano sei, stazioni rimodernate, e tanti progetti, tra cui una linea che arrivi nel Salento. E tante, tante nuove assunzioni.
Certo, ci sono ancora i binari unici, in alcuni punti. Ma si sta lavorando anche su quello. con ritardi e problemi, ma sul sito della Bari Nord stessa è tutto nero su bianco.
I pullman, certo, hanno meno attenzioni, ma c’è un servizio minimo che permette di raggiungere tutti i punti nevralgici del capoluogo e spesso l’ho preso anche per raggiungere alcune zone dell’entroterra.
Ho parlato con tanta, tanta gente che ha preso la nostra linea per andare in aeroporto e tutti – tutti! – si sono mostrati entusiasti e felici del nostro servizio: «E poi sono stati tutti così gentili!» mi ha detto, proprio un paio di settimane fa, una signora toscana.
Questo è il sud che chi non vive qui ama solo denigrare. Come dite? Che nessuno vi ha detto tutto questo? E certo. Perché i sedicenti giornalisti si sono più divertiti a cercare forme sempre più melodrammatiche per descrivere il Sud invece di informarsi ALMENO che non c’è una tratta Ruvo – Andria, ma che è la Bari – Barletta, anche solo aprendo il sito web della Ferrotranviaria. Ma si vede che è troppo complicato.

Per noi della linea Bari – Barletta (e in particolare per noi bitontini), la Ferrotranviaria non è un treno. È casa. Da qui, ci vogliano neanche venti minuti per raggiungere Bari. Gli amici degli altri paesi mi prendono in giro ogni volta che, alla domanda «A che ora hai il treno?», io rispondo: «Quando voglio.». Perché è vero: tre treni nel giro di venti minuti è avere un treno quando voglio. Una piccola metropolitana, praticamente. «Vado a Bari» per noi è come dire «Vado a comprare il pane.» o «Esco a fare un giro, torno subito.». È una cosa normale, istintiva, che fai in neanche dieci minuti. Da quando ho frequentato l’università, quasi tutte le mie esperienze più importanti si sono svolte a Bari: il servizio civile, il volontariato in archivio, persino le uscite con le amiche; anche se cerco un posto di lavoro o un corso, istintivamente cerco qualcosa con sede a Bari.
Perché Bari è casa, certo, è il capoluogo, ma anche perché arrivarci è facilissimo ed è semplice. Leggo su Facebook di gente che bestemmia e tira insulti contro la propria linea ferroviaria. Io no. Certo, non posso dire che i ritardi non capitino mai: ogni tanto spunta sempre qualcuno che desidera suicidarsi sui binari, oppure idioti che vanno in giro a rubare i fili di rame; una volta rimanemmo fermi su un ponte per un’ora, al buio, per non mi ricordo quale problema elettrico (ovviamente in pieno inverno): venne un altro treno a portarsi ad una stazione più vicina e a portarci a casa. Per non parlare di quando ci fanno scendere da un treno e salire su un altro, anche se non capiamo il motivo.
Ma sono avventure che capitano. Questo non impedisce a nessuno di prenderlo ancora, quel treno. Ogni giorno, più volte al giorno. Perché fa parte della nostra vita. Perché quando sei su quel treno ti rilassi, leggi, ti addormenti, ti metti ad ascoltare le chiacchiere della gente, oppure studi. Sei a casa. «Sono sul treno» per noi non è solo la constatazione di trovarsi in un luogo; è la sicurezza di essere ormai arrivato a casa, che tutto è andato bene.
Sì, mi rendo conto che sto abusando dell’espressione a casa, ma, credetemi, non sono impazzita e il mio linguaggio non si è improvvisamente impoverito; è che, semplicemente, sono le uniche due parole che posso usare per descrivere come ci si sente lì, su quei treni.
E io amo quei treni. Non a caso ci ho ambientato anche qualche scena di qualche racconto e gliene ho dedicato uno. Li amo perché sono belli, puntuali e puliti. Li amo perché il personale è sempre gentile. Li amo perché sono, appunto, casa.
La notizia di ieri mi ha sconvolta come poche cose al mondo.
Perché era come se fossi lì, anche io su quel treno, anche se è una tratta che frequento poco. Perché su quei due treni ci sono salita anche io, tante e tante volte. Perché sono io, quel pendolare che torna da un esame o va a Bari per fare acquisti, lavorare, studiare. Sono io quel viaggiatore che scende all’aeroporto. Sono io quel controllore che si ferma ad obliterare il tuo biglietto o che passa avanti senza domandarti nulla, perché sa che hai l’abbonamento e ti ha riconosciuto, o che una volta che ero l’unica donna in carrozza e vide salire dei tipi non proprio raccomandabili, venne a sedersi proprio di fronte a me, o quello che mi dice «Signorina, nella carrozza successiva c’è un posto libero» quando mi vede là, in piedi. Sono io quel capotreno che aspetta anche l’ultimo ritardatario che corre a perdifiato cercando di prendere al volo il treno (quante volte è capitato anche a me?). Sono io quel macchinista che aspetta che la persona che sta facendo il biglietto possa salire, anche se potrebbe fregarsene altamente e ripartire. Sono io quegli amici, parenti, sconosciuti che prendono quel treno ogni giorno, ad ogni ora.
Non riesco ancora a credere che tre di quelle persone che ho sempre conosciuto, anche senza conoscerle veramente, non le vedrò più. Che non ci sono più. Forse, quel controllore così gentile è proprio una delle vittime. Forse, una di quelle ragazze era seduta di fronte a me, in qualche viaggio. Forse uno di quei signori mi ha galantemente ceduto il posto, un giorno che il treno era pieno. Forse, qualcuno di loro mi ha chiesto persino un’informazione – o gliel’ho chiesta io. Perché, sul treno, si è tutti un po’ amici, anche se non ci si conosce e non ci si rivedrà mai più.
Chi non è pendolare – chi non è pendolare su quella tratta – non può capire.

Leggo su Facebook le varie notizie che circolano, le cattiverie gratuite alla mia terra e alla mia ferrotranviaria, la gente che gioisce per i morti terroni (e che siano veri post o bufale vi auguro il peggio del peggio. Dal profondo del cuore) e non so se essere più scioccata per il dolore o per la rabbia che provo verso queste persone. Perché gli esseri umani fanno così schifo?, mi chiedo. Perché non si estinguono adesso, in questo momento?
Ma poi vedo gli ospedali pieni di gente a donare il sangue, tanto che gli stessi devono fermarli e dire di tornare nei giorni successivi, perché sono pieni, e allora mi dico che, in fondo, c’è ancora speranza per l’umanità.
Intanto, però, il dolore per chi non ce l’ha fatta e per tutto quello che si sente e si sentirà ingiustamente dire resta, come un macigno.
Voi potrete dimenticare. Noi no.

images_Societa_simbolo-lutto

Il 21 giugno compra un libro!

Compriamo un libro, investiamo in cultura

Il 21 giugno andiamo tutti in libreria e compriamo un libro perché la cultura è l’unico modo per salvare il nostro paese.

È importante farlo tutti insieme!

Per partecipare andiamo in una qualsiasi libreria con un fiocco bianco e poi postiamo una foto dell’acquisto su facebook!

Un’iniziativa di CAFFEINA FESTIVAL

Il 1 marzo compra un libro!

“Compiamo un gesto di civiltà e fiducia: il primo marzo andiamo tutti in libreria e compriamo un libro perché la cultura è l’unico modo per salvare il nostro paese.

Lets accomplish a gesture of civilization and faith: March 1st lets all go to a bookshop and buy a book, because culture is the only way to save our country.

È importante farlo tutti insieme!!

It’s important that we do it all together!!

Pensate che segnale enorme vedere tanta gente che tutta insieme va in libreria a comprare un libro!!

Think about the impact of seeing so many people all at once in a bookstore buying a book!

Un’iniziativa di CAFFEINA FESTIVAL”

1959979_10152040135189748_1899096316_n

Salviamo l’OPAC SBN

APPELLO DEL PERSONALE DELL’ICCU IN DIFESA DEL SERVIZIO BIBLIOTECARIO NAZIONALE
L’Istituto Centrale per il Catalogo Unico delle Biblioteche italiane e per le Informazioni bibliografiche (http://www.iccu.sbn.it/) non dispone più dei finanziamenti necessari alla gestione del Servizio Bibliotecario Nazionale (SBN).
Dopo anni di costanti tagli alle spese da parte del Ministero per i Beni e le Attività culturali, a fronte dei quali si è dovuto da un lato ridurre il livello di servizio offerto, dall’altro cercare finanziamenti al di fuori del bilancio dell’ICCU, appare ormai inevitabile nel breve periodo l’interruzione del servizio.
I tagli colpiscono pesantemente anche il personale del nostro Istituto e di tutto il MiBAC. Da anni i pensionamenti non vengono compensati da nuove assunzioni, ma soltanto provvisoriamente e in misura minima da collaborazioni esterne. Si interrompe così il passaggio di saperi ed esperienze che da sempre ha completato la formazione dei colleghi più giovani: è tutto il bagaglio di conoscenze tecnico-scientifiche relativo al materiale antico e manoscritto, alla catalogazione e alla gestione dell’informazione che si perde, nella totale indifferenza di chi ha responsabilità di governo.
Chiunque svolga un’attività di studio o di ricerca, e più in generale chiunque, in Italia o all’estero, sia interessato ad ottenere in lettura un documento nell’immenso patrimonio delle biblioteche italiane, conosce il Servizio Bibliotecario Nazionale e ha sperimentato l’utilità del catalogo collettivo nazionale consultabile via internet (http://opac.sbn.it/). Ad esso accedono oggi più di 2 milioni e mezzo di visitatori l’anno, con circa 50 milioni di ricerche bibliografiche e più di 35 milioni di pagine visitate. Vi sono presenti 14 milioni di titoli con 64 milioni di localizzazioni.
E’ passato poco più di un anno da quando il Sole 24 ore ha pubblicato il “manifesto della cultura,” dove si individuava nella valorizzazione dei saperi e della cultura il necessario presupposto per lo sviluppo e la strategia per guidare il cambiamento; più di recente, nell’ambito del Salone Mediterraneo della responsabilità sociale condivisa, tenutosi questo mese a Napoli, si è riproposto come obiettivo: “di concorrere alla definizione di strategia e strumenti per valorizzare la cultura e il patrimonio storico artistico come motore di crescita e di rilancio dell’economia alimentando la collaborazione tra pubblico e privato, profit e no profit”.
Il Servizio Bibliotecario Nazionale da più di venti anni si fonda sul decentramento territoriale e sulla cooperazione tra Stato, Regioni (che hanno costituito 83 poli regionali) e 20 Università al fine di valorizzare le iniziative locali e far convergere verso un obiettivo comune l’impegno delle 5.000 biblioteche che fino ad oggi hanno scelto di aderire.
La cooperazione nazionale e la condivisione delle risorse hanno determinato l’abbattimento dei costi della catalogazione, consentendo alle biblioteche di ottenere in pochi anni risultati non perseguibili con la gestione tradizionale; hanno innalzato il livello dei servizi all’utenza in un ambito di continuo confronto tra soluzioni sempre più avanzate sia nel trattamento dell’informazione bibliografica sia nella fruizione dei documenti. E proprio in quanto basata sulla condivisione delle risorse la rete SBN, nata come realizzazione all’avanguardia, è stata presa a modello di buona pratica a livello internazionale.
Cessare la manutenzione e rendere insostenibile l’incremento di una tale risorsa, nella solita logica di tagli indiscriminati, è, a nostro avviso, l’ennesima offesa del diritto allo studio, alla ricerca e alla crescita culturale e pertanto riteniamo doverosa questa denuncia.
Il Personale dell’Istituto Centrale per il Catalogo Unico
delle Biblioteche Italiane – ICCU – Roma

 

C’è bisogno di aggiungere altro? Io direi che la cosa si commenta da sé.

Riflessioni estemporanee

A quel coglione che stamattina si è divertito a spaventare tutta Bari, e in particolare l’Università, con il suo allarme bomba: che tu possa passare il resto della tua miserabile vita su un cesso, a meditare su quanto tu sia imbecille. Sempre sperando che ti prendano e ti lascino nelle mani di tutti coloro che oggi, per colpa tua, ci hanno rimesso.
E, sì, oggi sono troppo stanca per essere fine e di più parole.

Historia magistra vitae. Forse.

Ormai penso anche i muri sappiano che io do ripetizioni: a ragazzini delle elementari, delle medie e delle superiori, quando mi è capitato. Nella mia carriera di doposcuolista, di studentessa e di figlia di un’insegnante, vi assicuro, ho visto abbastanza, sia da parte dei ragazzi, che dei genitori e che dei docenti, da poter scrivere un libro in proposito.
Ma queste ultime esperienze devo raccontarvele. Perché, beh, meritano.

Tutto inizia quando il mio allievo (non vi dico la scuola che frequenta né la classe; ciò che vi sto per dire, ho saputo che succede anche in altri luoghi. E non è una cosa positiva) per la prima volta mi dice che abbiamo storia da studiare.
«Oh, finalmente qualcosa di interessante!», penso io in quel momento, leggendo “La Prima guerra mondiale” come titolo del paragrafo, dato che, tra gli altri due che frequentano la prima media, i miei studi e la scuola di archivistica ne ho le tasche piene di imperi romani che crollano, invasioni barbariche et similia.
E così, incominciamo a studiare. Al ragazzo la materia non piace per niente, non ci vuole un genio per accorgersene, ma caso vuole che io adori la storia, e quindi mi piace spiegare gli eventi in modo divertente, cosicché lui capisca e io rispolveri un po’ concetti che non tocco da qualche anno.
I giorni passano: finisce la prima guerra mondiale e inizia la rivoluzione russa, argomento che non mi fa proprio impazzire, ma, che ci vogliamo fare, la dobbiamo studiare. Finisce anche la rivoluzione russa e con essa, si torna al quadro generale: la pace di Versailles, i pesanti tributi per la Germania, la vittoria mutilata…
E poi, un giorno.
«Che abbiamo oggi?» chiedo.
«La fascistizzazione della società».
Ci ha messo tre ore a dirmi quella parola così lunga e complessa, ma non è quello il punto; il mio cervello si è soffermato su un altro particolare.
«Cosa?» Ho capito male. Sicuramente.
«La fascistizzazione della società.» ripete.
«Scusa, ma… quand’è che abbiamo studiato il fascismo noi?»
«L’abbiamo saltato. La professoressa dice che siamo indietro.»
«…»
Continuo a fissare il libro per un attimo; lui mi guarda, aspettando che gli dia il via. Gli do l’ok e poi cerco di spiegarli chi diavolo sia questo famoso Mussolini e che diavolo voglia.
«Cos’abbiamo di bello oggi?», gli chiedo qualche giorno dopo.
«L’antisemitismo in Italia.» mi risponde, pronto. Le pagine successive a quelle che avevamo studiato in precedenza. Qualcosa mi prude all’altezza dello stomaco, ma lascio perdere: dopotutto, il programma non lo gestisco io; dopotutto, siamo a gennaio, c’è a giornata della memoria; dopotutto…
Passano i giorni: io mi ammalo, lui ha altri compiti, e storia diventa il mio ultimo pensiero. Trascorre anche la giornata della memoria. Hanno visto un film francese, ma non ricorda il titolo. Me lo dice qualche giorno dopo, ma io intanto l’ho scoperto da sola.
«Train de vie!» lo sorprendo.
Bello, commento. Cioè, non l’ho visto, ma una mia amica mi ha detto che è bello, anche se il final-
«Non abbiamo finito di vederlo, abbiamo visto solo metà.» Mi ferma lui.
Ora, mi spiegate a che serve iniziare a vedere un film su un argomento come la Giornata della Memoria, e lasciarlo morire lì? No, non volevo saperlo. E così: «Allora, che cosa abbiamo oggi?»
«I fascismi in Europa.»
Lì per lì rimango un po’ stranita, ma poi lo esorto a leggere.
«Mentre gli stati europei si stavano riprendendo dalla Grande Depressione…»
No, aspettate. Aspettate.
«Giuseppe, scusa. Sei sicuro che sia questa la pagina?»
Annuisce.
«E sei sicuro che non hai saltato niente?»
Annuisce.
«Giuseppe, ehm… tu sai cos’è la Grande Depressione?»
«…»
Prendo il libro e giro un po’ di pagine. ESATTAMENTE NELLA PAGINA PRECEDENTE si parla della crisi del 1929 e della Grande Depressione. Ormai sicura di quello che troverò, continuo a girare a ritroso le pagine e, finalmente, trovo il capitolo che cercavo: la repubblica di Weimar; la salita al potere di Hitler; la notte dei cristalli.
«Giuseppe, tu sai chi è Hitler?»
«…»
Ovviamente neanche a parlarne di chi siano Roosvelt, Churchill e compagnia. Stiamo scherzando? Francisco Franco, Tito, poi…
Inizio a sentirmi male. Ovvio che ‘sto ragazzo non capisca niente quando legge di nazismo, Grande Depressione e qualsiasi cosa c’entri con il primo dopoguerra!
E così molto, ma molto a grandi linee, gli spiego chi siano questi esimi sconosciuti, che diavolo sia successo nel mondo e perché c’è questa famosa Grande Depressione (la crisi ha portato a un vantaggio: descrivere la situazione è più facile, decisamente); perché, insomma, fra un po’ scoppierà la Seconda Guerra Mondiale.
E se questo vi sembra abbastanza, non avete ancora sentito il resto – perché, sì, c’è un resto!
Sabato, 11 febbraio 2012; Giuseppe esce fuori il libro di storia dallo zaino.
Oddiosantissimochecosaavràoggi? non posso fare a meno di tremare.
«Allora, che abbiamo oggi?»
«L’operazione Barbarossa.»
Ora: sia chiaro che non è che ricordassi esattamente che diavolo fosse questa operazione; o meglio, quando poi ho letto che cosa fosse, ho ricordato la sua esistenza per ovvi motivi, ma non ne ricordavo assolutamente il nome. Però, di una cosa ero certa: c’entrava la seconda guerra mondiale; il problema era capire come.
Gli faccio quindi leggere il primo paragrafo: siamo nel 1941, l’Italia ha invaso la Grecia, Hitler è corso ad aiutarla e poi si è dato alla conquista della Jugoslavia; il 22 giugno, finalmente, attacca l’Armata Rossa, ottenendo le prime vittorie.
«In che anno siamo, quindi?»
«1941»
«E la guerra quando è scoppiata?»
«Nel 1939.»
Rimango veramente, ma veramente sorpresa. «Come lo sai? Cioè, lo sapevi tu, avete letto i paragrafi precedenti o ve l’ha detto la professoressa?»
«No, ce l’ha detto la professoressa come introduzione.»
Oh, meno male! Almeno questo!
«E perché è scoppiata la guerra?»
«…»
«Hai mai sentito parlare di guerra lampo?»
«…»
«Naturalmente tu non hai neanche idea del perché qui dice che “Dopo aver capito che non sarebbe riuscito a conquistare l’Inghilterra”, vero?»
«Ehm…»
«E naturalmente è inutile che ti chieda quando è entrata in guerra l’Italia.» Non era una domanda, la mia.

Ora, io dico. Insegnanti che passate di qui – e che vi ritrovate in questo esempio, ovviamente; ne conosco tantissimi che sanno fare benissimo il proprio lavoro e che lo amano davvero –  io vi capisco. Davvero. Capisco che molti di voi si trovano davanti studenti a cui non frega un cazzo di quello che insegnate, che vi guardano in faccia come per dire «Ma questa qua che vuole?», ragazzi il cui sogno è ormai fare la Velina o partecipare al Grande Fratello per diventare ricchi con il minimo sforzo; capisco che vi sentiate inutili a insegnare un sacco di nozioni a ragazzi che rifiutano tutto perché si annoiano, non vogliono studiare, non capiscono a che diavolo serva tutto questo (l’altro giorno mi è stato detto che l’inglese non serve a niente. Non storia, non geografia: inglese); ragazzi che, alla fine, vogliono restare ignoranti e godono della loro ignoranza e il cui unico interesse è la Playstation o Facebook.
Ma.
Ma tra questi c’è ancora gente che vuole imparare; c’è ancora gente che studia perché, non dico che gli piace (miraggio, ormai), ma che almeno è interessato, è curioso e vuole conoscere quel che succede ed è successo nel mondo. C’è gente che magari vuol diventare qualcuno, che ha sogni veri per il futuro. Che magari vuole diventare anche un attore, ma studiando in un’accademia seria.
È il vostro lavoro; siete pagati per insegnare,  per far crescere le menti che vogliono apprendere, come anche di dare perle ai porci che invece se ne fregano. Siete pagate per farlo. Fatelo!
Qualcuno mi dirà: Tanto lo stipendio lo prendo comunque! Lo so. Vorrei anche dire che prendereste lo stipendio anche se insegnaste la pronuncia della lingua che volete insegnare o se spiegaste la storia come Dio comanda. Anche io sarei pagata comunque, se dicessi ai miei ragazzi solo quello che è scritto nella paginetta e non cercassi di contestualizzare e insegnar loro qualcosa in più. Che magari dimenticheranno dopo dieci minuti, anzi, magari mentre sono seduti lì, di fronte a me (e loro sanno che io so: non serve prenderci in giro). Ma, a ‘sto punto, io mi domando: che diavolo me ne devo fare di tutta questa cultura, di tutti questi libri letti e studiati, se poi quella conoscenza resta solo a me? A che serve se non la metto in pratica in qualche modo, anche insegnandola – anche solo per racimolare qualcosina – a qualcun altro?

E adesso sono proprio curiosa di sapere quale sarà la prossima lezione di storia. Proposte?

Cough Cough!

Sì, abbiate pazienza. Sapendo che dovrò aspettare almeno un anno prima di poter vedere come John spaccherà la faccia di Sherlock quando lui si rifarà vivo (perché John lo menerà, vero?  Non accetterà tutto così passivamente come il vero Watson, veeeeeeeeeeeeero? è_é) la terza serie di Sherlock, ultimamente mi sto letteralmente drogando di fanfiction sulla serie – quindi, tranquilli, non vi tedierò con le mie teorie sul ritorno di Sherlock come sto vedendo fare in mezzo mondo; so che non ve ne frega niente e che mi odiereste soltanto -, perciò il mio livello di ironia-acidità-misandria-spirito di patata farebbero concorrenza a quelli di Sherlock, e non perché le fic che sto leggendo facciano schifo, ma proprio perché sono anche troppo IC (voglio dire, va bene leggere e drogarmi di storie, ma sono pur sempre la solita lettrice esigente et rompipalle!): se vivessi io con lui, diventerei come lui, lo sento. E non certo per le capacità intellettive. No, a pensarci bene, ci uccideremmo a vicenda dopo una settimana.O forse ci ucciderebbe John. Sì, è molto probabile).
E no, non sto scherzando: l’altro giorno ho sognato di litigare con Sherlock perché lui diceva che il caffè italiano fa schifo e difendendo il suo tè. Ma stiamo scherzando? Come si è permesso? Tra l’altro, nel sogno, ero andata a teatro a vedere Molto rumore per nulla, che diavolo ci faceva lui lì?!
Sì, lo so, sto male. Il giorno in cui inizierò a leggere e a consigliare di leggere RPF (e io odio le RPF!) su Cumberbatch e Freeman (e, si, ci sono LEHOVISTECONIMIEIOCCHI!) portatemi in un manicomio. E buttate pure la chiave.

Dicevo, visto il mio livello attuale non sono riuscita a evitarmi un simile titolo idiota.
Il motivo?
Perché il delicatissimo suono di un colpo di tosse che squarcia l’aria (diurna e notturna) è quello che ormai accompagna ogni mia semplice, piccola, inutile, insulsa conversazione. Praticamente, se telefonate a casa e vi sentite rispondere con un colpo di tosse, sono io. Oh beh, potrebbe essere anche uno qualsiasi dei miei familiari, visto che ho avuto anche la capacità di far ammalare tutti (ricevendo bestemmie e altro da mia sorella, che aveva un esame e che non ha più fatto, e da mio padre che non prendeva la febbre da… ha mai preso la febbre lui? O_O).
Però adesso sto meglio, eh. Certo, dopo aver infettato il mondo (casalingo e non),  essere stata a letto tre giorni – io che, ok, sono una dormigliona, ma che ultimamente non ho tempo neanche di stare a casa, figuriamoci starmene a poltrire – aver perso giorni preziosi per tirocinio e delle lezioni in archivio ed essere passata da una tosse fortissima, a un raffreddore fortissimo, a una febbre improvvisamente nata e morta in due ore (almeno lei) – mentre, tra l’altro, eseguivo espressioni algebriche con Giuseppe (arrivando, e ci tengo a precisarlo, al risultato prima di lui: non sono anche io un piccolo Sherlock? *_* Ok, la smetto XD) – a un nuovo attacco di tosse fortissima, al ciclo – che ha deciso di arrivare quasi una settimana prima giusto perché vedermi così ammalata gli dispiaceva! – a un mal di denti fortissimo (per il quale aspetto che la tosse finisca definitivamente per andare dal dentista) a un attacco di insonnia improvvisa (o forse questo è dipeso dai tre giorni quasi ininterrotti di sonno?), visto che tra lunedì e ieri sono stata sveglia 36 ore, con solo due ore di sonno e subendo solo verso la fine del lasso di tempo alcuni disturbi, tra i quali, vorrei annoverare giusto per completare il quadro, il non riuscire a prendere sonno nel momento in cui sono riuscita finalmente a mettermi a letto.

Sì, credo che in questo modo possiate capire meglio il mio post delirante e il mio sogno a dir poco folle – di cui, tra l’altro, non ricordo manco se alla fine riuscivo a spuntarla o meno! XD

Quindi, come potete intuire, non posso certo definire questa settimana noiosa, anche se avrei preferito continuare con la mia routine, anch’essa tutt’altro che piatta. E non posso neanche dire che sia stato tutto un male, visto che alla fine, stando a casetta, mi sono (oltre che drogata delle suddette fic su Sherlock) letta gli ultimi due capitoli usciti di Ne resterà soltanto uno di Tiger, che mi aspettavano da eoni e che consiglio a tutti di leggere (tanto, anche se non conoscete il fandom, non succede niente, dato che è un AU), ho finito la missione di The Sims Social, e, mentre buttavo tutto in lavatrice per disinfestare (sì, disinfestare!) la mia stanza, mi sono venute anche alcune idee per scrivere che ho cestinato nel giro di quattro millisecondi netti. Però, cavolo, sento troppo il bisogno di scrivere – ed è anche questo il motivo per cui sto aggiornando il blog senza scrivere, alla fine, realmente niente di importante che possa cambiare le sorti del mondo (anche se, convengo con voi, non è che i miei post di solito servano per chissà che missioni umanitarie) – e vorrei tanto riuscire a creare qualcosa. Spero solo che non sia qualcosa su Sherlock. Voglio dire, io amo quella serie e quel fandom, ma, proprio perché sono per l’IC a tutti i costi, mi distruggerei a scrivere di uno come lui.
O potrei mettere per iscritto il mio sogno?
No, Nunzia. Non pensarci. Su, torna a tossire, dai.

Passando decisamente a tutt’altro argomento, ieri è iniziato il secondo livello elementare di giapponese e si è chiuso definitivamente Splinder.
Sì, ok, le cose non c’entrano niente tra loro, ma mi piaceva l’idea di mettere insieme in una sola frase due cose che fossero una fine e un inizio, ma che in effetti non c’entrassero un piffero.
Dicevo, Splinder. Me ne sarei persino dimenticata, se non fosse che Lucia ne ha parlato proprio ieri. Per curiosità, oggi, sono andata su quella che ieri era l’home della piattaforma e… beh, ecco qui come si presenta oggi.
Devo dire che hanno fatto in fretta a smantellare tutto. Oddio, non che adori gli adii strappalacrime e cose del genere, ma, non so, almeno un giorno di “Grazie per essere stati con noi e non averci sbattuti fuori dalla vostra vita nonostante  spesso ce lo saremmo meritati” sarebbe stata carina. Anche senza la seconda parte della frase.
Invece, nada. Mi spiace un po’, in fondo. Questo blog è stato lì per *conta* 7 anni, compiuti esattamente  il 23 gennaio scorso e ha visto un sacco di momenti della mia vita, completamente differenti: una laurea triennale, una specialistica, la me innamorata, la me delusa e triste e depressa che adesso ammazzerei a suon di mazzate ma tant’era, la me di adesso, in cerca di lavoro, cinica e ironica, la me che studiava e che aveva paura di un esame, la me che sperimentava un sacco di esperienze nuove e si divertiva a raccontarle… la me di sette lunghi anni.  Mi fa venire quasi i brividi pensare che nel giro di un click sette anni della mia vita, su quella piattaforma, sono spariti in un lampo. E, come i miei, anche quelli di migliaia di altri utenti.

La prima lezione del secondo livello elementare di giapponese, stavo dicendo. Madò, non ci posso ancora credere! *_* Piano piano, nelle otto lezioni scorse, abbiamo iniziato a leggere i nostri primi kanji, a riconoscere la data e a dire quand’è il nostro compleanno, a chiedere il prezzo di qualcosa e a decidere se acquistarlo o meno (chissà se e quando mai mi servirà questa informazione! XDDD); da questa, invece, ci siamo sentiti un po’ più intelligenti, visto che abbiamo iniziato ad abbandonare le frasi con il verbo desu (essere) e ad avventurarci nel magico mondo dei verbi. Rigorosamente, per adesso, al presente e al passato, ma non si dice che chi va piano va sano e va lontano? Tra l’altro, oggi, vedendo il titolo di una canzone, ho riconosciuto proprio due ideogrammi che abbiamo visto ieri! *_* E che ovviamente non ricordo quali siano! XD Ma sono meri dettagli. U_U


Ieri è anche morto Alessandro Pratesi, anche se ho letto la notizia solo adesso.
Probabilmente per il 90% della popolazione questo è un nome come tanti altri e i più alzerebbero le spalle come per dire “Mi spiace, ma comunque mai sentito!”. E invece, per me e tanti altri che hanno almeno aperto un libro di diplomatica, questo nome è più che una parola. È il nome di uno dei diplomatisti più famosi nella storia della disciplina, con i cui testi ha iniziato allo studio dei documenti medievali tantissimi studenti.
E anche lui se n’è andato, come, ormai un anno fa, se n’è andato Francesco Magistrale. Se n’è andato un grande, grandissimo studioso. Ma spero e prego che siano rimasti, ai suoi discepoli e prosecutori, tutti i suoi insegnamenti e le sue scoperte sullo studio dei documenti medievali.

 

Sono le 9 e mezza di sera, sto scrivendo ‘sto post da due ore, la tosse mi sta di nuovo uccidendo la gola (ma perché non si decide ad andar via anche la sera? Non voglio la sua buona notte!) e devo preparare tutto per domani. La routine ricomincia! *_*
Ma prima, mi vado a leggere un’altra fic su Sherlock. U_U
No, ok. Scherzavo. Vado a vedermi Brandon Fraser su Rai1, dai. XD

Closed

No, tranquilli. Il titolo non si riferisce certo a questo blog – anche se molti ci stavano sperando, dite la verità! – ma a tutti quei siti di upload come Megaupload, gioia di tanta gente non costretta a spendere milioni di euro al cinema o in DVD per vedersi qualcosa che non sia quelle schifezze passate in televisione ogni giorno – oppure quelle stesse schifezze in tempi umani e non dopo eoni.

Sicuramente questo post è uno dei tanti che circolano in questo periodo nella rete, ma mi piace pensare che qualcuno dei colpevoli, passando di qui, legga per caso la mia opinione.

Io non posso dire che sono stronzi, fetenti e bastardi perché, dal loro punto di vista, hanno ragione. Il cinema, la musica hanno ragione; le case editrici hanno ragione. Chi ci guadagna milioni di euro e di dollari ha ragione.

Però, sapete cosa?
Non è che tutti possiamo permetterci di andare al cinema ogni giorno – soprattutto tenendo conto di quanto costi un biglietto del cinema. Quando, prima, avevo la showcard, che mi permetteva di pagare solo 2€ ci andavo molto più spesso. Per non parlare poi di questa mania del 3D, che io non posso vedere. Qualcuno mi potrebbe dire che potrei andare in un cinema che lo manda in 2D. In Culonia, se mi va bene.
Per non parlare dei telefilm e degli anime, di cui io sono una grande appassionata. Se i telefilm prima o poi arrivano in Italia (oddio, prima o poi: mentre io già vedevo l’ultima puntata della seconda serie di Sherlock, in Italia a mala pena è andata in onda la terza della prima serie!), gli anime giunti fino a noi sono praticamente pochissimi, rispetto a quelli prodotti in Giappone. E io, fan (che, magari, dopo aver visto la serie mi decido anche a comprare il manga in Italia, facendo così guadagnare le nostre case editrici), come devo fare? Mi devo comprare – dal Giappone! – tutti i dvd di tutte le serie che mi piacciono, magari pure senza sottotitoli, o al massimo in inglese? E se io l’inglese non lo mastico bene?

Per non parlare poi del fatto che quei siti servivano anche per caricare altro. Una mia amica mi ha passato un video fatto da lei tramite Megaupload; era farina del suo sacco e poteva farne quello che voleva. Con che diritto questo è stato cancellato? E se l’avesse messo lì tipo copia di backup? Chi glielo restituisce?

Siamo in un momento di crisi, gente. I negozi di abbigliamento – e parlo di un prodotto che non può essere scaricato da internet e serve a coprirsi dal freddo e dal gelo – sono vuoti e i rincari della benzina portano tutto all’aumento. Credete davvero che la gente andrà più al cinema e comprerà più dvd? Siete dei poveri illusi. L’unica cosa che vedrete calare, sono gli abbonamenti alle adsl flat e le compagnie telefoniche vi ringrazieranno tutte, dalla prima all’ultima, per il grande favore che state loro facendo. Per non parlare dei dipendenti che saranno licenziati. Ma chi è che diceva che non c’è crisi?

I camionisti stanno bloccando l’Italia con la loro sacrosanta protesta: siamo in un mondo ormai troppo globalizzato perché certe scelte non ricadano negativamente anche su di voi.

11 Settembre 2011

Ci sono avvenimenti che non si possono dimenticare, dovessero passare dieci, venti, cent'anni.
Per quanto mi riguarda, non credo che dimenticherò tanto facilmente quel martedì di dieci anni fa.
Mi ricordo che la scuola non era ancora iniziata. Dovevo frequentare il quarto anno e quelli erano gli ultimi giorni di festa. Quel pomeriggio avevo letto un po' e poi, alle quattro, ero andata in cucina per vedermi una puntata di L'incantevole Creamy: erano anni che in TV non lo trasmettevano e quella era una delle mie puntate preferite, anche se non ricordo bene quale fosse. Ricordo soltanto che premetti sul 6, aspettandomi di vedere già i capelli verde-scuro della piccola Yu oppure le pubblicità per bambini che mandano in onda sempre quando trasmettono i cartoni.
Lì per lì pensai che fosse un film. «Accidenti alla Mediaset!», fu il il mio pensiero, conoscendo la loro abitudine di cambiare i palinsesti all'improvviso (e, a pensarci bene, dopo dieci anni, non è che la cosa sia cambiata, eh! -__-). Perché, cavolo, non poteva essere altrimenti: un aereo che va a lanciarsi contro le Torri Gemelle poteva essere solo la scena di un film. Neanche un secondo dopo, la voce e il volto dei giornalisti mi fecero realizzare all'istante di cosa si trattasse: non era un film; era tutto vero. «Che stai vedendo?» mi chiese mia madre, spuntandomi alle spalle.
Non dissi niente e indicai il televisore. Del resto, non c'erano – e non ci sono ancora – parole per descrivere quello che vedemmo, quello che capimmo in quel momento.
Non ricordo bene cosa accadde nei giorni successivi: sicuramente tanti servizi, di cui ricordo pochi, terribili fotogrammi (non che sia una novità, una notizia che viene sviscerata fino a farci nauseare, figuriamoci, poi, per un avvenimento del genere!); ricordo anche le parole della mamma di un'amica che lavora in banca: «Seppi che qualcosa di terribile era accaduto, quando vidi la Borsa americana cadere in picchiata da un momento all'altro.»
Mi chiesi, e mi chiedo ancora, cosa avessero fatto di male quelle povere persone che andavano solo a lavorare per sfamare la propria famiglia, perché gli esseri umani facessero, e facciano, così schifo da ammazzare gli altri – gente innocente – per il proprio tornaconto, perché dev'essere sempre homini lupus, perché non può starsene a casa propria a vivere la sua vita senza rompere le palle agli altri.
A questa domanda non ho mai trovato, e penso che nessuno troverà mai, una risposta.

Ieri sera, qui c'è stata la notte bianca e la cover band degli U2 cantàò questa canzone in ricordo delle vittime di quel giorno.
Voglio farlo anche io: per loro, per quelli che sono morti o sono rimasti feriti dopo, a causa della guerra, e per coloro che sono rimasti in vita, a piangere e a disperarsi per i propri cari.
Questa canzone fu scritta per un altro avvenimento e nel 2001, quel giorno, non era domenica. Ma, alla fine, c'è davvero una differenza?