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Meno uno

Me ne sono accorta quasi per caso, passando di qui l’altro giorno: da quando questo blog è nato – ormai otto anni – è la prima volta che non scrivo almeno un post in un mese.
E questo la dice lunga.
In realtà non è che attualmente la mia vita sia così tanto piena da impedirmi di trovare cinque minuti per scrivere un post qui, eh; anzi. Con questo, non voglio dire che non abbia proprio niente da fare: le mie giornate si susseguono tra ore in biblioteca e lezioni in archivio: non troppo piene, ma neanche vuote.
La verità, semplicemente, è che non mi va di scrivere.
Non mi va perché, in effetti, non è che mi siano accadute cose così importanti da raccontarle, e quei piccoli eventi quotidiani, divertenti, seri o folli, mi diverto a raccontarli su FB, in neanche due righe.  L’unico evento veramente degno di nota è stato il fatto che, a gennaio, ho fatto pace con quel mio amico con cui c’era stata quella brusca interruzione nei rapporti, di cui parlavo nei miei deprimentissimi post di dicembre.
Per il resto, veramente, nulla di nuovo sotto il sole.
Come vi raccontavo tempo fa, in questi ultimi mesi, non riesco più a leggere manga e a vedere anime o telefilm, ma mi sono letteralmente lanciata sui libri: all’inizio credevo fosse il momentaccio di dicembre, ma non è così: continuo imperterrita a iniziare e finire libri e a voler leggere sempre di più. Non che la cosa mi dispiaccia, ma vorrei che mi venga un minimo di voglia anche per studiare (me ne basta un quarto… no, un decimo di quanta ne ho di leggere, e avrei già ginito il programma della scuola! XD)

Febbraio è stato un mese ancora più piatto, perché l’unica novità interessante è stata un viaggetto che io e mia sorella ci siamo concesse per Carnevale a Venezia, Padova, Vicenza e Fano. Sono stati giorni intensisismi, in cui abbiamo ammirato la Venezia del Carnevale, la bufera di neve a Vicenza e Padova, la Cappella degli Scrovegni a Padova (c’ero già stata, ma non me la ricordavo così… meravigliosa!), i cioccolatini lanciati dai carri a Fano e il viaggetto in taxi (è stata la prima volta in vita mia! *_*).

Forse, a pensarci bene, questi mesi non sono così piatti come mi sembrano; semplicemente, sono io che non riesco a trovarci il bello, perché la mia mente è sempre fissa su un punto, un evento. La Pasqua. La fine del servizio civile.
Christian ha ragione quando dice che la sto prendendo troppo male e che, se sto così ora, figuriamoci tra un mese, ma non posso farci niente. Oggi mi sono resa effettivamente conto che quello che mi mancherà non è solo il clima, non è solo lo stare lì, non sono solo quei pochi euro che guadagno, ma il fatto di sentirmi utile a qualcuno. Certo, qualcuno potrebbe ribattermi che anche con l’inventario dell’ENAL, alla fine, sono utile a chi avrà bisogno dei documenti di quell’archivio… ma non è la stessa cosa: non c’è al persona fisica da aiutare; non c’è l’utente che ti sorride e ti ringrazia; non c’è quella sensazioine di aver fatto qualcosa di buono per qualcuno; non c’è la voglia di far sì che quella persona non se ne vada a mani vuote. E non è lo stesso ambiente: non ci sono i colleghi che ti tengono da parte una fetta di dolce, perché tu arrivi più tardi e non puoi mangiarla con loro; non c’è Natale che spara fesserie ogni cinque secondi, e ti chiedi da dove diavolo le tiri fuori; non ci sono i ragazzi con cui ti fermi a fare la chiacchiera e che lentamente iniziano a diventare tuoi amici; non ci sono gli amici con cui spettegolare o cercare di accasare l’amico alla ricerca dell’Anima Gemella. E, meno importante, ma non certo da dimenticare, non ricevo neanche un centesimo.

Continuo a ripetermi, come un mantra, che non devo deprimermi, che non devo fasciarmi la testa prima di rompermela, che, dopo questa avventura, avrò  qualcosa in più nel curriculum per puntare a un lavoro, magari nello stesso settore, magari lo stesso. Ma la verità è che non riesco a crederci neanche io.

Just a break.

È una cosa che ho notato da un po’, tant’è vero che l’ho accennato anche nell’ultimo post; tuttavia, è solo da qualche giorno che ne ho la piena consapevolezza. Ultimamente, sto avendo una specie di avversione per il mondo nippnico.
Non fraintendetemi, eh: non è che adesso ho iniziato ad odiare gli anime e i manga, che rinneghi la mia passione o che altro; semplicemente, è da un mesetto e forse pure di più che sento l’esigenza di non averci a che fare. Non so, è come una crisi di rigetto verso qualcosa. Ho qui una caterva di manga da leggere – passatimi da Ste e da Fabiana, alcuni addirittura ad agosto – ma, ogni volta che li guardo mi dico da sola «Poi li leggo»; ho scaricato ben due episodi di Fairy Tail e altri di altre serie in corso che mi piacciono, ma sono rimasti anch’essi lì, aspettando il momento opportuno. Persino il mio cellulare è da un po’ che ha smesso le sue funzioni di lettore mp3 (i cui brani contenuti, neanche a dirsi, sono per una buona percentuali in giapponese). Forse, quest’ultima cosa dipende dal fatto che, leggendo sul lettore ebook, mi concentro meglio senza musica (diversamente che dal libro cartaceo), ma questo non spiega come mai io abbia abbandonato anche l’abitudine di leggere lungo il tragitto casa-stazione e viceversa. È come se il solo fatto di ascoltare quella lingua mi dia fastidio.
Il problema, però, è che questa diminuzione dell’interesse per il giapponese non si accompagna ad un aumento per l’inglese. Cioè. Il desiderio di interessami sì; quanto riesca ad applicare quel desiderio andando avanti nel ripassare la lingua, nel vedere telefilm in lingua, leggendo roba in inglese, no. Semplicemente, non ho tempo per alcuni, né testa per altri (perché, obiettivamente, chi dopo il lavoro si mette a provare a leggere in una lingua in cui non è un genio se non hai una forte passione e/o motivazione? E io, in questo momento, non ho nessuna delle due).
Forse è solo il periodo. Un po’ come quando mi capita che non ho voglia di leggere nessun libro per alcuni mesi, e poi mi butto a capofitto leggendone ventimila in poco tempo. Forse, semplicemente, stanchezza, o forse mancanza di un incentivo di qualche tipo. O forse è semplicemente c’è qualcosa che non va in generale, tra servizio civile che sta per finire (perché, ragazzi, mancano solo quattro mesi. E la cosa mi deprime, e per tanti motivi), scuola d’archivio che sto facendo veramente controvoglia, tirocinio che sta ancora appeso e varie ed eventuali che ogni giorno si aggiungono manco si fossero messe tutte d’accordo.
Sono una persona che guarda in positivo, io. La crisi c’è, il lavoro non si trova, eppure cerco sempre di vedere cosa c’è ancora di buono, cosa si può fare, come ci si può accontentare (no, che dite? Non voglio fare nessuna allusione, io! U_U) e non smetto mai di cercare di tirare su di morale chi si butta giù ancor prima di cominciare. Eppure, i momenti di scoramento ci sono anche per me, ogni tanto. E spero tanto che questo passi presto.

Habemus e-reader!

E finalmente, dopo un anno e mezzo che lo dicevo, dopo una tesi praticamente sull’argomento, dopo aver rotto le scatole a tutti dicendo che «Lo voglio, ma devo decidere quale prendere!», dopo aver cambiato idea ogni due secondi (fino all’ultimo secondo in negozio, precisiamolo!), mi sono decisa:
Eccolo.
Il mio piccolo, tenero, dolce Kobo Glo!

 

Kobo Glo

Come vi dicevo, ci ho messo due anni a decidermi, ma alla fine ce l’ho fatta. All’inizio ero più propensa per il Kindle (quello da 99 €), solo che, per quanto possa aver scritto una tesi sull’editoria multimediale e il commercio elettronico, la verità è che certe cose non mi fido proprio a comprarle on line.Poi, Natale mi ha detto che era possibile comprarlo da UniEuro; peccato che il negozio più vicino a me noto sia in via Brigata, vicinissima all’archivio di Stato. Buono, direte voi; certo, se l’idea mi fosse venuta di questi tempi, e non a luglio – periodo in cui in archivio non sono andata per niente, a causa del caldo soffocante.
Nel frattempo, tutti mi avevano parlato bene del Sony, in vendita presso La Feltrinelli; chiariamoci, ero davvero decisa a prenderlo, se non fosse che ci sono passata troppo tardi: erano finiti e non si sapeva quando sarebbero arrivati i nuovi pezzi.
Non ci stavo praticamente pensando più, quando sul catalogo della Mondolibri, ho visto il Kob Touch, anch’esso a 99€: un prodotto allo stesso prezzo, presso una libreria a pochi passi, era un’occasione troppo ghiotta. Ovviamente, mi sono lanciata immediatamente a cercare informazioni e tutto mi spingeva  a prenderlo.  Oltretutto, essendo il periodo del mio compleanno, ho pensato che sarebbe stato carino farmi un regalo vero, adesso che posso permettermelo. Se non che, il negozio non era ancora pronto, non tanto per la vendita, quanto per mostrare l’utilizzo, avendo loro avuto problemi con il wi-fi. Così, ho aspettato ancora qualche giorno.
Fino a giovedì.
Il vantaggio di stare all’entrata senza far niente, a volte, può essere positivo, perché ti porta ad aprire link su Facebook che altrimenti potresti saltare. È stato così che ho scoperto l’esistenza del Kobo Mini, da poco aggiuntosi agli altri due modelli, a 79 €. La differenza con il Touch sono i pollici: mentre il Touch è da 6, il Mini è da 5 (quindi può stare in una mano).
Ora, sapendo quanto io stia frecata con la vista, ero poco convinta, ma, visto che il carattere si può ingrandire, preferivo vedere con i miei occhi il funzionamento di tutti e due e decidere.
Fu così che venerdì, con Marica e mia sorella, pensai bene di fare un salto alla Mondolibri. Loro il Mini non ce l’hanno, ma la tizia mi ha fatto vedere sia il Touch che il Glo, che costa 129 €. I trenta euro in più sono dovuti al fatto che c’è la possibilità di usare la retroilluminazione, nonostante l’e-ink.
Ora, la cosa dell’illuminazione notturna non l’avevo mai neanche lontanamente filata, perché non avevo alcuna intenzione di prendere un lettore con lo schermo retroilluminato (altrimenti mi sarei presa un ipad e avrei fatto prima!), preferendo di gran lunga l’e-ink; quando quindi ho visto che potevo prendere due piccioni con una fava, il dubbio ha iniziato ad assalirmi.
«Ok, ci penso e torno.», ho detto alla commessa e mi sono avvicinata alle due mie fide compagne, che, nel frattempo, mi avevano ignorata e avevano preferito andare a sedersi da qualche parte. Fide compagne che, alla fine, almeno, erano d’accordo con me e mi hanno spinta all’acquisto.
Due secondi dopo – e secondo me, la tizia mi avrà presa per pazza: meno male che mi conosce da anni, ormai! XD – sono tornata dalla commessa per fare il mio amato acquisto. XD

Che dire? Per adesso sono ancora gasatissima e stamattina ho avuto la mia prima, vera, esperienza di lettura. Sinceramente? L’unica differenza con il libro cartaceo che ho riscontrato, è stata che ho dovuto più volte girare la pagina, dato che lo schermo è più piccolo di una pagina! XD Ho avuto qualche problema con il pdf, ma alla fine, con Calibre ho modificato tutto in epub e ho risolto (anche perché così i file pesano meno e posso mettercene di più XD).
Ovviamente, come primo libro volevo qualcosa di speciale, e a nulla è servito aver trovato almeno una cinquantina di titoli che mi interessavano; poi, alla fine, ho beccato uno dei romanzi di cui aspettavo da tempo l’uscita e… ancora più ovviamente non ho resistito! *_*

Per il resto, non c’è molto da dire: pur avendo le giornate piene (soprattutto ora che  è ricominciata la scuola dell’Archivio), la mia vita è piuttosto ripetitiva.
Le uniche vere novità consistono nel fatto che, finalmente, mi sono decisa e ho comprato la grammatica inglese di John Peter Sloan per mettermi seriamente d’impegno a rispolverare questa lingua e che mi sono trovata costretta a lasciare il corso di giapponese.
Era da un po’ che mi girava questa idea in mente, soprattutto pensando a cosa farò da aprile in poi, e il fatto di avere un amico che conosce bene l’inglese, mi ha spinta a chiedergli consiglio su qualche testo buono.
Di Sloan avevo sentito parlare molto bene anche da un’altra amica, e ilo fatto che Christian me l’abbia confermato, non mi ha lasciato più dubbi. Effettivamente, è il sogno di ogni studente: un prof che ti spiega in italiano la grammatica in modo divertente e senza fartela pesare. Fossero tutti così, i prof! Il problema, per quanto mi riguarda, è solo il tempo che manca.
Aver lasciato il corso di giapponese e i compagni,  è la cosa che invece mi dispiace di più. Stavo maturando questa decisione da maggio – da quando, cioè, abbiamo interrotto per la pausa estiva – perché mi rendevo conto che tra tirocinio, scuola e servizio civile, il mio fisico e la mia mente non reggevano. E se non reggevano dopo un solo mese di Servizio Civile, come avrei dovuto fare per altri sei mesi, tenendo conto che dovrei anche iniziare a studiare per la scuola? Oltretutto,  non ho nessuna voglia di buttare soldi per qualcosa che deve essere fatto bene, per dare i suoi frutti.
Mi è dispiaciuto tanto, davvero: con i miei compagni mi sono trovata benissimo e siamo stati un bel gruppo. Cercherò di non dimenticare quello che ho appreso finora, ma  tra inglese e latino – che dovrò sicuramente ripetere – non penso che avrò tutto questo tempo per pensare ad una terza lingua.

A causa di questo ritorno all’inglese, mi sono data ai telefilm. Voglio dire, il mio orecchio giapponese è allenatissimo, a causa di tanti anni di anime, perché non potrebbe allenarsi anche quello inglese, visto che alla fine quella lingua, almeno, l’ho studiata per tanti anni? Fortuna vuole che la BBC ama i romanzi, e si dà il caso che io adori vedere begli sceneggiati sui romanzi (soprattutto se brevi e non lunghissimi come fanno in America); per questo motivo, ho visto Emma e, a breve, mi darò anche a Sense and Sensibility, che ho da mesi. Ovviamente poi mi sono data anche ad altre serie, pure americane, ma per queste sono ancora ai primi episodi, quindi vi farò sapere più in là. XD
Anche per questo motivo, ho deciso di iniziare poche serie anime, questa stagione; diciamo pure che di nuovo sto vedendo solo Code Breaker, che, se la tizia continua a fare la paladina della giustizia buona et dolce che io odio, mollerò senza tanti problemi. Certo, prendo le puntate delle serie ancora da terminare, e vorrei provare a seguire Magi, ma la verità è che non è questione solo dell’inglese; sono proprio gli anime che non mi va di vedere e non ne capisco il motivo. Per adesso, gli episodi stanziano lì: prima o poi avrò il coraggio di vederli, lo so. XD Devo solo capire quando.

Paragoni e preferenze

Era da giugno che ci mancavo. Dall’Archivio di Stato, intendo.
Quest’estate è stata troppo torrida per pensare di attuare davvero il proposito di andare la mattina in biblioteca e il pomeriggio in archivio, così alla fine è arrivato settembre.
Ma, forse, era proprio la volontà di andarci che mi mancava. E non perché non mi trovi bene lì, quanto perché non mi andava l’idea di tornare in centro, stanca, per fare altre ore di lavoro. E, soprattutto, di schedare qualcosa che, per quanto mi possa piacere, non finisce mai. Gratis.
Eppure, quando oggi ci sono andata, mi sono vergognata dei miei pensieri. Perché in fondo, checché ne possa dire, io mi affeziono: è stato bello prendere il treno alle 7.58 – stracolmo, così diverso da quello che ho preso in agosto, per andare in biblioteca – farmi a piedi tutta via Tommaso Fiore (pensando che a luglio, lì, ci sarei rimasta secca), entrare in quella struttura così nuova, così bianca, scorrere velocemente con lo sguardo i documenti in esposizione per l’ennesima mostra e salire su, in sala studio. È stato bello sentirsi salutare dai dipendenti dell’archivio, sentirmi chiedere come sto, farmi i complimenti perché sono dimagrita («Stai davvero bene.» mi è stato detto «Ma hai fatto una dieta?») e piegare che no, nessuna dieta, solo tanto movimento in biblioteca, e raccontare cosa faccio, come mi trovo. Mi è sembrato di tornare un po’ a casa, quando mi sono seduta  al PC a schedare e ancora quando sono scesa giù, nella segreteria della scuola, per prendere il catalogo della mostra (sì, finalmente!).
È stato bello perché, nonostante tutto, io in quell’archivio mi trovo bene, sia con i dipendenti che per quello che faccio. Se solo fosse retribuito, mi peserebbe un po’ meno (ma anche se ci fosse un minimo di rimborso spese per i mezzi), ma poi penso che la pratica da qualche parte la dovevo pure iniziare, e scuoto la testa. Poteva andarmi peggio.

E poi sono tornata in centro, in biblioteca. E lì mi sono resa conto che, per quanto l’archivio sia bello e interessante, per quanto mi trovi bene, il mondo delle biblioteche è troppo importante per me. Seduta davanti al faldone, io che ormai sono sempre in giro, mi sembrava di essere legata alla sedia; eppure, anche in biblioteca, quando sto al posto di Lucrezia, sto seduta per ore e ore, anche senza far nulla. Ma è diverso: sono lì, tra i libri: c’è l’utente che viene a chiedermi aiuto con l’OPAC o qualcun altro con la collocazione; c’è il ragazzo che viene a imbucare lo statino o il professore che ha bisogno di un favore; ci sono i libri che tornano da magnetizzare, e quelli che escono, da smagnetizzare; c’è Natale, che arriva sempre a dire cose strane, ci sono le bibliotecarie; ci sono i ragazzi, gli amici e i passanti, con cui scappa la chiacchiera. E ci sono loro, i libri, che mi guardano dagli scaffali e sembrano dirmi “Ma ti sei dimenticata di noi?” E sono all’Università, un ambiente che ha tanti problemi, che sta per collassare su se stesso, ma che ho amato e che amo ancora. E per cui spero possa tornare il sereno.

Quando iniziai il Servizio Civile, mi chiesi se lavorare in una vera biblioteca mi sarebbe piaciuto come mi stava piacendo il lavoro in archivio o se invece la passione per questo settore sarebbe venuta meno.
Beh, per adesso la mia risposta me la sono data.
«Come faremo quando te ne andrai?», mi disse Dina ieri,  alludendo al casino dell’accorpamento di dipartimenti e delle biblioteche. «Come farò quando me ne andrò?» non posso fare a meno di pensare io, ogni giorno.

Cronache di una servizio-civilista Parte Seconda: prime (!) impressioni

Nonostante, tra firme di presenza e varie ed eventuali, il calendario sia diventato, in questi giorni, il mio migliore amico, è solo per caso che oggi mi sono resa conto che sono quasi due mesi che ho iniziato il servizio civile.
A dirlo così, due mesi sembrano davvero tanti. E lo sono, quando non hai niente da fare o fai qualcosa che non ti piace.
E, invece, per me questi due mesi sono praticamente volati. Il primo pensiero, pensandoci, è stato «Ma come, di già? Me ne mancano meno di dici alla fine?» Che poi, in 10 mesi possono accadere un sacco di cose, ma il pensiero già mi fa star male.

Da questa introduzione – piuttosto inutile, direi: e su, dai, lo sapete che io adoro le introduzioni e gli incisivi inutili! – si può benissimo evincere quali siano  le famose prime impressioni che intitolano questo post. E cioè che io, quest’esperienza del servizio civile, la sto adorando.
Certo, la formazione generale è stata un’avventura ai limiti dell’assurdo, con, ehm, come dire? Momenti di discussioni piuttosto vivaci e allarmi bomba inesistenti, con compagni simpatici e interessanti, ma che non sono quelli del mio progetto – che, invece, non ho ancora avuto modo di conoscere (tranne alcuni, ripescati come me o conosciuti per altre vie), ma per questo aspetterò la formazione aggiuntiva di domani e quella specifica di chissà quando.

Dicevo, nonostante questi piccoli problemi logistici, questa esperienza mi sta piacendo. E tanto. Mi piace perché io in biblioteca, io sto bene e mi sento bene.
Ok, qualcuno starà pensando che la cosa dovrebbe essere abbastanza logico, visto che ho fatto domanda per quel progetto e per quella biblioteca in particolare; del resto, io ho studiato per lavorare in biblioteca, quindi è normale che dovrei essere contenta di lavorarci.
Ma in realtà non lo sono solo per questo motivo. Certo, qui la mia mania di mettere in ordine i libri non è vista come una cosa folle, come quando in una libreria o in fumetteria metto in ordine i volumi, anzi, è proprio quello che devo fare, ma… come spiegare? È proprio tutto l’insieme che mi piace.
Mi piace l’OLP che mi è capitato (anche se a volte non riesco ancora a capire se parli sul serio o se mi stia prendendo in giro XD); mi piacciono le bibliotecarie e la signora che c’è all’entrata, mi piacciono i ragazzi che studiano lì e con cui ho strinto amicizia (anche se, devo ammetterlo, ho anche il vantaggio di conoscere già qualcuno, tra compagni della scuola di APD e altre conoscenze pregresse), nonostante i tipi folli che circolano e che ti portano a chiedere se non è poi proprio vero che lettere e filosofia attira la gente strana; mi piacciono i momenti di stasi, in cui si parla di Murakami, di corsa, di tante cose e di niente; mi piace Bookresotrer, il programma che si usa per ritoccare i libri digitalizzati; mi piace trovare qualcuno con cui andare a pranzo in piazza Cesare Battisti (ora che ci sono le belle giornate) e prendere il caffè al bar dell’Ateneo (inutile, quello delle macchinette fa schifo in confronto a quello dell’archivio! U_U E costa pure di più!).
E poi mi piace l’Università, che mi è mancata sempre in questo anno; mi piacciono i professori, sempre gentili e cortesi, nonostante alcuni se la tirino troppo per i miei gusti, come se fossero degli Dei scesi in Terra. Mi piace avere tra le mani un libro scritto in francese o in  greco, e leggere quelle lingue le cui grammatiche sono praticamente certa di aver quasi dimenticato, oppure qualche testo che vorrei io stessa leggere, o libri che ho studiato, autori che ho amato e che mi fanno ricordare quanto ami la letteratura – di qualsiasi Paese. E mi piace persino avere tra le mani un tomo in russo, in tedesco, addirittura in arabo, mentre il pensiero vola a quelle persone che, invece, quelle lingue le conoscono bene e conoscono il significato di simboli a me sconosciuti. Mi piace vedere quali libri tornano dal prestito, perché magari sono testi che conosco, che ho studiato, che amo anche io, oppure che non sapevo esistessero e/o che avessimo in biblioteca. Mi piace arrampicarmi sulla scala e poi stare ferma un attimo sugli scalini più alti, (quando la scala permette un appoggio solido, ovviamente XD)  guardare verso il basso gli altri che si muovono ognuno perso nelle proprie ricerche.
Certo, mi piace un po’ meno quando Natale mi mette a digitalizzare libri enormi, soprattutto perché, con il caldo, stare vicino alla fotocopiatrice è una tortura, ma sempre meglio di stare all’entrata, di pomeriggio, quando non viene nessuno e tu ti chiedi come puoi passare il tempo e preghi che qualcuno – nella fattispecie, Natale con qualche commissione da fare o qualche studente bisognoso – venga a movimentare il tuo pomeriggio.
E, sì, mi piace sperare che domani  qualcuno venga da me e mi chieda «Ma tu, qui, ci lavoreresti per tutta la vita?». Inutile anche dire quale risposta mi piace pensare che darei.

Ok, forse è il caso di tornare con i piedi per terra – anche se questo elemento proprio non mi piace.

Cronache di una servizio civilista Parte Prima: l’epopea di una convocazione

Tutto cominciò più o meno un mese fa.
A quei tempi (concedetemelo, su!) ero una felice donzella impolverata, china su carte faldoni e fascicoli e svolgevo il mio (allora) tirocinio post-laurea (attuale non so cosa: volontariato?). Nei ritagli di tempo facevo finta di studiare presso la Scuola di Archivistica Paleografia e Diplomatica, provavo a imparare il giapponese e racimolavo qualche soldino facendo ripetizioni a due dolcissimi (?) e carinissimi (?) pargoli delle scuole medie. Di notte, invece, mi trasformavo nell’eroina che salvava il Mondo dal Male.
Detto in parole povere: a quel terzo posto alla graduatoria del servizio civile non ci pensavo neanche più.
Quel giorno, ero dunque alle prese con il mio ennesimo faldone e ogni tanto chiacchieravo con Benny – la mia amica e collega di tirocinio (o quello che è). Precisiamo che avevo – e ho – la cattiva abitudine di dimenticare completamente l’esistenza di un mezzo di couinicazione considerato da tutti fondamentale nella vita, quale, appunto, il cellulare; quel giorno, invece, stranamente, l’avevo messo sul tavolo praticamente appena arrivata.
Ed ecco che, ad un certo punto, il tavolo iniziò a vibrare. Confesso che mi ci volle qualche secondo per capire che era il mio cellulare; ma questi sono meri dettagli inutili. Non conoscevo il numero, ma compresi subito che era di Bari.
«Pronto?» chiesi titubante, fuggendo dalla sala studio (io).
«Pronto, mi scusi, lei è la signorina Nunzia?»
«Sì…»
«Salve, chiamo dall’Università di Bari…»
E qual è il primo pensiero che può passare nella mente di una persona che ha terminato l’università ormai da un anno? «Oddio, mi hanno annullato la laurea!» Ovvio, no?
«…la chiamo dall’Ufficio del Servizio Civile Nazionale…»
Per una persona normale, credo che quello sarebbe stato il momento dell’Illuminazione sulla via di Damasco. Invece il primo pensiero della sottoscritta fu un altro: poiché, quando feci domanda per la prima volta, il comune mi fece venire un mezzo infarto mandandomi a casa una lettera per chiedermi se accettavo che una ragazza che voleva fare ricorso accedesse ai miei dati, in quel momento il mio secondo pensiero fu anch’esso molto intelligente e addirittura elegante: «Ma fate che c***o volete con il mio curriculum!»
«…siccome le due candidate prima di lei hanno rinunciato, le interessa ancora fare il servizio civile?»
«….»
Qual è la risposta più intelligente che una persona interpellata su una simile questione potrebbe dare? «Credo di sì…»
«Come crede
E giustamente.
«Mi scusi» cercai di riprendermi io in corner «Questa chiamata non me l’aspettavo proprio!»
Ma no! Non si era capito! Credo di capire perché quelli dell’ufficio si ricordano il mio nome.
Inutile tediarvi sul resto della telefonata: mi fu comunicato che non avrei iniziato subito come gli altri, ma più tardi, ma che mi avrebbero fatto sapere. Chiesi, per cortesia, di saperlo appena possibile, perché volevo poi organizzarmi con il tirocinio in archivio; loro, gentilissimi, mi assicurarono che l’avrebbero fatto.
Siccome so che la cosa vi interessa, sappiate che, quando tornai in sala studio, la domanda di Benny fu «Che è successo?». La mia espressione non l’ho potuta ovviamente vedere, ma riesco perfettamente ad immaginarmela.
Trascorsero così vari giorni senza che mi giungesse alcuna buona nuova: ovviamente andai anche a chiedere alla sede e, nel frattempo, mi organizzai con le cose che stavo facendo: sbolognai lasciai i miei piccoli pargoli nelle amorevoli mani di mia sorella – che, per questo mese, ha fatto lezione con me, a mo’ di tirocinio XD – e intensificai la mia attività in archivio: praticamente fino a venerdì scorso, sono andata tutti i giorni dalle 8.30 alle… a quando i mie occhi non reclamavano pietà, tranne il venerdì santo.
E fu proprio quel giorno – in cui, causa i riti della sera precedente, decisi di non andare in archivio – che mi giunse L’email. Quella in cui mi veniva detto che la mia presa di servizio iniziava il 16 aprile 2012. Cioè oggi.
E non c’è bisogno che vi comunichi quale fu la mia reazione quel giorno: «Così presto? Ma io devo finire in archivio!»
Da martedì 10 in poi la mia giornata è stata costellata da un unico, costante, pensiero: schedare. Ho vissuto di panini e caffè per poter fare più lavoro possibile. Non è servito a niente il fatto che la dirigente dell’archivio di Stato mi abbia detto che posso fare con calma, con i miei tempi, che non c’è fretta e che la mia tutor continuasse a dirmi “Non ti preoccupare!”. Io, almeno questo carico, dovevo finirlo. Era una questione di principio.
Ma il destino avverso ci ha messo più volte lo zampino.
Martedì sera, trovai una mail in cui mi si avvisava di alcuni incontri per il Servizio Civile che si sarebbero tenuti giovedì pomeriggio e venerdì mattina. Incontri che, ovviamente, mi avrebbero distolto dalla mia Missione. Ma poi, valevano anche per me se la mia presa di servizio sarebbe stata dopo? Onde evitare perdite di tempo, chiesi informazioni e, fortunatamente, mi venne detto che no, potevo anche non andare, potevano vivere benissimo senza di me. E, mi spiace dirlo, non ci andai.
Pensai che, superata la Prova del fato, con il ritmo che avevo, sicuramente entro venerdì avrei finito.
E invece no. Ancora una volta il Destino mi era avverso.
Giovedì sera, infatti, ricevetti un’altra email nella quale mi si comunicava che sarebbe stato preferibile avere entro il giorno della presa di servizio il codice IBAN della banca. Peccato che io non avevo codice IBAN, perché non avevo ancora il conto corrente. Ok, “preferibile” non vuol dire obbligo, ma poi, quando avrei avuto tempo di andare in seguito? Meglio togliersi il dente e via il dolore. E così, a due faldoni dalla fine, a malincuore, tornai a casa per espletare queste formalità.
Ah, a proposito: non sapevo che la banca permettesse di depositare soldi dalle macchinette ATM. Quando mi è stato riferito, i miei occhi sbrilluccicavano dalla gioia, neanche mi avessero detto che ero stata assunta a tempo indeterminato: le immagini delle mie infinite code in Posta, per depositare soldi, erano ancora troppo vivide nella mia mente, per non sconvolgermi.

Com’è stato iniziare il servizio civile in una biblioteca in cui ho per lo più richiesto libri per la tesi e nell’università in cui mi sono laureata?
Strano.
È stato strano risalire quei gradini non per studiare, ma per lavorare in un luogo che, checché se ne possa dire – e checché IO ne possa dire – ho amato molto e continuo ad amare. E che mi manca da morire.
Mi hanno detto un sacco di cose, oggi. Parecchie non le ricordo più, infatti sono già armata di carta e penna per organizzarmi al meglio. Ho anche iniziato a fare le prime digitalizzazioni – un microfilm e un libro – e ho aiutato un’utente. Sono soddisfazioni! XD Certo, se riuscissi a non litigare con la macchinetta antitaccheggio e con la chiave del bagno (!) sarei molto più felice, ma per questo ci stiamo attrezzando.
Qualcuno potrebbe pensare che, a questo punto, dovrebbe troneggiare il classico “The end” (almeno per oggi) da “vissero tutti felici e contenti”.
E invece no.
La mia fissazione sugli ultimi due famosi faldoni ha continuato a perseguitarmi ancora: mentre ero a cena da Corimma sabato sera, al Levantecon ieri, mentre digitalizzavo oggi (lo so che state pensando «Ma non avevi un cavolo da fare? Come potete vedere… sì!»…
Dovevo terminarli. Dovevo!
Il Destino, stavolta, è accorso in mio aiuto. Poiché oggi ho terminato alle 14, ho potuto fare un salto in archivio. Come avevo immaginato, se fossi rimasta due ore in più come facevo di solito ce l’avrei fatta: ci ho messo esattamente due ore e quindici minuti per terminare il tutto, compresa la breve pausa di cinque minuti.

E da domani?
Da domani si vedrà. E sarà quel che sarà. Dovrò imparare un sacco di cose, ma non mi spaventa: quando iniziai il tirocinio in archivio di Stato, ero perplessa, perché gli archivi non mi sono mai piaciuti tanto come le biblioteche; eppure, mi sono ricreduta e ho iniziato ad amare il fondo che sto schedando (fondo di cui un giorno, quando avrò trovato le risposte che cerchiamo, vi narrerò le vicende – non fate quelle facce, eh! Sappiate che persino Sherlock Holmes lo troverebbe interessante! U_U) e, stando in sala studio, a contatto con gli archivisti, ad apprezzare sempre di più il loro lavoro. Potrei capire, che ne so, che in fondo mi aspettavo cose diverse, oppure che continuo a preferire le biblioteche agli archivi. Certo, ho già fatto altre due esperienze in biblioteca, ma erano luoghi diversi e poco “biblioteche”, senza OPAC, senza vera ricerca, senza veri utenti (per lo più o avvocati che cercavano esiti in Cassazione e ragazzini che volevano leggere)…
E per la scuola di APD e il giapponese, mi chiederete voi? Tranquilli: volere è potere, diceva qualcuno. Basta organizzarsi e tutto andrà bene. O almeno spero.

Historia magistra vitae. Forse.

Ormai penso anche i muri sappiano che io do ripetizioni: a ragazzini delle elementari, delle medie e delle superiori, quando mi è capitato. Nella mia carriera di doposcuolista, di studentessa e di figlia di un’insegnante, vi assicuro, ho visto abbastanza, sia da parte dei ragazzi, che dei genitori e che dei docenti, da poter scrivere un libro in proposito.
Ma queste ultime esperienze devo raccontarvele. Perché, beh, meritano.

Tutto inizia quando il mio allievo (non vi dico la scuola che frequenta né la classe; ciò che vi sto per dire, ho saputo che succede anche in altri luoghi. E non è una cosa positiva) per la prima volta mi dice che abbiamo storia da studiare.
«Oh, finalmente qualcosa di interessante!», penso io in quel momento, leggendo “La Prima guerra mondiale” come titolo del paragrafo, dato che, tra gli altri due che frequentano la prima media, i miei studi e la scuola di archivistica ne ho le tasche piene di imperi romani che crollano, invasioni barbariche et similia.
E così, incominciamo a studiare. Al ragazzo la materia non piace per niente, non ci vuole un genio per accorgersene, ma caso vuole che io adori la storia, e quindi mi piace spiegare gli eventi in modo divertente, cosicché lui capisca e io rispolveri un po’ concetti che non tocco da qualche anno.
I giorni passano: finisce la prima guerra mondiale e inizia la rivoluzione russa, argomento che non mi fa proprio impazzire, ma, che ci vogliamo fare, la dobbiamo studiare. Finisce anche la rivoluzione russa e con essa, si torna al quadro generale: la pace di Versailles, i pesanti tributi per la Germania, la vittoria mutilata…
E poi, un giorno.
«Che abbiamo oggi?» chiedo.
«La fascistizzazione della società».
Ci ha messo tre ore a dirmi quella parola così lunga e complessa, ma non è quello il punto; il mio cervello si è soffermato su un altro particolare.
«Cosa?» Ho capito male. Sicuramente.
«La fascistizzazione della società.» ripete.
«Scusa, ma… quand’è che abbiamo studiato il fascismo noi?»
«L’abbiamo saltato. La professoressa dice che siamo indietro.»
«…»
Continuo a fissare il libro per un attimo; lui mi guarda, aspettando che gli dia il via. Gli do l’ok e poi cerco di spiegarli chi diavolo sia questo famoso Mussolini e che diavolo voglia.
«Cos’abbiamo di bello oggi?», gli chiedo qualche giorno dopo.
«L’antisemitismo in Italia.» mi risponde, pronto. Le pagine successive a quelle che avevamo studiato in precedenza. Qualcosa mi prude all’altezza dello stomaco, ma lascio perdere: dopotutto, il programma non lo gestisco io; dopotutto, siamo a gennaio, c’è a giornata della memoria; dopotutto…
Passano i giorni: io mi ammalo, lui ha altri compiti, e storia diventa il mio ultimo pensiero. Trascorre anche la giornata della memoria. Hanno visto un film francese, ma non ricorda il titolo. Me lo dice qualche giorno dopo, ma io intanto l’ho scoperto da sola.
«Train de vie!» lo sorprendo.
Bello, commento. Cioè, non l’ho visto, ma una mia amica mi ha detto che è bello, anche se il final-
«Non abbiamo finito di vederlo, abbiamo visto solo metà.» Mi ferma lui.
Ora, mi spiegate a che serve iniziare a vedere un film su un argomento come la Giornata della Memoria, e lasciarlo morire lì? No, non volevo saperlo. E così: «Allora, che cosa abbiamo oggi?»
«I fascismi in Europa.»
Lì per lì rimango un po’ stranita, ma poi lo esorto a leggere.
«Mentre gli stati europei si stavano riprendendo dalla Grande Depressione…»
No, aspettate. Aspettate.
«Giuseppe, scusa. Sei sicuro che sia questa la pagina?»
Annuisce.
«E sei sicuro che non hai saltato niente?»
Annuisce.
«Giuseppe, ehm… tu sai cos’è la Grande Depressione?»
«…»
Prendo il libro e giro un po’ di pagine. ESATTAMENTE NELLA PAGINA PRECEDENTE si parla della crisi del 1929 e della Grande Depressione. Ormai sicura di quello che troverò, continuo a girare a ritroso le pagine e, finalmente, trovo il capitolo che cercavo: la repubblica di Weimar; la salita al potere di Hitler; la notte dei cristalli.
«Giuseppe, tu sai chi è Hitler?»
«…»
Ovviamente neanche a parlarne di chi siano Roosvelt, Churchill e compagnia. Stiamo scherzando? Francisco Franco, Tito, poi…
Inizio a sentirmi male. Ovvio che ‘sto ragazzo non capisca niente quando legge di nazismo, Grande Depressione e qualsiasi cosa c’entri con il primo dopoguerra!
E così molto, ma molto a grandi linee, gli spiego chi siano questi esimi sconosciuti, che diavolo sia successo nel mondo e perché c’è questa famosa Grande Depressione (la crisi ha portato a un vantaggio: descrivere la situazione è più facile, decisamente); perché, insomma, fra un po’ scoppierà la Seconda Guerra Mondiale.
E se questo vi sembra abbastanza, non avete ancora sentito il resto – perché, sì, c’è un resto!
Sabato, 11 febbraio 2012; Giuseppe esce fuori il libro di storia dallo zaino.
Oddiosantissimochecosaavràoggi? non posso fare a meno di tremare.
«Allora, che abbiamo oggi?»
«L’operazione Barbarossa.»
Ora: sia chiaro che non è che ricordassi esattamente che diavolo fosse questa operazione; o meglio, quando poi ho letto che cosa fosse, ho ricordato la sua esistenza per ovvi motivi, ma non ne ricordavo assolutamente il nome. Però, di una cosa ero certa: c’entrava la seconda guerra mondiale; il problema era capire come.
Gli faccio quindi leggere il primo paragrafo: siamo nel 1941, l’Italia ha invaso la Grecia, Hitler è corso ad aiutarla e poi si è dato alla conquista della Jugoslavia; il 22 giugno, finalmente, attacca l’Armata Rossa, ottenendo le prime vittorie.
«In che anno siamo, quindi?»
«1941»
«E la guerra quando è scoppiata?»
«Nel 1939.»
Rimango veramente, ma veramente sorpresa. «Come lo sai? Cioè, lo sapevi tu, avete letto i paragrafi precedenti o ve l’ha detto la professoressa?»
«No, ce l’ha detto la professoressa come introduzione.»
Oh, meno male! Almeno questo!
«E perché è scoppiata la guerra?»
«…»
«Hai mai sentito parlare di guerra lampo?»
«…»
«Naturalmente tu non hai neanche idea del perché qui dice che “Dopo aver capito che non sarebbe riuscito a conquistare l’Inghilterra”, vero?»
«Ehm…»
«E naturalmente è inutile che ti chieda quando è entrata in guerra l’Italia.» Non era una domanda, la mia.

Ora, io dico. Insegnanti che passate di qui – e che vi ritrovate in questo esempio, ovviamente; ne conosco tantissimi che sanno fare benissimo il proprio lavoro e che lo amano davvero –  io vi capisco. Davvero. Capisco che molti di voi si trovano davanti studenti a cui non frega un cazzo di quello che insegnate, che vi guardano in faccia come per dire «Ma questa qua che vuole?», ragazzi il cui sogno è ormai fare la Velina o partecipare al Grande Fratello per diventare ricchi con il minimo sforzo; capisco che vi sentiate inutili a insegnare un sacco di nozioni a ragazzi che rifiutano tutto perché si annoiano, non vogliono studiare, non capiscono a che diavolo serva tutto questo (l’altro giorno mi è stato detto che l’inglese non serve a niente. Non storia, non geografia: inglese); ragazzi che, alla fine, vogliono restare ignoranti e godono della loro ignoranza e il cui unico interesse è la Playstation o Facebook.
Ma.
Ma tra questi c’è ancora gente che vuole imparare; c’è ancora gente che studia perché, non dico che gli piace (miraggio, ormai), ma che almeno è interessato, è curioso e vuole conoscere quel che succede ed è successo nel mondo. C’è gente che magari vuol diventare qualcuno, che ha sogni veri per il futuro. Che magari vuole diventare anche un attore, ma studiando in un’accademia seria.
È il vostro lavoro; siete pagati per insegnare,  per far crescere le menti che vogliono apprendere, come anche di dare perle ai porci che invece se ne fregano. Siete pagate per farlo. Fatelo!
Qualcuno mi dirà: Tanto lo stipendio lo prendo comunque! Lo so. Vorrei anche dire che prendereste lo stipendio anche se insegnaste la pronuncia della lingua che volete insegnare o se spiegaste la storia come Dio comanda. Anche io sarei pagata comunque, se dicessi ai miei ragazzi solo quello che è scritto nella paginetta e non cercassi di contestualizzare e insegnar loro qualcosa in più. Che magari dimenticheranno dopo dieci minuti, anzi, magari mentre sono seduti lì, di fronte a me (e loro sanno che io so: non serve prenderci in giro). Ma, a ‘sto punto, io mi domando: che diavolo me ne devo fare di tutta questa cultura, di tutti questi libri letti e studiati, se poi quella conoscenza resta solo a me? A che serve se non la metto in pratica in qualche modo, anche insegnandola – anche solo per racimolare qualcosina – a qualcun altro?

E adesso sono proprio curiosa di sapere quale sarà la prossima lezione di storia. Proposte?

Cough Cough!

Sì, abbiate pazienza. Sapendo che dovrò aspettare almeno un anno prima di poter vedere come John spaccherà la faccia di Sherlock quando lui si rifarà vivo (perché John lo menerà, vero?  Non accetterà tutto così passivamente come il vero Watson, veeeeeeeeeeeeero? è_é) la terza serie di Sherlock, ultimamente mi sto letteralmente drogando di fanfiction sulla serie – quindi, tranquilli, non vi tedierò con le mie teorie sul ritorno di Sherlock come sto vedendo fare in mezzo mondo; so che non ve ne frega niente e che mi odiereste soltanto -, perciò il mio livello di ironia-acidità-misandria-spirito di patata farebbero concorrenza a quelli di Sherlock, e non perché le fic che sto leggendo facciano schifo, ma proprio perché sono anche troppo IC (voglio dire, va bene leggere e drogarmi di storie, ma sono pur sempre la solita lettrice esigente et rompipalle!): se vivessi io con lui, diventerei come lui, lo sento. E non certo per le capacità intellettive. No, a pensarci bene, ci uccideremmo a vicenda dopo una settimana.O forse ci ucciderebbe John. Sì, è molto probabile).
E no, non sto scherzando: l’altro giorno ho sognato di litigare con Sherlock perché lui diceva che il caffè italiano fa schifo e difendendo il suo tè. Ma stiamo scherzando? Come si è permesso? Tra l’altro, nel sogno, ero andata a teatro a vedere Molto rumore per nulla, che diavolo ci faceva lui lì?!
Sì, lo so, sto male. Il giorno in cui inizierò a leggere e a consigliare di leggere RPF (e io odio le RPF!) su Cumberbatch e Freeman (e, si, ci sono LEHOVISTECONIMIEIOCCHI!) portatemi in un manicomio. E buttate pure la chiave.

Dicevo, visto il mio livello attuale non sono riuscita a evitarmi un simile titolo idiota.
Il motivo?
Perché il delicatissimo suono di un colpo di tosse che squarcia l’aria (diurna e notturna) è quello che ormai accompagna ogni mia semplice, piccola, inutile, insulsa conversazione. Praticamente, se telefonate a casa e vi sentite rispondere con un colpo di tosse, sono io. Oh beh, potrebbe essere anche uno qualsiasi dei miei familiari, visto che ho avuto anche la capacità di far ammalare tutti (ricevendo bestemmie e altro da mia sorella, che aveva un esame e che non ha più fatto, e da mio padre che non prendeva la febbre da… ha mai preso la febbre lui? O_O).
Però adesso sto meglio, eh. Certo, dopo aver infettato il mondo (casalingo e non),  essere stata a letto tre giorni – io che, ok, sono una dormigliona, ma che ultimamente non ho tempo neanche di stare a casa, figuriamoci starmene a poltrire – aver perso giorni preziosi per tirocinio e delle lezioni in archivio ed essere passata da una tosse fortissima, a un raffreddore fortissimo, a una febbre improvvisamente nata e morta in due ore (almeno lei) – mentre, tra l’altro, eseguivo espressioni algebriche con Giuseppe (arrivando, e ci tengo a precisarlo, al risultato prima di lui: non sono anche io un piccolo Sherlock? *_* Ok, la smetto XD) – a un nuovo attacco di tosse fortissima, al ciclo – che ha deciso di arrivare quasi una settimana prima giusto perché vedermi così ammalata gli dispiaceva! – a un mal di denti fortissimo (per il quale aspetto che la tosse finisca definitivamente per andare dal dentista) a un attacco di insonnia improvvisa (o forse questo è dipeso dai tre giorni quasi ininterrotti di sonno?), visto che tra lunedì e ieri sono stata sveglia 36 ore, con solo due ore di sonno e subendo solo verso la fine del lasso di tempo alcuni disturbi, tra i quali, vorrei annoverare giusto per completare il quadro, il non riuscire a prendere sonno nel momento in cui sono riuscita finalmente a mettermi a letto.

Sì, credo che in questo modo possiate capire meglio il mio post delirante e il mio sogno a dir poco folle – di cui, tra l’altro, non ricordo manco se alla fine riuscivo a spuntarla o meno! XD

Quindi, come potete intuire, non posso certo definire questa settimana noiosa, anche se avrei preferito continuare con la mia routine, anch’essa tutt’altro che piatta. E non posso neanche dire che sia stato tutto un male, visto che alla fine, stando a casetta, mi sono (oltre che drogata delle suddette fic su Sherlock) letta gli ultimi due capitoli usciti di Ne resterà soltanto uno di Tiger, che mi aspettavano da eoni e che consiglio a tutti di leggere (tanto, anche se non conoscete il fandom, non succede niente, dato che è un AU), ho finito la missione di The Sims Social, e, mentre buttavo tutto in lavatrice per disinfestare (sì, disinfestare!) la mia stanza, mi sono venute anche alcune idee per scrivere che ho cestinato nel giro di quattro millisecondi netti. Però, cavolo, sento troppo il bisogno di scrivere – ed è anche questo il motivo per cui sto aggiornando il blog senza scrivere, alla fine, realmente niente di importante che possa cambiare le sorti del mondo (anche se, convengo con voi, non è che i miei post di solito servano per chissà che missioni umanitarie) – e vorrei tanto riuscire a creare qualcosa. Spero solo che non sia qualcosa su Sherlock. Voglio dire, io amo quella serie e quel fandom, ma, proprio perché sono per l’IC a tutti i costi, mi distruggerei a scrivere di uno come lui.
O potrei mettere per iscritto il mio sogno?
No, Nunzia. Non pensarci. Su, torna a tossire, dai.

Passando decisamente a tutt’altro argomento, ieri è iniziato il secondo livello elementare di giapponese e si è chiuso definitivamente Splinder.
Sì, ok, le cose non c’entrano niente tra loro, ma mi piaceva l’idea di mettere insieme in una sola frase due cose che fossero una fine e un inizio, ma che in effetti non c’entrassero un piffero.
Dicevo, Splinder. Me ne sarei persino dimenticata, se non fosse che Lucia ne ha parlato proprio ieri. Per curiosità, oggi, sono andata su quella che ieri era l’home della piattaforma e… beh, ecco qui come si presenta oggi.
Devo dire che hanno fatto in fretta a smantellare tutto. Oddio, non che adori gli adii strappalacrime e cose del genere, ma, non so, almeno un giorno di “Grazie per essere stati con noi e non averci sbattuti fuori dalla vostra vita nonostante  spesso ce lo saremmo meritati” sarebbe stata carina. Anche senza la seconda parte della frase.
Invece, nada. Mi spiace un po’, in fondo. Questo blog è stato lì per *conta* 7 anni, compiuti esattamente  il 23 gennaio scorso e ha visto un sacco di momenti della mia vita, completamente differenti: una laurea triennale, una specialistica, la me innamorata, la me delusa e triste e depressa che adesso ammazzerei a suon di mazzate ma tant’era, la me di adesso, in cerca di lavoro, cinica e ironica, la me che studiava e che aveva paura di un esame, la me che sperimentava un sacco di esperienze nuove e si divertiva a raccontarle… la me di sette lunghi anni.  Mi fa venire quasi i brividi pensare che nel giro di un click sette anni della mia vita, su quella piattaforma, sono spariti in un lampo. E, come i miei, anche quelli di migliaia di altri utenti.

La prima lezione del secondo livello elementare di giapponese, stavo dicendo. Madò, non ci posso ancora credere! *_* Piano piano, nelle otto lezioni scorse, abbiamo iniziato a leggere i nostri primi kanji, a riconoscere la data e a dire quand’è il nostro compleanno, a chiedere il prezzo di qualcosa e a decidere se acquistarlo o meno (chissà se e quando mai mi servirà questa informazione! XDDD); da questa, invece, ci siamo sentiti un po’ più intelligenti, visto che abbiamo iniziato ad abbandonare le frasi con il verbo desu (essere) e ad avventurarci nel magico mondo dei verbi. Rigorosamente, per adesso, al presente e al passato, ma non si dice che chi va piano va sano e va lontano? Tra l’altro, oggi, vedendo il titolo di una canzone, ho riconosciuto proprio due ideogrammi che abbiamo visto ieri! *_* E che ovviamente non ricordo quali siano! XD Ma sono meri dettagli. U_U


Ieri è anche morto Alessandro Pratesi, anche se ho letto la notizia solo adesso.
Probabilmente per il 90% della popolazione questo è un nome come tanti altri e i più alzerebbero le spalle come per dire “Mi spiace, ma comunque mai sentito!”. E invece, per me e tanti altri che hanno almeno aperto un libro di diplomatica, questo nome è più che una parola. È il nome di uno dei diplomatisti più famosi nella storia della disciplina, con i cui testi ha iniziato allo studio dei documenti medievali tantissimi studenti.
E anche lui se n’è andato, come, ormai un anno fa, se n’è andato Francesco Magistrale. Se n’è andato un grande, grandissimo studioso. Ma spero e prego che siano rimasti, ai suoi discepoli e prosecutori, tutti i suoi insegnamenti e le sue scoperte sullo studio dei documenti medievali.

 

Sono le 9 e mezza di sera, sto scrivendo ‘sto post da due ore, la tosse mi sta di nuovo uccidendo la gola (ma perché non si decide ad andar via anche la sera? Non voglio la sua buona notte!) e devo preparare tutto per domani. La routine ricomincia! *_*
Ma prima, mi vado a leggere un’altra fic su Sherlock. U_U
No, ok. Scherzavo. Vado a vedermi Brandon Fraser su Rai1, dai. XD

Cristina d’Avena e i Gemboy a Bari!

Perché nonostante tutto – nonostante si cresca e si cambi – si maturi avrei voluto dire; ma non è sempre vero -, si vivano esperienze sempre nuove e diverse, nonostante si diventi più cinici e realisti verso il mondo, nonostante la mia età, tra qualche anno, non avrà più un due come decina, ma un tre, ci sono cose che restano lì, sempre immutate.

E Cristina d’Avena è una di queste.

Forse alcuni potranno ridere di questo post, della mia gioia di poter assistere ancora una volta a un suo concerto con i Gemboy, dopo Lucca 2008, ma la verità è che non solo non me ne frega niente, ma penso anche che, se quelle persone si fossero trovate lì con noi, con quei brani che hanno segnato la mia – e la loro – infanzia, anche loro si sarebbero messi a cantare a squarciagola e a saltellare come bambini.
Inutile dire che è stato bellissimo! *_* Cristina ha cantato anche una canzone che non conoscevo proprio (e che ne vuole! XD), vecchissima, probabilmente (abbiamo pensato noi, a mente lucida, dopo) per i più grandi (ma grandi grandi! E vi assicuro che c’erano. All’inizio avevo pensato avessero accompagnato i propri figli; ma figli non ce n’erano! XD) e non è andata oltre Piccoli problemi di cuore, altrimenti mi sa che non avrebbe cantato più nessuno! XD

E poi c’erano loro. I GemBoy.

Se penso che prima di Colorado c’erano poche persone che qui li conoscessero mi viene quasi da ridere. E invece, a me, sono sempre piaciuti. Piacciono le loro canzoni – che ovviamente ieri tentavano di fare ogni tanto, ma venivano stroncati sul nascere da Cristina! XD – ma mi piace anche, e soprattutto, come sono sul palco. Le loro gang con Cristina sono state a dir poco meravigliose! XD Carlo che impersona Mirko… lo vidi anche a Lucca, ma al coperto e senza la pioggia è tutt’altra cosa! XD Appena riuscirò a mettere le mani sui video che ha fatto Stefania, spero di poterli linkare per rendere tutti partecipi (nel frattempo, chi mi ha su FB potrà vedere l’album. Non sono tante foto, ma in un concerto, alla fine, è difficile farne qualcuna decente XD): la canzone di Georgie che era Giorgio è… XDDDDDD

Che dire, alla fine? Sono felice di esserci andata: e pensare che una settimana fa non ci avrei neanche creduto! XD Sono felice di aver potuto dare i miei soldini a colei che mi ha, spiritualmente, vista crescere. Sono felice di aver cantato a squarciagola, nonostante, una volta a casa, il mal di testa mi abbia fatto passare le pene dell’inferno. Sono felice di aver aspettato in coda non so quanto per ricevere un autografo e fare la foto con tutti loro. Cristina ha detto una cosa molto bella ieri sera: «Siate grandi nella testa, ma piccoli nel cuore!»
Beh, forse piccola nel cuore non credo di riuscire ad esserlo più, ormai; ma ogni tanto, tornare bambina per un po’, non è per niente male.

 

(Ah, ovviamente il video non è mio, ma l’ho trovato sul tubo oggi, 1 febbraio 2012. XD)

E un altro anno se ne va…

Probabilmente questo titolo lo avrò giù usato per qualche altro post, ma, va beh, XD accontentiamoci! XD

Giusto perché un lungo post sulle innumerevoli cose che mi sono accadute quest’anno sarebbe soltanto tedioso per tutti, ripropongo un giochino che feci qualche annetto fa, aggiornando, non è neanche il caso di dirlo, le risposte.

Cos’hai fatto nel 2011 che non avevi mai fatto? Ho iniziato un corso di giapponese; ho fatto una vacanza in un villaggio turistico; ho corretto delle bozze vere; ho fatto doposcuola, per la prima volta, a ragazzi delle medie; ho lavorato in archivio di Stato; ho assaggiato un kebab; ho bevuto la sangrìa; sono andata a ballare e sono tornata a casa alle 6 (esperienza che spero non mi ricapiti: non è decisamente per me!); sono stata tutto il giorno al mare a Capitolo (sì, sono eventi importanti, questi!).
Hai mantenuto i buoni propositi fatti l’anno scorso, e ne hai nuovi per il 2012? Evito di fare buoni propositi, per il semplice fatto che, quando ti proponi di fare qualcosa, puntualmente accade qualcos’altro che ti fa saltare tutti i piani. XD Comunque, beh, sicuramente il proposito più importante, cioè quello di laurearmi alla specialistica, è stato mantenuto. E anche quello di iniziare un corso di giapponese.
C’è stata qualche nascita tra le persone a te vicine? Tanti nuovi procuginetti, ma soprattutto la piccola Marzia! *_* La mia nipotina acquisita!
C’è stata qualche “dipartita” tra le persone a te vicine? Sì. E non soltanto vicine dal punto di vista parentale.
Quali nazioni hai visitato? Polonia e Repubblica Ceca! *_* Il mio sogno di vedere Praga si è avverato, finalmente! *_*
Cosa vorresti avere nel 2012 che ti è mancato nel 2011? Un lavoro vero, qualcosa per cui ho studiato, insomma, e qualche viaggetto in più.
Quale data del 2011 rimarrà nella tua memoria? 24 marzo, giorno della mia laurea specialistica. E il 14 febbraio.
Qual è stato il tuo più grande risultato di quest’anno? Forse solo la laurea. Anche aver passato il test per la scuola di APD, però.
Qual è stato il tuo più grande fallimento? Tanti curriculum inviati che non hanno mai ricevuto risposta? Il servizio civile non passato per la terza volta?
Hai avuto malattie o incidenti? Dunque, quanto a malattie, quest’anno, dopo VENT’ANNI ho avuto la febbre; poi, durante la vacanza in Calabria, anche il mio piede destro ha avuto un brutto incontro del terzo tipo, fortunatamente non grave; inoltre, l’8 dicembre, ho sbattuto la mandibola a un tavolo, ricevendone in cambio una, secondo me permanente, cicatrice. E spero che non mi capiti altro!
Qual è stato il tuo miglior acquisto? Il corso di giapponese vale? No? Uhm, allora il mio cellulare: non è niente di che, ma a me piace!
Quale avvenimento ha meritato d’essere celebrato? La mia laurea, ovviamente!
Quale avvenimento ti ha depresso? Il fatto di fare ancora tirocini e non riuscire a trovare un lavoro vero.
Che fine ha fatto il tuo denaro? in manga, libri e corso di giapponese.
Cosa ti ha davvero emozionato? L’essermi laureata; lo scoprire che tante persone credono in me e hanno una buona considerazione di me. E tante altre cose.
Quale canzone o album ti ricorderà il 2011? Ashita. Boku wa Kimi ni Ai ni Iku, dei Wakaba (che, tra l’altro, è la mia attuale suoneria).
Rispetto all’anno scorso, sei: più o meno felice? più o meno grassa? più o meno ricca? Più felice, perché faccio cose che amo e che mi portano a vivere ogni giorno in mondo intenso; non so se più grossa o più magra, perché cammino un sacco, ma mangio anche di più di prima (e,ad essere sincera, sono anni che non mi peso XD); più ricca, perché guadagno di più dai bambini, ma anche più povera, perché ho più spese. XD
Cosa avresti voluto fare di più? scrivere. Quest’anno non ho scritto nulla e ho un disperato bisogno di farlo.
Cosa avresti voluto fare di meno? Preoccuparmi a causa di e per tante persone. Non ne vale la pena.
Come hai trascorso il Natale? a casa: sono venuti a pranzo Marica e famiglia.
Con chi passi più tempo al telefono? Marica e Stefania, quando capita che ci telefoniamo.
Ti sei innamorata nel 2011? Per fortuna no.
Quante avventure di una notte nell’ultimo anno? È una battuta, vero?
Qual è stato il tuo programma tv preferito? Sherlock (BBC) *_*
Odi qualcuno che l’anno scorso non odiavi? Non è che odio… semplicemente, se sparisse dalla mia vita e non si facesse più vedere per sempre, ne sarei immensamente felice.
Qual è stato il più bel libro che hai letto? Tutto Sherlock Holmes.
Qual è stata la tua migliore scoperta musicale? I Wakaba! *_*
Cosa hai voluto ed ottenuto? il corso di giapponese e quello sull’editoria.
Cosa hai voluto e non ottenuto? Il famoso lavoro.
Quali sono stati i film migliori dell’anno? Non saprei, davvero, visto che pochi film mi sono veramente piaciuti. Direi Gomeo e Giulietta, giusto perché, con I puffi è quello che mi è rimasto più impresso. Quindi, fate voi.
Cosa hai fatto il giorno del tuo compleanno, e quanti anni hai? 27. Non mi ricordo assolutamente, a dire il vero. XD Ricordo solo che era domenica, quindi non dovevo lavorare, e sicuramente mi sarò vista un po’ di anime. XD
Quale cosa avrebbe reso migliore l’anno? Il famoso lavoro e un viaggio a Lucca per il Luccacomics.
Come descriveresti il tuo concetto personale di moda per il 2011? La moda a me fa schifo.
Cosa ti ha mantenuto in salute? Ora, io vorrei evitare di tirarmi la sfiga addosso, ma finora, per questo inverno, mi sta andando bene perché evito come la peste di avvicinarmi troppo a raffreddati e influenzati; inoltre, quando ho un po’ di mal di gola, prendo una Benagol: non posso prendermi il lusso di ammalarmi, ho troppe cose da fare!
Quale personalità ti ha affascinato? Sherlock Holmes.
Quale tema politico ti ha appassionato maggiormente? La politica non mi affascina; mi disgusta.
Cosa/chi ti è mancato? Nessuno in particolare.
Qual è stata la persona migliore che hai conosciuto? Ne ho conosciute davvero tantissime, tra corsi vari, tirocini e scuole; altre, invece, sono ritornate nella mia vita, mentre altre se ne sono andate; tuttavia, quella che sono più felice di aver conosciuto è la mia tutor in archivio di stato.
Raccontaci una lezione di vita importante avuta dal 2011: “Non ragioniam di lor, ma guarda e passa”
Una strofa di canzone che riassuma l’anno trascorso: mai stata brava, in queste cose.