(Never) give up

Io sono una persona testarda. Molto testarda. Sapevo di esserlo, ma ho preso piena consapevolezza di quanto lo sia da quando mi sono trasferita a Napoli. E questo, ovviamente, può essere sia un grande pregio che un enorme difetto. Per esempio, mi porta ad avere opinioni che non cambio facilmente. Non che non ascolti anche l’altra campana, eh: ascolto, recepisco, ma soltanto quando ne sono veramente convinta cambio idea su qualcosa.
D’altra parte, essere così testarda – perseverante, disse una volta un collega – mi ha spinto a lasciare il nido per trasferirmi a Napoli e lavorare in una biblioteca (e che biblioteca!). Oppure, negli anni, a continuare inviare millemila curriculum e a tentare altrettanti millemila concorsi per lavorare in archivi e biblioteche, nonostante, di questi tempi, la Cultura attraversi un periodo piuttosto buio. Oppure a recuperare quei maledettissimi crediti che mi mancavano per iscrivermi alle varie classi di concorso per insegnare.
Anche sul lavoro, io non mi arrendo facilmente. I colleghi scherzosamente – ma mica tanto – dicono spesso: “Se non lo trovi tu, allora quel libro non c’è!”, proprio perché non smetto di pensarci e di provare, finché quel volume non viene fuori. Che sia nella nostra biblioteca o che debba essere richiesto in prestito interbibliotecario.
Anche nei rapporti interpersonali sono così: se ci tengo, ci provo; anche quando vedo che dall’altra parte c’è un muro, io ci provo; anche quando quella persona mi ha deluso – se non tradito – già una volta: io do sempre una seconda possibilità. Ma anche una terza, una quarta e una quinta.

Tuttavia, arriva il momento in cui anche io mi arrendo e capisco che non c’è niente da fare: le aziende il mio curriculum proprio non lo vogliono, anche se capire il motivo sarebbe molto utile. Ci sono libri che proprio non si trovano, che magari sono in Australia e io non posso chiedere un prestito fin lì, quanto dovresti pagare e quanto tempo ci vuole finché arrivi? Ci sono persone che la mia amicizia, il mio affetto, semplicemente, non li vogliono: perché il mio modo di essere non piace, perché si sono fatti una certa idea di me – giusta o sbagliata che sia non importa – che non coincide con la loro idea di amicizia, perché chissà (anche in questo caso mi piacerebbe saperlo, ma vabbé, rimarrò col dubbio).
E io non posso farci niente: mi devo arrendere. Ci ho provato, davvero. Ho provato in tutti i modi a me noti. Ma non è andata. Non ce l’ho fatta.
Succede. All’improvviso. Accade qualcosa che mi porta a dire “Adesso basta”. Può essere avvenuto qualcosa di importante, ma anche una sciocchezza, quella famigerata goccia che fa traboccare il vaso. E quando questo succede, da una parte mi sento svuotata e mi viene voglia di piangere tutte le mie lacrime, perché, cavolo, io ci ho messo l’anima, non è giusto! Dall’altra, però, mi sento in qualche modo più leggera, perché quel che potevo fare l’ho fatto e non ho nulla di cui rimproverarmi.
E allora, cancello le lacrime (reali o metaforiche), mi rimbocco le maniche e mi lancio in una nuova sfida, sperando che, stavolta, le cose vadano meglio.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.