Andria – Corato, 12 luglio 2016

Stanotte non sono riuscita a dormire. Un po’ per il caldo, certo, ma soprattutto perché non sono riuscita a lasciar fuori dalla mia testa tutto quello che è successo ieri.

La prima volta che misi piede, da sola, su un treno della Ferrotranviaria era nel 2003. Avevo da poco finito la scuola superiore ed andai a Bari per consegnare la domanda di iscrizione all’università – allora non c’era il portale ESSE3 e si usavano ancora i vecchi metodi.
Allora da Bitonto a Bari c’era un unico binario, i treni erano brutti grigi e piccoli – degli anni Settanta, praticamente – e alcuni vagoni, una volta giunti alla stazione designata venivano staccati per indicare che erano riservati a quel paese; se perdevi il treno, dovevi aspettare un’ora che arrivasse l’altro e, alle sette di mattina, eri fortunato se aspettavi solo dieci minuti che arrivasse la coincidenza, schiacciato e pressato come una sardina, su vagoni che avevano così tanti spifferi, che almeno potevi respirare; i binari della stazione centrale, poi, erano due; non c’era un bar, né macchinette automatiche per i biglietti (quindi immaginate se dovevi prendere il treno dalle una delle stazioni intermedie di Bari – tranne Quintino Sella, che aveva l’omino addetto); sito web neanche a parlarne e i bagni erano semplicemente disgustosi.
Sono passati tredici anni da allora, e, da quel giorno, la mia linea ferroviaria non si riconosce più: abbiamo una linea metropolitana che collega l’Ospedale San Paolo a Bari centro in dieci minuti (evitando ai pendolari di spendere un’ora della loro vita nei pullman cittadini), una tratta Bitonto – Bari che passa da Palese e Macchie e un’altra con tre nuove fermate, di cui una all’aeroporto – e non avete idea di quanta gente la utilizza – treni nuovissimi e pulitissimi, con tanto di radio (indimenticabile il giorno in cui, salita sul treno per andare al lavoro, mi resi conto che, oltre alla musica che sentivo con gli auricolari, nell’aria ne riecheggiava anche un’altra. «La Bari nord ha la radio?», mi ritrovai a commentare stupefatta) e la vocina che ti avvisa, in italiano e in – diciamo – inglese che le porte devi aprirle spingendo l’apposito pulsante verde; due bar, presso la stazione centrale di Bari, tre binari che diventano sei, stazioni rimodernate, e tanti progetti, tra cui una linea che arrivi nel Salento. E tante, tante nuove assunzioni.
Certo, ci sono ancora i binari unici, in alcuni punti. Ma si sta lavorando anche su quello. con ritardi e problemi, ma sul sito della Bari Nord stessa è tutto nero su bianco.
I pullman, certo, hanno meno attenzioni, ma c’è un servizio minimo che permette di raggiungere tutti i punti nevralgici del capoluogo e spesso l’ho preso anche per raggiungere alcune zone dell’entroterra.
Ho parlato con tanta, tanta gente che ha preso la nostra linea per andare in aeroporto e tutti – tutti! – si sono mostrati entusiasti e felici del nostro servizio: «E poi sono stati tutti così gentili!» mi ha detto, proprio un paio di settimane fa, una signora toscana.
Questo è il sud che chi non vive qui ama solo denigrare. Come dite? Che nessuno vi ha detto tutto questo? E certo. Perché i sedicenti giornalisti si sono più divertiti a cercare forme sempre più melodrammatiche per descrivere il Sud invece di informarsi ALMENO che non c’è una tratta Ruvo – Andria, ma che è la Bari – Barletta, anche solo aprendo il sito web della Ferrotranviaria. Ma si vede che è troppo complicato.

Per noi della linea Bari – Barletta (e in particolare per noi bitontini), la Ferrotranviaria non è un treno. È casa. Da qui, ci vogliano neanche venti minuti per raggiungere Bari. Gli amici degli altri paesi mi prendono in giro ogni volta che, alla domanda «A che ora hai il treno?», io rispondo: «Quando voglio.». Perché è vero: tre treni nel giro di venti minuti è avere un treno quando voglio. Una piccola metropolitana, praticamente. «Vado a Bari» per noi è come dire «Vado a comprare il pane.» o «Esco a fare un giro, torno subito.». È una cosa normale, istintiva, che fai in neanche dieci minuti. Da quando ho frequentato l’università, quasi tutte le mie esperienze più importanti si sono svolte a Bari: il servizio civile, il volontariato in archivio, persino le uscite con le amiche; anche se cerco un posto di lavoro o un corso, istintivamente cerco qualcosa con sede a Bari.
Perché Bari è casa, certo, è il capoluogo, ma anche perché arrivarci è facilissimo ed è semplice. Leggo su Facebook di gente che bestemmia e tira insulti contro la propria linea ferroviaria. Io no. Certo, non posso dire che i ritardi non capitino mai: ogni tanto spunta sempre qualcuno che desidera suicidarsi sui binari, oppure idioti che vanno in giro a rubare i fili di rame; una volta rimanemmo fermi su un ponte per un’ora, al buio, per non mi ricordo quale problema elettrico (ovviamente in pieno inverno): venne un altro treno a portarsi ad una stazione più vicina e a portarci a casa. Per non parlare di quando ci fanno scendere da un treno e salire su un altro, anche se non capiamo il motivo.
Ma sono avventure che capitano. Questo non impedisce a nessuno di prenderlo ancora, quel treno. Ogni giorno, più volte al giorno. Perché fa parte della nostra vita. Perché quando sei su quel treno ti rilassi, leggi, ti addormenti, ti metti ad ascoltare le chiacchiere della gente, oppure studi. Sei a casa. «Sono sul treno» per noi non è solo la constatazione di trovarsi in un luogo; è la sicurezza di essere ormai arrivato a casa, che tutto è andato bene.
Sì, mi rendo conto che sto abusando dell’espressione a casa, ma, credetemi, non sono impazzita e il mio linguaggio non si è improvvisamente impoverito; è che, semplicemente, sono le uniche due parole che posso usare per descrivere come ci si sente lì, su quei treni.
E io amo quei treni. Non a caso ci ho ambientato anche qualche scena di qualche racconto e gliene ho dedicato uno. Li amo perché sono belli, puntuali e puliti. Li amo perché il personale è sempre gentile. Li amo perché sono, appunto, casa.
La notizia di ieri mi ha sconvolta come poche cose al mondo.
Perché era come se fossi lì, anche io su quel treno, anche se è una tratta che frequento poco. Perché su quei due treni ci sono salita anche io, tante e tante volte. Perché sono io, quel pendolare che torna da un esame o va a Bari per fare acquisti, lavorare, studiare. Sono io quel viaggiatore che scende all’aeroporto. Sono io quel controllore che si ferma ad obliterare il tuo biglietto o che passa avanti senza domandarti nulla, perché sa che hai l’abbonamento e ti ha riconosciuto, o che una volta che ero l’unica donna in carrozza e vide salire dei tipi non proprio raccomandabili, venne a sedersi proprio di fronte a me, o quello che mi dice «Signorina, nella carrozza successiva c’è un posto libero» quando mi vede là, in piedi. Sono io quel capotreno che aspetta anche l’ultimo ritardatario che corre a perdifiato cercando di prendere al volo il treno (quante volte è capitato anche a me?). Sono io quel macchinista che aspetta che la persona che sta facendo il biglietto possa salire, anche se potrebbe fregarsene altamente e ripartire. Sono io quegli amici, parenti, sconosciuti che prendono quel treno ogni giorno, ad ogni ora.
Non riesco ancora a credere che tre di quelle persone che ho sempre conosciuto, anche senza conoscerle veramente, non le vedrò più. Che non ci sono più. Forse, quel controllore così gentile è proprio una delle vittime. Forse, una di quelle ragazze era seduta di fronte a me, in qualche viaggio. Forse uno di quei signori mi ha galantemente ceduto il posto, un giorno che il treno era pieno. Forse, qualcuno di loro mi ha chiesto persino un’informazione – o gliel’ho chiesta io. Perché, sul treno, si è tutti un po’ amici, anche se non ci si conosce e non ci si rivedrà mai più.
Chi non è pendolare – chi non è pendolare su quella tratta – non può capire.

Leggo su Facebook le varie notizie che circolano, le cattiverie gratuite alla mia terra e alla mia ferrotranviaria, la gente che gioisce per i morti terroni (e che siano veri post o bufale vi auguro il peggio del peggio. Dal profondo del cuore) e non so se essere più scioccata per il dolore o per la rabbia che provo verso queste persone. Perché gli esseri umani fanno così schifo?, mi chiedo. Perché non si estinguono adesso, in questo momento?
Ma poi vedo gli ospedali pieni di gente a donare il sangue, tanto che gli stessi devono fermarli e dire di tornare nei giorni successivi, perché sono pieni, e allora mi dico che, in fondo, c’è ancora speranza per l’umanità.
Intanto, però, il dolore per chi non ce l’ha fatta e per tutto quello che si sente e si sentirà ingiustamente dire resta, come un macigno.
Voi potrete dimenticare. Noi no.

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2 thoughts on “Andria – Corato, 12 luglio 2016

  1. Naco, non prendertela. Sui social ci sono tanti imbecilli che nel mondo reale non li trovi manco a cercarli con il lanternino, come se questa categoria avesse deciso di vivere e dire le loro cazzate solo da dietro un monitor. I giornalisti&ospiti in TV poi… pure io ieri più di una volta mi sono trovata a pensare: ma che cavolo stanno dicendo?? Parlavano di quella specifica linea ferroviaria e del sud in generale quasi fosse normale un incidente simile, tanto è ai livelli del terzo mondo. Ovviamente si sbagliano di grosso perché è vero che ci sono tante cose che non funzionano o servizi che fanno veramente schifo in certe Regioni del mezzogiorno ma non si può fare di tutta l’erba un fascio.
    Vedessi tu che schifo la linea ferroviaria lenta Roma-Firenze, i treni sono vecchi, sporchi e malandati, li puliscono solo quando entrano nella Regione della Toscana. Nel Lazio nessuno passa mai a pulirli. E’ una roba vergognosa. Il treno in certi orari non fa manco capolinea a Roma Termini ma si fermano a Roma Tiburtina e da lì devi attaccarti ad altri mezzi se vuoi arrivarci. Ora addirittura un treno del mattino fa capolinea a ORTE. Non arriva manco a Roma e da lì bisognerebbe prendere la corriera per raggiungere la capitale. No comment.

    Cose oscene e vergognose. E sti imbecilli parlano senza manco conoscere la situazione territorio per territorio, limitandosi a generalizzare.

    Anche dove c’è qualcosa che funziona e bene ecco che ci danno giù dentro con la solita retorica da 4 soldi.

    La cosa però che più mi disturba sai cos’è? LE POLEMICHE.
    Si polemizza su tutto, ancora coi cadaveri caldi tra le lamiere e i feriti in fin di vita, senza il rispetto per nessuno. Almeno facessero passare un po’ di giorni prima di buttarla in polemiche e peggio ancora in politica.

    Ai morti tanta gente non ci pensa, non come essere umani. Diventano solo un mezzo per fare polemica, una scusa per sputarsi addosso gli uni con gli altri e questo è anche più vergognoso. Come dici tu, per fortuna non è tutto marcio in questo paese e le azioni contano più delle chiacchiere.

    • Sono perfettamente d’accordo con te. Sono stata anche in altre parti d’Italia, qui al sud e più a nord, e le cose che non vanno ci sono ovunque. Però mi fa rabbia leggere tutto quello che stanno dicendo su una linea che è l’eccellenza, qui da noi e on solo paragonata alle altre della zona. Roba che Trenitalia se la sogna.
      Quando ho letto la notizia, ho immaginato subito che si sarebbero divertiti a spalare merda su cose che non vivono e non sanno: lo fanno su tutto e tutti, figuriamoci sul Sud. E, come dici tu, senza neanche aspettare che la gente venga seppellita o che chi è in ospedale possa almeno riprendere i sensi. Che schifo.

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