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Summer Comics: storia di una evoluzione

I cartoni animati, io, li guardo da quando ero piccola. Con mio padre vedevo L’uomo tigre e Ken il guerriero (alla faccia del MOIGE, sono cresciuta sana e con ottimi principi morali; amo leggere e mi sono laureata), con mia madre Lady Oscar e, dopo aver fatto i compiti, non mi perdevo una puntata di qualsiasi cosa vagamente simile a un cartone animato venisse mandato in onda anche su canali sconosciuti al mondo intero. Non sapevo ancora che cosa fossero gli anime e i cartoni occidentali, e solo dopo anni ho capito che fin da piccola ho avuto una predilezione per gli anime.

Quando andavo a scuola, i miei compagni di classe parlavano di telefilm come Beverly Hills e alle medie si passò a quelli francesi come Primi baci ed Helen e i suoi amici . Io li seguivo perché venivano trasmessi prima o dopo Bim bum bam, e giusto per non essere tagliata fuori dalle conversazioni, ma non è che stravedessi per loro; insomma, le trame erano carine, ai personaggi mi affezionavo pure, ma non erano di quelle serie di cui non avrei perso neanche mezza puntata.

Al liceo, poi, Giuseppe mi parlò di questa gente che scriveva fanfiction su un sito chiamato EFP. Io, che di storie ne scrivo fin da quando ero piccola, mi incuriosii e ci feci un giro: era ancora piccolo, come sito, ed Erika manualmente inseriva sia le storie che le recensioni. Così, per curiosità, ne mandai qualcuna.
Qualche mese prima, inoltre, Veronica portò a scuola un volume di Ranma 1/2 (quello in cui si parla di Collant Taro, prima edizione “Neverland” della Star) e mi disse dove l’aveva acquistato. Era l’aprile del 2000 quando comprai il mio primo volume di City Hunter (il penultimo, mortacci alla sfiga!) dalla cartoleria Paper House.

Ma la svolta arrivò con la fine del liceo. Più o meno durante il periodo prima degli esami, girovagando in rete, scoprii Fanfiction.it. La mia casa. La mia famiglia. Il luogo dove, per la prima volta, ho conosciuto gente appassionata come me, con cui potevo parlare sia in chat che sul forum. Lì conobbi tante, tantissime persone, alcune delle quali ancora nella mia vita.
Ovviamente, un luogo in cui parlare di anime e manga allarga moltissimo i tuoi orizzonti: scoprii l’esistenza degli anime fansubbati, delle scanlation e, complice il fatto che avessi da poco iniziato l’università e quindi avessi iniziato a bazzicare Bari, seppi che in Italia venivano pubblicati molti più manga di quelli presenti nelle cartolerie della mia città. Fu in quell’anno che conobbi Neverland, la mia fumetteria di fiducia in quel di Bari.

Ci conoscevamo tutti così, allora. Tramite forum o siti che parlavano di questi argomenti. Perché, almeno dalle mie parti, parlare di queste cose era una cosa strana. E tu che ne eri appassionato eri visto come un essere strano e fuori dal mondo. Manco fossi un marziano, insomma. Chiariamoci, a me, di essere vista diversa dagli altri, non è mai importato un fico secco. Però non tutti la pensavano come me. Io sbandieravo ai quattro venti che amavo i manga, mentre molti lo tenevano nascosto, quasi fosse una malattia. Trovare qualcuno che leggeva manga – e, udite udite, fanfiction! – ti faceva provare la stessa sensazione che sentì Robinson Crusoe quando conobbe Venerdì.

Poi, ovviamente, le cose sono cambiate: le fanfiction adesso vengono pubblicate come originali e vendono pure, e gli eventi dedicati ai manga e agli otaku sono molti di più: la stessa Lucca Comics negli anni ha acquisito una tale importanza che l’anno scorso per il sovraffollamento ci furono degli incidenti e, quest’anno, ho letto, ci sarà un tetto massimo di biglietti in vendita. Anche i manga che arrivano sono molti di più e, complici social network e internet in generale, le case editrici tengono sempre più conto del parere degli appassionati. Non siamo più un gruppetto di nicchia, da additare; siamo un gruppo di persone con una propria passione che non ha nulla da invidiare a tante altre.
Ma la consapevolezza della portata di questo cambiamento, per me, è arrivata ieri.

Sono tre anni che a Bitonto c’è il Summer comics. Il primo anno fu una cosettina piccola, con un evento finale in piazza, con Le Pile Scariche (una cover band che fa canzoni dei cartoni animati), che fu molto apprezzata anche dai non più giovani (li ho visti io, seduti alle loro sedie, che muovevano la testa a ritmo di musica); l’anno scorso ci si spostò al Torrione, ma io scappai fuori subito, tanta era la ressa e il caldo. Quest’anno, invece, l’evento è stato organizzato in una struttura ristrutturata fuori città: non grandissima, ma con un parco abbastanza grande intorno. L’amministrazione ha messo dei pulmini a disposizione (anche se a piedi era fattibilissimo) e dalla stazione ci vogliono dieci minuti soltanto.
È stato… bello. No, non solo perché la manifestazione si è chiusa con un concerto de Le stelle di Hokuto, band cover ormai approdata anche a Lucca o per la gara cosplay che si è tenuta sabato sera. È stato bello perché c’era tanta, tantissima gente: bitontini curiosi, ma soprattutto appassionati, e gente che veniva da altri paesi, nella nostra piccola città, in una zona in fondo fuori mano, per assistere a un evento che, quindici anni fa, quando presi in mano il mio primo manga, non era possibile, qui, da me, neanche nei miei sogni più fantasiosi.
«Quando anche a Bari?» mi chiesi anni fa, mentre per la prima volta andavo al Romics, nel 2005, e a Lucca nel 2008. Ebbene, non solo a Bari – dove al B-Geek sono arrivati ospiti come Manara e ZeroCalcare, citato persino al telegiornale di Rai1, ma addirittura a casa mia. Poter dire che leggo manga e che scrivo fanfiction senza dover, ogni volta, spiegare che cavolo sono e sentirmi gli occhi addosso di chi non capisce e trova tutto questo molto strano. Incrociare per strada, in un bar, in una comitiva, gente con in mano un manga o con una suoneria di un anime o che – addirittura! – conosce persino il tuo nick.
La dimostrazione che tutto scorre e tutto cambia, che anche quando si pensa che non sia possibile, che si è solo una piccola minoranza, strana e folle, alla fine, se ci si impegna e si crede in quel che si è e in quel che si ama, si può arrivare a grandi risultati.
Questo mi ha insegnato il Summer Comics 2015.

Paragoni e preferenze

Era da giugno che ci mancavo. Dall’Archivio di Stato, intendo.
Quest’estate è stata troppo torrida per pensare di attuare davvero il proposito di andare la mattina in biblioteca e il pomeriggio in archivio, così alla fine è arrivato settembre.
Ma, forse, era proprio la volontà di andarci che mi mancava. E non perché non mi trovi bene lì, quanto perché non mi andava l’idea di tornare in centro, stanca, per fare altre ore di lavoro. E, soprattutto, di schedare qualcosa che, per quanto mi possa piacere, non finisce mai. Gratis.
Eppure, quando oggi ci sono andata, mi sono vergognata dei miei pensieri. Perché in fondo, checché ne possa dire, io mi affeziono: è stato bello prendere il treno alle 7.58 – stracolmo, così diverso da quello che ho preso in agosto, per andare in biblioteca – farmi a piedi tutta via Tommaso Fiore (pensando che a luglio, lì, ci sarei rimasta secca), entrare in quella struttura così nuova, così bianca, scorrere velocemente con lo sguardo i documenti in esposizione per l’ennesima mostra e salire su, in sala studio. È stato bello sentirsi salutare dai dipendenti dell’archivio, sentirmi chiedere come sto, farmi i complimenti perché sono dimagrita («Stai davvero bene.» mi è stato detto «Ma hai fatto una dieta?») e piegare che no, nessuna dieta, solo tanto movimento in biblioteca, e raccontare cosa faccio, come mi trovo. Mi è sembrato di tornare un po’ a casa, quando mi sono seduta  al PC a schedare e ancora quando sono scesa giù, nella segreteria della scuola, per prendere il catalogo della mostra (sì, finalmente!).
È stato bello perché, nonostante tutto, io in quell’archivio mi trovo bene, sia con i dipendenti che per quello che faccio. Se solo fosse retribuito, mi peserebbe un po’ meno (ma anche se ci fosse un minimo di rimborso spese per i mezzi), ma poi penso che la pratica da qualche parte la dovevo pure iniziare, e scuoto la testa. Poteva andarmi peggio.

E poi sono tornata in centro, in biblioteca. E lì mi sono resa conto che, per quanto l’archivio sia bello e interessante, per quanto mi trovi bene, il mondo delle biblioteche è troppo importante per me. Seduta davanti al faldone, io che ormai sono sempre in giro, mi sembrava di essere legata alla sedia; eppure, anche in biblioteca, quando sto al posto di Lucrezia, sto seduta per ore e ore, anche senza far nulla. Ma è diverso: sono lì, tra i libri: c’è l’utente che viene a chiedermi aiuto con l’OPAC o qualcun altro con la collocazione; c’è il ragazzo che viene a imbucare lo statino o il professore che ha bisogno di un favore; ci sono i libri che tornano da magnetizzare, e quelli che escono, da smagnetizzare; c’è Natale, che arriva sempre a dire cose strane, ci sono le bibliotecarie; ci sono i ragazzi, gli amici e i passanti, con cui scappa la chiacchiera. E ci sono loro, i libri, che mi guardano dagli scaffali e sembrano dirmi “Ma ti sei dimenticata di noi?” E sono all’Università, un ambiente che ha tanti problemi, che sta per collassare su se stesso, ma che ho amato e che amo ancora. E per cui spero possa tornare il sereno.

Quando iniziai il Servizio Civile, mi chiesi se lavorare in una vera biblioteca mi sarebbe piaciuto come mi stava piacendo il lavoro in archivio o se invece la passione per questo settore sarebbe venuta meno.
Beh, per adesso la mia risposta me la sono data.
«Come faremo quando te ne andrai?», mi disse Dina ieri,  alludendo al casino dell’accorpamento di dipartimenti e delle biblioteche. «Come farò quando me ne andrò?» non posso fare a meno di pensare io, ogni giorno.

Historia magistra vitae. Forse.

Ormai penso anche i muri sappiano che io do ripetizioni: a ragazzini delle elementari, delle medie e delle superiori, quando mi è capitato. Nella mia carriera di doposcuolista, di studentessa e di figlia di un’insegnante, vi assicuro, ho visto abbastanza, sia da parte dei ragazzi, che dei genitori e che dei docenti, da poter scrivere un libro in proposito.
Ma queste ultime esperienze devo raccontarvele. Perché, beh, meritano.

Tutto inizia quando il mio allievo (non vi dico la scuola che frequenta né la classe; ciò che vi sto per dire, ho saputo che succede anche in altri luoghi. E non è una cosa positiva) per la prima volta mi dice che abbiamo storia da studiare.
«Oh, finalmente qualcosa di interessante!», penso io in quel momento, leggendo “La Prima guerra mondiale” come titolo del paragrafo, dato che, tra gli altri due che frequentano la prima media, i miei studi e la scuola di archivistica ne ho le tasche piene di imperi romani che crollano, invasioni barbariche et similia.
E così, incominciamo a studiare. Al ragazzo la materia non piace per niente, non ci vuole un genio per accorgersene, ma caso vuole che io adori la storia, e quindi mi piace spiegare gli eventi in modo divertente, cosicché lui capisca e io rispolveri un po’ concetti che non tocco da qualche anno.
I giorni passano: finisce la prima guerra mondiale e inizia la rivoluzione russa, argomento che non mi fa proprio impazzire, ma, che ci vogliamo fare, la dobbiamo studiare. Finisce anche la rivoluzione russa e con essa, si torna al quadro generale: la pace di Versailles, i pesanti tributi per la Germania, la vittoria mutilata…
E poi, un giorno.
«Che abbiamo oggi?» chiedo.
«La fascistizzazione della società».
Ci ha messo tre ore a dirmi quella parola così lunga e complessa, ma non è quello il punto; il mio cervello si è soffermato su un altro particolare.
«Cosa?» Ho capito male. Sicuramente.
«La fascistizzazione della società.» ripete.
«Scusa, ma… quand’è che abbiamo studiato il fascismo noi?»
«L’abbiamo saltato. La professoressa dice che siamo indietro.»
«…»
Continuo a fissare il libro per un attimo; lui mi guarda, aspettando che gli dia il via. Gli do l’ok e poi cerco di spiegarli chi diavolo sia questo famoso Mussolini e che diavolo voglia.
«Cos’abbiamo di bello oggi?», gli chiedo qualche giorno dopo.
«L’antisemitismo in Italia.» mi risponde, pronto. Le pagine successive a quelle che avevamo studiato in precedenza. Qualcosa mi prude all’altezza dello stomaco, ma lascio perdere: dopotutto, il programma non lo gestisco io; dopotutto, siamo a gennaio, c’è a giornata della memoria; dopotutto…
Passano i giorni: io mi ammalo, lui ha altri compiti, e storia diventa il mio ultimo pensiero. Trascorre anche la giornata della memoria. Hanno visto un film francese, ma non ricorda il titolo. Me lo dice qualche giorno dopo, ma io intanto l’ho scoperto da sola.
«Train de vie!» lo sorprendo.
Bello, commento. Cioè, non l’ho visto, ma una mia amica mi ha detto che è bello, anche se il final-
«Non abbiamo finito di vederlo, abbiamo visto solo metà.» Mi ferma lui.
Ora, mi spiegate a che serve iniziare a vedere un film su un argomento come la Giornata della Memoria, e lasciarlo morire lì? No, non volevo saperlo. E così: «Allora, che cosa abbiamo oggi?»
«I fascismi in Europa.»
Lì per lì rimango un po’ stranita, ma poi lo esorto a leggere.
«Mentre gli stati europei si stavano riprendendo dalla Grande Depressione…»
No, aspettate. Aspettate.
«Giuseppe, scusa. Sei sicuro che sia questa la pagina?»
Annuisce.
«E sei sicuro che non hai saltato niente?»
Annuisce.
«Giuseppe, ehm… tu sai cos’è la Grande Depressione?»
«…»
Prendo il libro e giro un po’ di pagine. ESATTAMENTE NELLA PAGINA PRECEDENTE si parla della crisi del 1929 e della Grande Depressione. Ormai sicura di quello che troverò, continuo a girare a ritroso le pagine e, finalmente, trovo il capitolo che cercavo: la repubblica di Weimar; la salita al potere di Hitler; la notte dei cristalli.
«Giuseppe, tu sai chi è Hitler?»
«…»
Ovviamente neanche a parlarne di chi siano Roosvelt, Churchill e compagnia. Stiamo scherzando? Francisco Franco, Tito, poi…
Inizio a sentirmi male. Ovvio che ‘sto ragazzo non capisca niente quando legge di nazismo, Grande Depressione e qualsiasi cosa c’entri con il primo dopoguerra!
E così molto, ma molto a grandi linee, gli spiego chi siano questi esimi sconosciuti, che diavolo sia successo nel mondo e perché c’è questa famosa Grande Depressione (la crisi ha portato a un vantaggio: descrivere la situazione è più facile, decisamente); perché, insomma, fra un po’ scoppierà la Seconda Guerra Mondiale.
E se questo vi sembra abbastanza, non avete ancora sentito il resto – perché, sì, c’è un resto!
Sabato, 11 febbraio 2012; Giuseppe esce fuori il libro di storia dallo zaino.
Oddiosantissimochecosaavràoggi? non posso fare a meno di tremare.
«Allora, che abbiamo oggi?»
«L’operazione Barbarossa.»
Ora: sia chiaro che non è che ricordassi esattamente che diavolo fosse questa operazione; o meglio, quando poi ho letto che cosa fosse, ho ricordato la sua esistenza per ovvi motivi, ma non ne ricordavo assolutamente il nome. Però, di una cosa ero certa: c’entrava la seconda guerra mondiale; il problema era capire come.
Gli faccio quindi leggere il primo paragrafo: siamo nel 1941, l’Italia ha invaso la Grecia, Hitler è corso ad aiutarla e poi si è dato alla conquista della Jugoslavia; il 22 giugno, finalmente, attacca l’Armata Rossa, ottenendo le prime vittorie.
«In che anno siamo, quindi?»
«1941»
«E la guerra quando è scoppiata?»
«Nel 1939.»
Rimango veramente, ma veramente sorpresa. «Come lo sai? Cioè, lo sapevi tu, avete letto i paragrafi precedenti o ve l’ha detto la professoressa?»
«No, ce l’ha detto la professoressa come introduzione.»
Oh, meno male! Almeno questo!
«E perché è scoppiata la guerra?»
«…»
«Hai mai sentito parlare di guerra lampo?»
«…»
«Naturalmente tu non hai neanche idea del perché qui dice che “Dopo aver capito che non sarebbe riuscito a conquistare l’Inghilterra”, vero?»
«Ehm…»
«E naturalmente è inutile che ti chieda quando è entrata in guerra l’Italia.» Non era una domanda, la mia.

Ora, io dico. Insegnanti che passate di qui – e che vi ritrovate in questo esempio, ovviamente; ne conosco tantissimi che sanno fare benissimo il proprio lavoro e che lo amano davvero –  io vi capisco. Davvero. Capisco che molti di voi si trovano davanti studenti a cui non frega un cazzo di quello che insegnate, che vi guardano in faccia come per dire «Ma questa qua che vuole?», ragazzi il cui sogno è ormai fare la Velina o partecipare al Grande Fratello per diventare ricchi con il minimo sforzo; capisco che vi sentiate inutili a insegnare un sacco di nozioni a ragazzi che rifiutano tutto perché si annoiano, non vogliono studiare, non capiscono a che diavolo serva tutto questo (l’altro giorno mi è stato detto che l’inglese non serve a niente. Non storia, non geografia: inglese); ragazzi che, alla fine, vogliono restare ignoranti e godono della loro ignoranza e il cui unico interesse è la Playstation o Facebook.
Ma.
Ma tra questi c’è ancora gente che vuole imparare; c’è ancora gente che studia perché, non dico che gli piace (miraggio, ormai), ma che almeno è interessato, è curioso e vuole conoscere quel che succede ed è successo nel mondo. C’è gente che magari vuol diventare qualcuno, che ha sogni veri per il futuro. Che magari vuole diventare anche un attore, ma studiando in un’accademia seria.
È il vostro lavoro; siete pagati per insegnare,  per far crescere le menti che vogliono apprendere, come anche di dare perle ai porci che invece se ne fregano. Siete pagate per farlo. Fatelo!
Qualcuno mi dirà: Tanto lo stipendio lo prendo comunque! Lo so. Vorrei anche dire che prendereste lo stipendio anche se insegnaste la pronuncia della lingua che volete insegnare o se spiegaste la storia come Dio comanda. Anche io sarei pagata comunque, se dicessi ai miei ragazzi solo quello che è scritto nella paginetta e non cercassi di contestualizzare e insegnar loro qualcosa in più. Che magari dimenticheranno dopo dieci minuti, anzi, magari mentre sono seduti lì, di fronte a me (e loro sanno che io so: non serve prenderci in giro). Ma, a ‘sto punto, io mi domando: che diavolo me ne devo fare di tutta questa cultura, di tutti questi libri letti e studiati, se poi quella conoscenza resta solo a me? A che serve se non la metto in pratica in qualche modo, anche insegnandola – anche solo per racimolare qualcosina – a qualcun altro?

E adesso sono proprio curiosa di sapere quale sarà la prossima lezione di storia. Proposte?

Notte prima degli esami

Ogni volta che si avvicinano gli esami di Stato, mi torna in mente come vissi io, la mia notte prima degli esami.
No, non ho vissuto strane avventure, come i protagonisti del film; non mi sono inginocchiata sotto la finestra della ragazza del mio migliore amico, non ho avuto due di picche da nessun ragazzo; non ho studiato come un'ossessa, non pensato né a Dante né ad Ariosto (anche perché, almeno l'ultimo, non è programma dell'ultimo anno…).
La notte prima dei miei esami sono stata a casa. Le mie giornate, in quel periodo, erano tutte schifosamente uguali: mi alzavo alle sette, studiavo fino alle undici-dodici, a seconda di quanto caldo facesse, mi riposavo, pranzavo, e poi di nuovo studio fino alle quattro e mezza-cinque, orario in cui il mio cervello mi faceva ciao ciao e mi diceva di ritornare il giorno dopo.
Le mie sere pre-esame le passavo al computer, quindi. Non mi andava di vedere le facce dei compagni che, come me, pensavano solo a una cosa, e faceva così caldo che preferivo starmene a casa mia, ché è una casa antica, al fresco.
Fu una delle estati più calde che io ricordi, quella. Il giorno della prima prova, ricordo distintamente che ero seduta nel punto peggiore della classe, quello fra la finestra e la porta, dove c'era sempre corrente. Quella mattina, nonostante sia la porta che le finestre fossero spalancate, non tirava un alito di vento.
Dicevo, passavo le mie serate a casa, davanti al pc. Allora non c'era MSN e se volevi chattare, dovevi usare mIRC o C6. Io però non ho mai voluto impelagarmi in queste cose e trascorrevo le mie ore o a ricopiare al pc Viaggio nella terza dimensione: avventura nella Sengoku Jidai, che avevo finito qualche mese fa su carta, oppure a leggere fanfiction. Avevo da poco scoperto IM-FA e mi stavo letteralmente drogando di fanfiction su Capitain Tsubasa. Non è mai stato uno dei miei fandom preferiti, quello, eppure stavo leggendo una fic che allora considerai bellissima proprio di Miyae – peccato che allora non sapevo chi fosse né che ruolo avesse quell'archivio nella storia del mondo delle fanfiction (cose che scoprii molto tempo dopo).
La mia notte prima degli esami – orali – non fu quindi così speciale, anzi, per i più potrebbe quindi risultare molto noiosa.
Eppure, quella notte, per me, ha un significato speciale.
Quella sera, mentre mia sorella era fuori con Daniela e incrociava i miei compagni di classe per strada, io capitavo per la prima volta su un sito chiamato fanfiction.it; per la prima volta, mi iscrivevo e gironzolavo tra le fanfiction lì postate e i topic del forum; per la prima volta, mi trovavo in un posto che, pensai allora «È carino, ma EFP è migliore per postare».
Allora, però, non potevo sapere quanto quel 30 giugno 2003 sarebbe diventato così importante. E neanche il giorno dopo, quando, dopo il mio esame orale, mi ritrovai sola, perché nessun cosiddetto amico aveva trovato il tempo di venir a vedere il mio, di esame, con la ragazza dietro di me nell'elenco che aspettava ansiosa il proprio turno. E neppure quando, una volta a casa, mi misi davanti al pc per continuare la stesura della storia – che, incredibilmente, terminai proprio quel giorno -, ché al mare non potevo andare, nonostante facesse un caldo boia e desiderassi proprio una bella nuotata.
Avrei dovuto capirlo quando, mesi dopo, incontrai per la prima volta Annamirka, dopo un mese di pm e follie su Saiyuki, oppure quando provai la chat del sito e strinsi amicizia con Riccardo e poi con Claudia e Skirya e tanta altra gente che per me ha significato tanto, anche se adesso non la sento più; oppure quando davanti alla fontana di fronte all'ateneo, incontrai Grazia e, mesi dopo, Corimma, a Spizzico; o ancora, quando incontrai Stefania, che mi era stata presentata da Simona, ragazza che avevo conosciuto proprio su quel sito.
Probabilmente l'ho capito solo dopo molti anni, mentre, vedendo Luca salutare il suo professore e raggiungere gli amici, mi chiedevo «E io? Come ho passato la mia notte prima degli esami?». E, sì, non l'ho passata in modo originale come i protagonisti del film, né a divertirmi con i miei amici; eppure, per quanto triste possa sembrare ad un occhio esterno, io sono convinta che fu uno di quei rari momenti in cui qualcosa comincia, anche se te ne accorgi solo molto tempo dopo.
E allora capisci che, quel momento, quella notte prima degli esami, è la più bella e speciale che possa esistere.

In bocca al lupo a tutti voi, maturandi che passate di qui. Spero che anche voi abbiate passato una serata speciale.


Torino 2011

«Torino è bellissima. Elegante e molto signorile.»
Queste sono state le parole che più di una persona ha usato per descrivermi la città, quando è stata informata della mia trasferta per la Fiera Internazione del Libro, avvenuta grazie ala casa editrice Stilo (quella con cui ho seguito il corso sull'editoria, di cui parlai in qualche post fa). E, devo dire, le speranze non sono rimaste disattese.
Torino è bellissima. Grande, ma, ho notato, a differenza di Roma, ma anche della stessa Bari, non così caotica, ma molto distinta. Sì, non trovo aggettivi migliori per definirla; quasi fosse una donna incontrata per strada, che ti rimane impressa per i suoi modi cortesi, per l'eleganza e la finezza. Camminando per le strade, ci si sentiva quasi a casa, anche perché ovunque, OVUNQUE c'erano bandiere tricolore che, nonostante tutto, mi hanno messo tanta allegria e buon umore, anche perché non ho avvertito niente di forzato, in quelle bandiere, ma un sentimento vero. O, almeno, a me ha dato quest'impressione, magari poi mi sbaglio. XD
Credo che questa sia una delle cose che più mi rimarranno impresse della città, oltre ai mille e più portici e al fatto che, ad ogni angolo, beccassimo baresi (a cominciare dal proprietario del bar che era sotto casa). XD Dico, ma tutti a Torino si sono trasferiti?
Nonostante quindi fossimo andati lì principalmente per la fiera, ci siamo ritagliati la domenica e il sabato mattina per poter visitare la città. E, devo dire, è stato un vero piacere notare che era tutto lì, a portata di mano: bastava una camminata un po' più lunga per arrivare ovunque volessimo. Sabato mattina, per esempio, ci siamo viste il museo egizio, che era un po' il mio pallino, e il palazzo reale; domenica, invece, ci siamo allontanate dal centro per vedere la reggia di Venaria (peccato solo non aver avuto anche il tempo di vedere la mostra ç_ç), mentre, nel pomeriggio abbiamo visto il duomo e la mole Antonelliana – solo la vista panoramica, però; non il museo del cinema.
A questo proposito, una domanda sorge legittima: qualcuno mi spiega perché, nonostante ci sia una teca a proteggerla, la Sindone è tenuta nascosta e viene mostrato un falso che non si può fotografare, manco rovinassimo la vera Sindone? O_O No, spiegatemelo, perché io e le altre non riusciamo ad arrivarci.
Ma, per quanto bella sia stata la città, per quanto ci tornerei volentieri anche domani, è la Fiera del Libro di Torino la vera protagonista del nostro viaggio e, logicamente, di questo post.
Ai torinesi, ho saputo prima e ho scoperto poi, tornando a casa, sull'aereo, la fiera non piace. Porta caos, pare, oltre che, per loro, non ha senso pagare un biglietto solo per vedere sì ospiti, ma per comprare comunque libri che sono comunque in libreria.
Ebbene, alla fine di questa esperienza, posso dire che, se queste sono le motivazioni, posso comprenderle, ma non condividerle. Tanto per cominciare, quelli che spendono soldi per venire alla fiera, non stanno solo lì; poi si spostano, vanno a vedersi la città – io stessa ne ho incontrati un sacco – dimorano negli alberghi e riempiono i ristoranti; quindi, fanno girare l'economia. E se qualcuno può ribattere che anche gli altri giorni dell'anno ci sono turisti, è anche vero che io, come chissà quanti altri, non so se mai e quando avrei visto Torino senza la fiera.
Il secondo motivo per cui non concordo, ma capisco, è che se i torinesi sono abituati a girare per strada e trovare bancarelle di libri a un euro – e, francamente, per me, era una goduria e al contempo un supplizio passare dalle parti della stazione, avendo massimo 10 kg per il bagaglio – ; per noi comuni mortali (almeno baresi) cose del genere non esistono; se voglio un lbiro, devo andare in libreria, oppure a qualche fiera del libro, dove trovo tomi scontati. E anche lì, posso trovare comunque best sellers, classici, ma non libri di editori da noi quasi sconosciuti, oppure edizioni anche di un certo valore.
Ebbene, è questo – oltre agli ospiti – che ho trovato alla fiera. C'era uno stand dove venivano venduti libri a metà prezzo, ma anche edizioni molto belle di alcuni classici; un volume che presi in mano, per esempio, era datato 1890 e costava una settantina di euro; altri permettevano di utilizzare un lettore e-book per provarlo. In quel di Torino, non ho neanche guardato le grandi case editrici, privilegiando quelle più piccole, spesso per me sconosciute, che solo in questi posti possono farsi conoscere e riconoscere. Certo, vero che per comprare questi libri ci sono i negozi on line, ma il punto è che, comunque in quel caso devi almeno sapere il titolo e il genere; qui invece erano tutti lì, potevi circolare liberamente e vedere titoli anche diversi, su argomenti diversi, di case editrici diverse. Non ho trovato quelle due-tre di cui cercavo dei volumi, ma ho trovato talmente tanta roba interessante che ho deciso di andarci in treno, la prossima volta, perché non si può andare lì e comprare solo un libro – per di più che posso trovare alla Feltrinelli, preso solo perché ho ricevuto l'autografo dell'autore.
Eh, sì, avete capito bene. Io che odio le resse, sono praticamente finita in mezzo a una di queste – anche se in realtà, alla fine, sono stata una delle ultime – per ricevere un autografo di Alberto Angela, che presentava la sua ultima opera. Oh, beh, non che mi sia andata male, visto che, dato che c'era poca gente, sono riuscita anche a fare una foto con lui. *_*
Angela a parte – che, tra parentesi, ha fatto una presentazione bellissima *_* – c'erano così tanti ospiti ed eventi che, a volerli vedere e sentire tutti, bisognava sdoppiarsi in almeno una trentina di persone – tanto per fare un esempio, ho dovuto scegliere tra Angela e Valerio Massimo Manfredi che erano allo stesso orario in due luoghi opposti. Però, devo dire che non mi è andata malissimo: pur non essendo riuscita a recuperare il pass, sono riuscita a sentire la fine della lectio magistralis di Umberto Eco (e peccato che avesse la mano fasciata, sennò là avrei fatto davvero a pugni per avere un suo autografo! *_*) e la prima parte della presentazione di Sgarbi – sì, avete letto bene. Non avevo niente da fare XD; inoltre da lontano ho beccato la Littizzetto – sì, fa morire esattamente come in TV! XD – e ho seguito un incontro sui nativi digitali tenuti da mezza bibliografia della mia tesi specialistica (XD) e l'intervento di Margherita Hack (poco in realtà non sapevo; ma è sempre bello sentir parlare un'astrofisica di fama internazionale!); ho persino visto Catarella, ospite per la presentazione dei DVD della serie di Montalbano. Per non aprlare di quelli che comunque giravano per la fiera, come la Troisi.
Unica cosa che mi spiace non aver potuto seguire era la lettura di Boccaccio tenuta da Dario Fo, visto che, logicamente, la fila era interminabile e la sala gremita. Beh, posso dire che comunque ho visto anche lui, e ancor più da vicino, visto che per poco non lo stavo investendo. XD No, non l'ho fatto apposta per chiedere casualmente un autografo, eh! XD Semplicemente si era fermato ad uno stand per ammirare la riproduzione di un codice per la quale stavo letteralmente sbavando anche io e, per ammirare la quale, me lo sono trovato davanti senza notarlo (sai che novità?).
Quindi, capite? Come posso io, che al massimo ho visto qualche ospite particolare parlare alla Feltrinelli, non gioire quando mi capitano questi eventi? Come posso non piangere dalla gioia, quando vedo in giro sui mezzi pubblici così tanti lettori, bancarelle così piene di libri, gente che non ti guarda male perché stai aspettando il tuo turno in una fila leggendo un libro? Come posso non fissarmi rapita davanti alla riproduzione di un codice, io che queste cose le ho viste solo in ateneo?
Semplicemente, non posso.
Mi piacerebbe tanto tornarci. Magari con un altro mezzo e non con il treno, magari con la consapevolezza di potermi organizzare meglio, per girare tra gli stand, per gli acquisti, per gli vedere gli ospiti che mi interessano, per visitare meglio la città.
Magari presto, chissà.

Dolore e disgusto

In questo post avrei tanto voluto lamentarmi per le nostre segreterie che, a meno di una settimana dall'inizio delle sedute di laurea, non ci ha ancora comunicato date e correlatori. Avrei voluto parlare di Sherlock, il telefilm della BBC che finalmente mi sono vista e che mi ha letteralmente fatto impazzire. Avrei voluto parlare di tante cose, ma, ognuna di queste mi è sembrata del tutto futile in confronto a quello che sta avvenendo in Giappone.
Tutto il mio disprezzo va a coloro che su Fb e in altri luoghi continuano a dire che il Giappone se l'è meritato per non so quale motivo (che francamente non mi interessa) o che comunque non gliene frega niente.
E no, non parlo così perché amo il Giappone, perché lì c'è gente che conosco, altra che, a furia di vedere naime e dorama, di ascoltare canzoni, di leggere manga, sono un po' parte della mia famiglia. Cioè, anche. Non nego di aver cercato, in line, informazioni su chi conosco almeno di nome, per sapere se stanno bene, e di aver tirato un sospiro di sollievo sapendolo o di aver provato dolore, nel non sapere ancora se quela persona è salva, oppure no. Non nego che, mentre leggo un manga, continuo a chiedermi che fine abbiano fatto, quei luoghi, che cosa faranno adesso i giapponesi. Non posso e non voglio negare di avere un rapporto particolare con quella terra, che tutto questo mi ha sconvolto più degli altri terremoti (e non solo perché, in fondo, il sisma è stato il minore dei mali, a quello per cui erano preparati).
Però un essere umano è un essere umano. Una persona che è morta ad Haiti è uguale a quella che è morta a Sendai. Il dolore che prova un familiare lì, è uguale a quello che ha provato la gente de l'Aquila. E io, da essere umano, da persona dotata di cuore e sentimenti,m ho provato tristezza, dolore e sconvolgimento per gli uni e per tutti gli altri.
Come, come si può dire, no, lontanamente pensare una cosa del genere, quando si parla di milioni di persone senza più una casa, di migliaia di morti, di radiazioni che – è inutile girarci intorno – potrebbero arrivare fino a noi? Gli esseri umani fanno davvero così schifo da non rendersi conto che la persona che adesso sta male, sta morendo, sta soffrendo, è un proprio simile?
Mi disgusta che gente simile possa essere considerata umana. Mi disgusta essere uguale a lei. Mi disgusta che persone simili esistano.

Benvenuti al Sud

Ieri sera sono riuscita ad andare al cinema, con alcuni amici, a vedermi Benvenuti al Sud, con Claudio Bisio.
Ovviamente, da brava meridionale e terrona non potevo esimermi dal vedere un film simile, e soprattutto non dopo aver sentito e letto le genialate di certi presunti politici.
No, state tranquilli: non ho intenzione di mettermi a fare politica, non preoccupatevi! XD Non l’ho mai fatto e, sicuramente, non inizierò certo ora.
Dicevo, da brava meridionale, non potevo esimermi dall’andare a vederlo. E devo dire che mi è piaciuto moltissimo, tanto che io e mia sorella vorremmo vederci anche l’opera francese originale, cui questo film si ispira (per la verità, mi hanno detto quelli che l’hanno visto che è praticamente uguale, ma non mi interessa); insomma, non è l’originalità in persona, am le gang sono simpatiche e divertentissime. XD
Ciò di cui in realtà vorrei parlare è una considerazione che poi è venuta fuori alla fine della visione.
"Ma davvero pensano queste cose del sud?" ha chiesto Daniela a Francesco, nato e vissuto a Milano per 24 anni e sceso qui a fare un master perché ha sempre odiato stare lì – sì, sì, avete letto bene: si è laureato a MILANO ed è venuto a lavorare QUI ("Anche tu piangi quando vieni qui?" gli abbiamo chiesto per prenderlo in giro, risposta alla battuta di un personaggio che spiega "Uno straniero piange due volte, quando viene al Sud: quando viene e quando parte".
Francesco ha annuito e ha anche raccontato episodi di ignoranza e idiozia pura (non c’è altro modo di definire certe idee, se non frutto di pregiudizi di gente che non è mai scesa qui e parla tanto per parlare, dunque idiota).
Ragazzi che passate di qui e abitate al nord e non siete mai stati qui: state tranquilli: non ci sono solo mafiosi, qui; esistono i grattacieli, i condomini e gli ascensori (sì, c’è gente che dubita pure di questo!); non giriamo con un giubbotto antiproiettile; non viviamo in paesini di tre case – "persino le nostre frazioni sono più grandi alcuni paesetti lombardi", ci ha spiegato sempre Fra; non abbiamo colera (è stato debellato un secolo fa, i libri di storia e di medicina non li leggete?) e… in sostanza siamo persone normali. Magari abbiamo un accento diverso, che molti possono trovare ridicolo, ma anche il vostro per noi potrebbe esserlo; certo, è vero che la criminalità c’è, ma vorrei ricordare che di omicidi, stupri e altro si sente parlare anche su. E per chi pensa che qui non si parla italiano, vorrei far notare che, quando ho sentito intervistare gente di alcune parti di su non ho capito veramente un tubo; tra l’altro, non so se si sa, ma il Times ha definito l’università di Bari una delle migliori (ovviamente non per organizzazione, eh! XD Questa sarebbe pura utopia! XD) e la Puglia è una di quelle regioni con gli studenti più bravi in matematica d’Italia.
Quindi, miei cari lettori e passanti che non siete mai venuti qui, vi do un consiglio: fate prima un salto e poi criticate. E vi assicuro che di critiche se ne possono fare tantissime – e io sono la prima a farle – ma non certo sull’esistenza di città, case, cultura e civiltà (no le 4 c non erano volute XD).
Ah, e ovviamente vedetevi il film: fa morire dal ridere e insegna davvero molto (checché Bisio dica che non era sua intenzione)!

Jamm ja! [cit.]

Scoop!

C’è una notizia che sta spopolando in rete da ieri sera. Su Facebook non si parla d’altro e i giornali e i telegiornali si sono lanciati sulla gallina dalle uova d’oro, d’argento e di bronzo.
Su cosa? Mi chiederanno quelle due o tre persone che non hanno ancora acceso la TV, aperto una qualsiasi pagina su internet o non hanno proprio un account su social network.
Su un rimedio finale per qualsiasi tipo di tumore? No.
Su un modo per risolvere la fame nel mondo? No.
Su Bin Laden che è stato definitivamente catturato? No.
E allora su cosa?
Su Tiziano Ferro che ha dichiarato di essere gay.

Ah, beh. Queste sono le notizie più importanti del mondo. Questo sì che sconvolgerà gli equilibri del pianeta! Questo sì che risolverà tutti i problemi che affliggono la Terra!
No, scusate, ma chi se ne frega?
Mi chiedo, quando la gente vede un attore, sente una canzone, a cosa pensa esattamente? A me Tiziano Ferro non piace: cambia qualcosa che si faccia una donna o un uomo? No, le sue canzoni continueranno a non piacermi. Non inizierò a cercare segnali sulla sua omosessualità nelle sue canzoni, non studierò i suoi video per vedere se lancia strani sguardi agli altri interpreti…
Cioè, ragazzi, siamo seri.
Siamo nel 2010, quasi 2011: è semplicemente assurdo, rivoltante e disgustoso che una persona ancora oggi debba farsi problemi nel dire o meno che è omosessuale, sia esso famoso o meno.
Che poi. Se a nessuno fregasse niente delle preferenze sessuali di qualcuno, dubito che Ferro, come chiunque altro, penserebbe anche di poter far parlare di sé dando simili notizie.
Altro che progresso.

Visioni

Che non significa che il caldo mi causa strani scherzi della vista (oh, beh, la mia vista fa schifo di suo, quindi forse non è che cambierebbe molto!), ma, semplicemente, che ultimamente mi sto vedendo un sacco di roba a cui avevo messo l’etichetta "Quando ho tempo, lo faccio." In verità, il tempo non è che proprio ci sia, ma, visto che sono in periodo studio, è la classica scusa per NON studiare, o per abbandonare le sudate carte, in giornate che sono sudate già di per sé.
Comunque, l’altro giorno, finalmente, sono riuscita a vedere Agorà, con mia sorella. Ammetto che credevo che il film non le sarebbe piaciuto; invece, ho scoperto che ha coinvolto molto ambedue e ci ha portato alle stesse conclusioni dottrinali e non.
Che io sia credente, credo ormai si sappia; che però non creda a tutto quello che la Chiesa ci propina è anche vero. Perciò mi ha fatto piacere vedere una ricostruzione storica che dà ad ognuno quel che merita: i cristiani hanno fatto un sacco di male, nei secoli e, ovviamente, l’essere umano che in generale è homo homini lupus non lascia correre e si lancia in guerre e battaglie che alla fine portano solo a morte e distruzione.
E’ stato così quando i pagani hanno deciso di rispondere al nemico, nonostante Ipazia lo sconsigliasse; è stato così anni dopo, quando gli ebrei, per ripicca, hanno assalito i cristiani. Ed è stato così perché i cristiani se lo sono meritati. E ci sono state le stragi perché, secondo i cristiani, dovevano vendicare le offese subite, portando a una serie di vendette che, alla fine, hanno solo tolto la vita a un sacco di gente.
Sì, questo film mi ha fatto tanta rabbia, proprio per la spaventosa realtà che ci mostra: il detto di Cristo porgi l’altra guancia, o comunque il più classico perdona non è stato ascoltato da nessuno, credente o meno, portando solo morte e distruzione.
A livello squisitamente artistico, ho semplicemente adorato l’attenzione che è stata posta ai particolari più diversi: dalla ricostruzione della biblioteca di Alessandria al fatto che i cristiani usassero il codice e non il rotolo di papiro, come i pagani; anche la scrittura usata nei codici era quella "giusta" (da notare che h fermato il video appositamente per controllare. Sì, sono malata). L’unica cosa diversa è la morte della protagonista, che nel film è stata soffocata,l mentre nella realtà viene fatta a pezzi e trucidata. Francamente, ho preferito questa versione, meno truculenta, anche perché la cosa non è stata nascosta, ma scritta in una nota, alla fine del film.
Sì, lo so che ‘sta cosa non frega a nessuno, ma il fatto che abbiano reso bene e storicamente attendibili anche elementi che alla maggior parte del mondo sono estranei (e di cui continuerà a non fregare niente), mi ha soddisfatta molto.

Dal LJ su Nodame Cantabile, qualche giorno fa, ho scoperto che finalmente hanno subbato il primo dei due film finali (quello di dicembre) e, ovviamente, non ho resistito dal vederlo. Un commento? Brutto. Oh, certo, Nodame è sempre la solita: le scene in cui appare lei sono sempre fantastiche e mi sono comunque rotolata dalle risate; anche il manga è stato abbastanza rispettato, nonostante alcune modifiche.
Cosa c’è che non va, allora?
Non va che di un’ora e mezzo di film, si potevano fare solo 40 minuti. Perché, la parte finale prende tutto il concerto di Chiaki, con l’orchestra; e se da una parte è piacevole sentire i brani proposti, dall’altra non stiamo a un concerto, è un film, che dovrebbe avere una trama e andare avanti. Anche il fatto che a metà film ci son i ricordi di Stresemann (che è un po’ il narratore della storia, cosa che di per sé mi ha dato sui nervi, perché gli conferisce un ruolo che non ha) circa l’ultima puntata del dorama. E siccome quel pezzo conteneva altri ricordi dei personaggi, abbiamo assistito a venti minuti di ricordi di ricordi di ricordi che non sono serviti a nulla. Alla fine del film, quindi, poco o nulla è stato detto, a parte che la Marlet Orchestra, grazie a Chiaki, funziona. Tutto è rimandato al prossimo film e mi chiedo a ‘sto punto quanto taglieranno, per far entrare tutto, e quanto modificheranno.

Dopo mesi e mesi di stasi, ho terminato di vedere il primo dorama koreano che mi sia mai capitato di vedere: Oh Dal Ja’s Spring, la cui protagonista è una donna di 33 anni che non riesce a trovare un uomo e che, per una serie di motivi, trova invece un fidanzato in affitto di ben sei anni meno di lei.
Nonostante la lentezza della visione, mi è piaciuto molto: lei è buffissima, con tutti i film e i guai che crea, e lui è tenerissimo. E poi è fatto bene, senza vuoti o polpettoni, come i dorama a volte sanno essere.
Il problema vero di questa serie, per me è stato il coreano. A differenza del giapponese, a cui ormai ho fatto l’orecchio, questa lingua per me è del tutto nuova e, credetemi, sentire qualcosa e non capirlo è difficile. Inoltre, come se non bastasse, le puntate durano più di un’ora, contro i 45 minuti giapponesi. °_° Sì, per quanto mi piacesse, era un trauma!
Ho deciso; con i dorama coreani, per un po’, ho chiuso! XD

Giusto per tornare alla filmografia occidentale, dopo più di dieci anni dalla messa in onda, mi sono vista Un giorno per caso. Non perché del film me ne fregasse niente, quanto per un puro caso di studio che avevo da tempo in mente di fare, dato che la mia storia ha appunto lo stesso titolo.
Bene, posso assicurarvi che, non solo non c’entrano niente, ma la mia storia ha più diritto di avere quel titolo del film, visto che non c’entra niente. O meglio: c’entra, ma molto meno.
A livello di trama, comunque, è stato una delusione: la trama è scontatissima, loro due sono dei cretini, che ci mettono dieci minuti per scambiarsi un cavolo di bacio e hanno due figli che avrei ucciso dopo tre secondi. Insomma, un chiaro inno al non avere figli! O_O

Tra gli anime, invece, finalmente mi sono finita anche Kobato – in inglese, perché se aspetto che finiscano in italiano divento prima nonna! Nonostante mi sia piaciuto tantissimo, mi spiace che sia finito: adoro Kobato, nella sua imbranataggine e dolcezza. Appartiene un po’ al filone di quei manga delle CLAMP dove la protagonista è dolce e diabetica, combinaguai e di buon cuore, ma va beh, in fondo e amo anche per questo! <3 La storia, almeno nel manga, si sta evolvendo e stiamo conoscendo sempre nuove cose sul passato dei protagonisti; l’anime è più leggero, ci sono domande con risposte diverse, altre non ci sono proprio, ma mi ha fatto avvicinare al manga, perciò niente da dire.

Se tutto va bene – cioè se non mi suicido/distruggo il computer prima – , tra un po’ mi finisco anche Genji Monogatari, ossia la trasposizione animata del classico della letteratura giapponese omonimo – che sto leggendo, anche se a ritmi lentissimi, cosa rarissima, per quanto mi riguarda – e, sebbene finora si sia dimostrato abbastanza fedele, mi sta facendo venire i nervi: i ritmi sono più lenti di quelli del libro (che è tutto dire) e, in aggiunta, anche i sub non aiutano a sopportare tutto questo, perché ci sono serissimi problemi di punteggiatura.
E poi, cavolo, anche a livello di storia (e questa è una considerazione che faccio anche riferendomi al romanzo, quindi): come, come si fa ad amare uno come Genji che è un puttaniere di quelli mai visti, che cambia amore come cambia il vento e lascia figli a destra e a manca? Avrei voluto proprio vederlo, ‘sto Kami sceso in Terra, per vedere per quale motivo tutte lo amassero! Manco fosse l’erede al trono, poi!
A luglio, invece, tocca a Full Metal Alchemist – Brotherhood. In realtà, mi sono spoilerata proprio due giorni fa l’ultimo capitolo del manga, ma siccome, per rovinarmi la sorpresa, ho visto solo due cose che mi interessava sapere, è come se non sapessi nulla. Perciò non vedo l’ora! *_*

Seriamente, mi chiedo quanto questo periodo di full immersion durerà, visto che sono alquanto a periodi e ci sono mesi in cui non tocco una serie. Bah, poco male: almeno il mio HD ringrazia che lo sto liberando!

Occupazioni + edit

No. Voi non mi state per chiedere perché sia così incazzata, in questo momento, che prenderei a sassate la prima persona che dice qualcosa su cui io non sono d’accordo (cosa che per poco non ho fatto prima, con una persona che, tra l’altro, poveretta, non c’entrava niente).
Perché voglio proprio vedere voi che reazione avreste se vi presentaste in ateneo per sostenere un esame (appello straordinario, tra l’altro, per noi frequentanti – indi studiato mentre si seguiva, fra una lezione, una lezione a Michele e un altro casino vari) e vi trovaste l’uni chiusa per una occupazione di cui non sapeva niente nessuno, ma che si vociferava per sentito dire solo a matematica, dove si è conclusa proprio ieri un’altra occupazione.
No, non ditemi che avreste alzato le spalle e avreste detto “Va beh, che fa?” e ve ne sareste andati, perché non ci credo. Nessuno studente che ha studiato non avrebbe voglia di prenderli a pugni. Tutti.
Ok, d’accordo. Io non dico che le motivazioni non fossero valide – riduzione delle tasse – ma:
– perché a matematica, occupazione era sinonimo di assemblee, incontri e altro, con le porte aperte, dove tutti potevano entrare e persino andarsene a studiare e da noi no?
– Perché della suddetta manifestazioni i gruppi di destra e sinistra non indicano niente sulle proprie pagine FB? Vuol dire che è stata organizzata random, giusto per dire “perché loro sì e noi che siamo più fighi no?”
Tra l’altro, io ieri sono stata in ateneo; sono passata persino dalla presidenza e non c’era sentore di NULLA, nulla che facesse presagire NIENTE di simile!
– perché poi fare una cosa del genere proprio la settimana in cui c’è già mobilitazione dei ricercatori, e quindi le lezioni e gli esami erano già per metà sospesi (con opportune avvertenze dei prof)?
L’unica cosa che hanno fatto è danneggiare i poveretti del part time, che se non finiscono entro fine giugno non vengono pagati, e noi, che se saltiamo appelli, si scombinano i piani. Perché io non voglio pagare un anno fuori corso per colpa loro, quando dicono di voler la diminuzione delle nostre tasse.
E no. Non sto dicendo che a me vanno bene così le tasse, visto quanto dobbiamo pagare, tra me e mia sorella; dico solo che avrebbero dovuto seguire l’esempio più intelligente e meglio organizzato di altre facoltà.
Quando sarà l’esame, quindi? Il prof aveva proposto venerdì, ma pare, da voci sentite, che vogliono occupare (a modo loro) fino a venerdì. E mi sta pure bene se la cosa si conclude entro la settimana; basta che non proseguono ancora la prossima e ancora oltre, ché altrimenti inizio a costruire seriamente bamboline voodoo per tutti loro.

Oltre a tutto questo, oggi mi sono persa anche il Giro d’Italia che ha fatto tappa proprio qui a Bitonto.
Sicuramente, qualcuno di voi si starà chiedendo – se prima non è scappato a gambe levate per le mie minacce, s’intende – perché non sono tornata a casa dopo l’esame non fatto e sia rimasta a Bari, se c’era un evento simile a casa mia. L’ho fatto perché il pomeriggio avevo lezione a scuola (stiamo facendo una specie di laboratorio in una scuola elementare dove prendono le presenze) e l’assistente ha detto che, se volevamo, potevamo fare lezione. E visto che c’eravamo già, non vedo perché buttare nel cesso una giornata intera; indi, siamo rimasti.
Proprio per questo motivo, ho preso il treno solito e sono arrivata esattamente alla fine di tutto. Oh beh: se fossi arrivata mezz’ora prima non avrei visto comunque un ciufolo, visto che mia sorella si era posizionata due ore prima. Ovviamente, i treni hanno subito dei rallentamenti, che non hanno riguardato me (e almeno quello!), ma mi spiace per un amico che è rimasto fermo non so quanto in stazione.
Unico lato positivo/divertente della giornata è stato che Serena, una collega, ci ha invitati a pranzo a casa sua e per una volta abbiamo mangiato insieme un pasto vero, diverso dai soliti panini a cui ci abituiamo.
Vado a consolarmi con un corso di giapponese che mi ha passato quel santo di Francesco. *_*

Edit del 19/05/2010. Le lezioni oggi si sono tenute e le porte erano aperte. Per la verità, abbiamo saputo che alcuni prof sono riusciti ad entrare sin da ieri pomeriggio.
Per quanto la cosa mi tranquillizzi circa alcuni punti, mi sento leggermente presa per i fondelli. Non so, non dovrei? >_>